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All’altezza dell’isola di Ischia il terzo ufficiale, in quel momento al comando, ordina una correzione di rotta di 3 gradi per evitare una zona di pesca nei pressi dell’isola di Ischia inibita al traffico merci. Ma i calcoli erano sbagliati, la rotta andava corretta di 10 o anche 20 gradi. In quel momento un peschereccio di Torre del Greco, il Giovanni Padre, è impegnato nella pesca del gambero. I marinai vedono arrivare l’enorme nave merci, ma sono certi che accosterà, come si fa di solito. Quando l’impatto è ormai inevitabile, dal Jolly Grigio arriveranno segnali d’allarme e manovre d’emergenza. Tutto inutile, nell’impatto il Giovanni Padre colerà a picco trascinando con sé le vite di due marinai, Vincenzo e Alfonso Guida, padre e figlio di 42 e 18 anni, che in quel momento riposavano in cabina. Il comandante, Vincenzo Birra, si salverà grazie a una bolla d’aria.«Pescirossi e pescicani» è un libro di Sandro Di Domenico (Minimum fax) Il muro arancione«L’ultima cosa che ricordo è un muro arancione, poi l’acqua e il pensiero di affogare. Avevo sempre pensato che così non volevo morire. Tutto, ma non affogare». Birra ha raccontato la storia del naufragio del suo peschereccio a Sandro Di Domenico, che ha appena pubblicato per Minimum Fax «Pescirossi e pescicani», un libro che è allo stesso tempo un’inchiesta sull’opaco mondo del trasporto merci navale e un romanzo di formazione giornalistica, che evidenzia contraddizioni e miserie di una realtà editoriale in grave crisi, nei confronti della quale neanche l’autentica passione per la verità può molto. I colori del JollyDi Domenico è un giornalista che si è innamorato di una storia. E ha continuato a scavare, a raccogliere dati e informazioni. Ha provato a tirarne fuori un documentario, adesso l’avventura della sua ricerca è finita in un libro. Che parte come un racconto, con divertenti bozzetti delle redazioni locali in cui Di Domenico ha lavorato, per diventare poi un’indagine sui principali naufragi che, nel corso degli ultimi 30 anni, hanno visto come protagonisti navi della stessa compagnia navale, la Linea Messina. Il primo caso risale proprio al 1990, con la Jolly Rosso, carica anche di rifiuti tossici, che si arenò sulla spiaggia di Amantea, in Calabria. A questa vicenda è collegata la morte del capitano Natale De Grazia, mai chiarita fino in fondo, che indagava sulle cosiddette «navi a perdere», vecchie carrette del mare usate per lo smaltimento dei rifiuti. Ma i Jolly coinvolti in incidenti sono diversi. Il 10 settembre 2002 toccò alla Rubino subire un incendio vicino alle coste del Sudafrica, con conseguente affondamento della nave. La Jolly Amaranto è finita invece per arenarsi all’ingresso del porto di Alessandria, la Jolly Blu che nel 2003 al largo di Livorno ha speronato un altro peschereccio, con una vittima . Fino al tragico crollo della torre piloti del porto di Genova, che il 7 maggio 2013 costò la vita a 9 persone. In quel caso è stata la Jolly Nero che con un motore in avaria non è riuscita ad arrestare una rovinosa manovra in retromarcia.    Fri, 23 Oct 2020 22:28 Covid, Rezza: «Crescono casi e ricoveri. Focolai nelle scuole, attenzione ad attività extra» - Covid, Rezza: «Crescono casi e ricoveri. 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Santagatesi illustri
Domenco Perrone Partigiano
Domenco Perrone Partigiano
DOMENICO PERRONE: FUCILATO A SOLI 23 ANNI DAI NAZIFASCISTI IN FUGAIl partigiano santagatese morì a San Giorgio di Nogaro nel 1945

di Redazione

Dal racconto di suo fratello Michele Perrone.

“Domenico, nato a Sant'Agata di Puglia il 18 settembre 1922 da Pasquale Perrone e da Francesca Di Miscio, dopo le elementari va a bottega da Luigi Ruberto per imparare il mestiere di sarto. Dopo qualche anno di apprendistato, emigra a Genova [...] Nel 1941 venne chiamato alla leva presso il 3° Centro Autieri di Savona. Dopo il corso venne trasferito al Bivio Aurisina, dove si preparavano i rincalzi da inviare in Russia [...] ma, mancando alla partenza, lo avevano trasferito a un altro reparto, a Cervignano del Friuli.

[...] La guerra contro gli alleati, inglesi e americani, terminò l'8 settembre di quello stesso anno. L'esercito italiano, ormai nel caos più assoluto, si sciolse. E l'Italia restò divisa: la parte meridionale, all'altezza di Cassino, occupata dagli americani e la parte settentrionale dai tedeschi. In queste condizioni iniziò il periodo più brutto per la storia italiana.

A quel tempo le comunicazioni erano pressoché inesistenti e noi tutti speravamo che Domenico avesse raggiunto Genova, dov'era ancora lo zio Antonio e qualche amicizia. Invece non fu così. Domenico, come ho accennato, pur se risoluto nei suoi intenti, era gracile di salute. Rimase a Cervignano, ospite protetto di una famiglia del posto. Per vivere faceva il sarto e, alla meno peggio, continuo a pensare, riusciva a sbarcare il lunario. Doveva però evitare il pericolo che lo sorprendessero i tedeschi e i fascisti che dopo l'8 settembre si erano ricostituiti sotto la Repubblica di Salò. Nello stesso periodo, in contrapposizione alla Repubbluca di Salò si erano formate squadre volontarie di partigiani che si prefiggevano di liberare il territorio italiano dai tedeschi e di combattere i soprusi dei fascisti.

Molto lentamente, gli americani avanzavano. Il 25 aprile 1945 occuparono Milano.

Tutti pensammo che fosse tutto finito, invece non fu così.

Infatti, mentre si era in attesa di sapere notizie di Domenico [...] venimmo a sapere che era successo qualcosa di terribile e così ci recammo dalla sarta che l'aveva accolto in casa e l'accudì, per quanto potè, per tutto il tempo, fino al 28 aprile 1945.

Era di sabato, ci racconto la signora. La guerra era finita e i tedeschi se ne andavano. Verso mezzogiorno Domenico era rientrato dalla campagna, dove il più delle volte si nascondeva. Era felice perché finalmente era tutto finito. Contrariamente all'invito della signora, che lo pregava di fermarsi a mangiare qualcosa, impaziente di raggiungere gli amici che l'aspettavano in piazza, aveva preso un pezzo di pane ed era uscito.

Sulla strada, dopo pochi metri, una pattuglia di tedeschi lo aveva arrestato e portato via, verso Palmanova. Così ci disse la signora, anche lei in pena: fino al momento del nostro arrivo non sapeva che fine avesse fatto Domenico.

Successivamente, con una corriera, andammo a San Giorgio di Nogaro. Un vigile ci accompagnò al cimitero e, dal custode, apprendemmo la triste verità.

L'uomo ci accompagnò sulla tomba, dove mamma potette finalmente sfogarsi a piangere. Poi ci accompagnò dietro al muro del cimitero dove, ci disse, aveva raccolto i resti di Domenico.

Mio fratello aveva la faccia rivolta a terra. La calotta del cranio distante dal corpo tre o quattro metri. E fra il corpo e la calotta, la massa cerebrale. Lo avevano ammazzato barbaramente, con un ultimo colpo alla nuca”.

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