(02/04/2024)
LE UCCISIONI DELLA MIA INFANZIA


di Mario De Capraris

Negli anni Cinquanta del secolo scorso, gli anni dell’infanzia al paese, le famiglie contadine facevano quello che si era fatto da secoli e cioè si crescevano gli animali per il consumo di carne. Gli animali più comuni erano le galline, i conigli, il maiale, più raramente le papere. E a differenza di oggi che le uccisioni non vengono fatte più in famiglia ma ci sono i luoghi preposti, allora gli animali si ammazzavano nelle case, per cui vi assistevano anche i bambini. Le galline si ammazzavano ficcando le forbici nella gola delle poverette, con tutto lo schiamazzo che ne derivava e relativo sanguinamento, finché la povera bestia esalava l’ultimo respiro. Dopo di che si spennava tutta. Raramente succedeva che l’operazione non venisse portata a termine nel migliore dei modi, per esempio come era successo a nonna Nurecchia, che, dopo averla uccisa e ben spennata, la gallina, posta nell’acqua della pentola a cuocere, era balzata fuori e se n’era scappata. Nel caso del coniglio invece, chi compiva l’atto cruento schiacciava le zampe anteriori del povero animale sotto i piedi, e tenendo la sua testa all’insu per mezzo delle orecchie, procedeva a tagliargli la gola tra i sussulti della povera bestia. Procedimento analogo veniva seguito per il maiale. Solo che, essendo corpulento, non bastava una sola persona per l’esecuzione, ma nelle ore notturne veniva radunata una piccola folla, e il sangue che fuoriusciva dalla gola non si raccoglieva nel tegamino ma nel secchio. La scena era cruenta e un brivido attraversava la schiena di noi ragazzi che assistevamo, ma alla lunga, per le tante esecuzioni cui si era assistito, non destava più un ribrezzo particolare. Semmai lasciava sconcertati la disinvoltura con cui si eseguiva l’operazione, tipo quando quello, armato di coltellaccio, affondava la lama nel collo della bestia così, di punto in bianco, detto fatto, e poi il venir meno dell’animale era una pena che era difficile scrollarsi di dosso. E in genere per gli animali, con cui si aveva a che fare allora, non si aveva per nessuno il benché minimo senso di tenerezza, a cominciare dal gatto di casa per finire all’asina di cui disponeva ogni famiglia, come d’altronde non c’era tenerezza in genere. Era una società che non era solita come oggi a lasciarsi andare alle tenerezze, “i figli si baciano quando dormono” dicevano i vecchi. Sdolcinatezze, effusioni sentimentali erano bandite.C’era una vaga consapevolezza che il ragazzo potesse mancare di rispetto o che l’eccessiva confidenza potesse nuocere al ragazzo, il quale, privato di un’autorità superiore potesse imboccare strade diverse dalla retta via. Il pensiero dominante di allora era che “l’alberello si raddrizza da piccolo”. Così, incoraggiato spesso dalla famiglia, anche l’insegnante più tollerante a volte non si faceva scrupolo di eccedere in autorità, ben sapendo che mai nessun alunno sarebbe andato a riferire alcunché in famiglia, altrimenti avrebbe avuto anche “lu rieste”. Come era frequente il caso del contadino padre di famiglia che, tornando dalla campagna, appendeva la cintura alla sedia come monito ai figli per scoraggiare comportamenti scorretti, ma la vita del contadino era abbastanza dura, piena di sacrifici e di trapazzi, soldi ce n’erano pochi e i raccolti erano scarsi.