(07/06/2022)
LE CATTIVE COMPAGNIE


di Mario De Capraris

Da ragazzo a me i vecchi me lo dicevano sempre:“Riguàrdati dalle cattive compagnie. Stanne il più lontano possibile. Attento che quelle ti rovinano.”Ma puntualmente io non ho mai dato retta alle raccomandazioni e così è accaduto che……. ma forse è meglio partire dall’inizio.Dunque io per la poesia, come tanti, nutrivo un sano e radicato odio. Come vedevo, sfogliando un libro, una poesia, inorridivo. Quando il maestro o professore ordinava di imparare la tale poesia a memoria, per me equivaleva ad avere un castigo. Per quanto mi sforzassi, trovavo insopportabile imparare un verso. Non vi dico poi se si trattava di imparare i versi dell’Iliade, che, se mi fosse stato ordinato, che so io, di imparare “La morte di Ettore”, sarebbe stata la morte mia. In più ero stato doppiamente sfortunato perché l’amico personale, che non conosceva questa mia intolleranza, nella quotidiana passeggiata serale per le vie della città, mentre parlava, declamava addirittura versi. In particolare era un appassionato di Leopardi e, su tutto ciò che, passeggiando, posava lo sguardo, citava il Poeta. Per esempio, guardando i giovani che passeggiavano per il corso, ecco che recitava:“Tutta vestita a festa la gioventù del loco….. per le vie si spande” (da il Passero Solitario). Sentiva un colpo? Arieccolo pronto con:“Odi spesso un tonar di ferree canne” (dalla stessa poesia). E così via.Io lo ascoltavo lo ascoltavo e mi chiedevo quali interessi comuni ci unissero, visto che lui si perdeva nella poesia e io nell’avversione per la stessa; come mai ci fossimo trovati ad essere amici. Ma ero anche consapevole che non esiste l’amico privo di difetti. Col tempo poi mi è capitato di cambiare amici, ma sventuratamente chi più chi meno – sembra che me li capavo – anche il più scalcagnato, di straforo, doveva ficcare nel discorso qualche parola poetica e a volte aveva questa necessità di perdersi nella bellezza di un verso, come se non ci fosse altro di importante nella vita; come se avesse capito quanto tutto nel mondo fosse effimero e senza un senso, e non rimaneva che attaccarsi a quanto di più immateriale e senza un guadagno ci fosse: la poesia.Per conto mio però, potevo dire che fortunatamente non ero stato toccato dagli effetti nefasti che potevano provocare i comportamenti di tali amici. Non avevo preso la loro brutta strada, insomma. E pensando ai vecchi che avevano cercato di mettermi in guardia, ero soddisfatto che i fatti li avessero smentiti, in quanto erano passati gli anni e, ripeto, ero certo di avere passato indenne quelle sciagurate frequentazioni.Senonché un giorno – un giorno come tanti – successe che mi trovavo a fare una passeggiata nella pineta vicino casa in compagnia di un amico (questa volta uno normale non affetto da alcuna forma di devianza) e l’amico stava parlando quando è cominciato a piovere e allora (c’era la pioggia! eravamo nel pineto!) ho fatto segno all’amico di zittire e, ebbene sì, ho recitato:“Taci. Su le soglie del bosco non odo parole che dici umane; ma odo parole più nuove…. Piove dalle nuvole sparse…..” (da La Pioggia Nel Pineto di Gabriele D’Annunzio).Quando si dice le cattive compagnie. Altro che essere passato indenne dalle frequentazioni sbagliate.