(06/04/2017) IL RICHIAMO DELLA FORESTA di Mario De Capraris | ||
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Un paese per le sue ridotte dimensioni – ovunque volgi lo sguardo trovi campi, alberi, vegetazione - non è esagerato considerarlo una parte di campagna. Per cui non sembra sbagliato affermare che desiderare di tornare al paese significa anche voler tornare in campagna. È così che, negli anni che si è passati da una città all'altra, sempre le origini facevano apprezzare la fetta di campagna che si aveva la ventura di trovare vicina, fosse stato un parco o un giardino. Sempre l'odore di un inusuale fico nel parco risvegliava il ricordo, faceva tornare il vecchio desiderio. Succedeva quando si viaggiava in estate che il treno faceva una sosta imprevista in mezzo alla campagna e allora nel sentire l'odore della vegetazione, il canto degli uccelli, si faceva fatica a resistere al richiamo della foresta. Veniva quasi la voglia di calarsi giù dal finestrino e tornare là da dove si era partiti. Oppure se nella metropoli si abitava vicino a un giardino pubblico, chi non ha ascoltato la notte frusciare gli alberi e non ha sentito dentro qualcosa che lo riportava alle proprie origini? Come era anche facile che a giugno si prendeva il tram e si andava fuori città a cercarsi tra i campi quello coltivato a grano per sentirne il profumo. Che si sarebbe tornati – tornati nel senso di rimanere – questo era fuori discussione. Non è che uno va via rassegnato a non tornare più. Si va via, ma segretamente si è convinti che comunque un giorno si tornerà. E spesso era una convinzione non condivisibile perchè i nuovi compagni erano di città e sarebbe stato noioso parlare a loro di nostalgia, di convinzione di tornare ecceetera. Potevano mai essere argomenti interessanti? E, anche se si era tra compaesani, si poteva affliggere gli altri con tali pensieri deleteri? E intanto col fatto che non potesse interessare nessuno, il tempo è passato. Poi un giorno mi trovo in casa di una zia che era via da tutta una vita e lei ci tiene a farmi vedere il “Vocabolario” che aveva appena pubblicato Marchitelli. Gliel'aveva regalato una sua amica, compaesana, che si trovava in un'altra città in un altro posto nel mondo. Apro il libro e leggo la dedica che le aveva scritto l'amica: “Alla cara ….... per un ritorno alle nostre comuni radici. Con affetto. 7/9/1983”. Sia mia zia che l'amica avevano superato abbondantemente gli ottant'anni.
Infine, com'è d'obbligo, si ritorna e si fa la capatina nei terreni vicino il paese. E è incredibile quanto a tratti la strada abbia pendenze di cui non ci si ricorda più. È confortante constatare come l'ambiente abbia conservato quell'aspetto selvaggio di una volta, che stranamente si ravvisa ancora oggi. Insomma, mentre dappertutto nel mondo si è proceduto ad asfaltare, a buttare cemento, a distruggere, qui al contrario non solo non si è sottratto suolo al territorio ma addirittura si è fatta opera di rimboschimento. Di fronte allo stesso campo di grano che veniva coltivato cinquant'anni fa – la ex proprietà – si ha la sensazione che qui la natura non sia un bene da depredare, da sfruttare, bensì da proteggere, da rispettare. Qui, nella campagna delle origini - lasciati il rumore, l'inquinamento e il vociare vacuo della città – ci si rende conto di trovarsi di fronte ai valori veri. Un volatile si è appena alzato in volo e la sua apertura alare supererà il metro: di quale specie si trattava? Si sente il ronzio di una mosca e poi anche il fruscìo del grano, prossimo a essere mietuto. Viene da pensare che è passata un'epoca: quella dell'ubriacatura dell'inurbamento. Adesso è come se fosse passata la sbornia. Ora si è pronti per tornare ad essere quelli che vivevano nelle masserie, che passavano le estati nelle campagne, che sapevano vivere tutta la noia eppure tutta la bellezza di un'esistenza in quelle che a noi di città appaiono oggi delle grandi lande desolate.
Mario De Capraris | ||