(26/03/2017)
PRESSO IL PONTE ROMANO


di Mario De Capraris

Non c’è  niente di più piacevole in una delle splendide giornate primaverili che farsi un giretto per i luoghi del cuore. E allora, superato il casello di Candela e imboccata la 101, ecco sul rettilineo stagliarsi, dimessa ma inconfondibile, la sagoma del Ponte Romano. Un manufatto dell’epoca romana è un richiamo irresistibile, così ci si ferma spinti dalla curiosità. Non si incontra tutti i giorni una testimonianza di tanti secoli fa. Sotto il ponte una volta scorreva il fiume Calaggio. Un’allodola fa il verso frettoloso, ferma nel cielo. Questi luoghi ridenti e ameni, un paesaggio talmente paradisiaco, nulla fa pensare che invece nel 293 a.c., più in là – a sud, nella valle del Calaggio, a Lacedonia – si combatté la battaglia tra Romani e Sanniti. Motivo della contesa? La Campania. I Dauni erano già alleati dei Romani. Ma i Sanniti ( l’esito di una battaglia è come le partite di calcio: nulla è scontato) erano tosti, un popolo irriducibile che, sebbene militarmente inferiore, contrastava Roma. Nella battaglia cercarono di tenere testa ai blasonati avversari ma furono sonoramente battuti.

 Uno direbbe troppo facile per Roma battere un avversario. Bella forza. Era una grande potenza. Invece anche Roma spesso buscava delle batoste fenomenali  come quella delle Forche Caudine, oppure un secolo dopo, proprio qui vicino – qualche chilometro più ad est, presso il torrente Carapelle, ad Ascoli Satriano – quando si scontrò con Pirro nel 279 a.c.. Questa volta il motivo della contesa era il controllo della Magna Grecia. Tutto partì dai cittadini di Taranto che entrarono in conflitto con Roma e, siccome si erano fatti furbi, chiesero aiuto, al di là dell’Adriatico, nientemeno che a Pirro (sono cose che abbiamo studiato a scuola) re dell’Epiro che era una zona che comprendeva un poco dell’Albania attuale e un poco di Grecia settentrionale. Quale scacchiere di potenze esisteva allora nel Mediterraneo. Insomma per farla breve, Pirro intervenne portandosi come al solito appresso la cavalleria pesante, cioè gli elefanti  e vinse, ma, talmente furono le perdite, che fu come se non avesse vinto. Infatti la cosa passò alla storia come la “vittoria di Pirro”, cioè una vittoria equivalente a una sconfitta.  

Ma la battaglia che vide i Romani veramente incapaci e sconfitti in maniera incredibile e pesantissima avvenne, come si sa, qualche chilometro ancora più a est, a Canne, vicino Barletta, 63 anni dopo, nel 216 a.c.. Presso il fiume Ofanto, Annibale, il cartaginese avversario di Roma, evidentemente sottovalutato, mise in atto una strategia militare passata alla storia, che è studiata ancora oggi nelle accademie di mezzo mondo, la famosa manovra a tenaglia.