(08/03/2017) I TETTI di Mario De Capraris | ||
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I TETTI Facendo seguito alla poesia di G. Castello “Tìttele”, cerco di finire la critica che avevo cominciato nel Libro dei Saluti. Guarda caso è da un po’ di tempo che sto combattendo, senza arrivare a una conclusione, su un acquerello (e china) che raffigura uno scorcio di tetti di Sant’Agata. Non potete immaginare i colori di cui sono fatte le tegole (l’irmece) consumate dal tempo e dalle intemperie! Si va dall’ocra al marrone chiaro al bianco, al grigio e a tanto altro. Una tegola, si puo’ dire, racchiude tutta la tavolozza. Al riguardo sono un dilettante, però sull’argomento parlerò più avanti. I tetti rivestono una particolare importanza per chi è paesano perché fin da ragazzi lo sguardo non faceva che posarsi sui tetti. Questi erano dappertutto. Insomma c’è un rapporto particolare. (Un cittadino non si sognerebbe mai di pensare ai tetti.) Un tale rapporto, quindi, che ecco, Giovanni li ha umanizzati; aspettano chi è andato via, perché è ovvio che chiunque è emigrato non puo’ che tornare. Oppure - sempre nella poesia - i tetti fanno la guardia. Ed è evidente a cosa fanno la guardia: alle radici di chi è andato via, ai ricordi, al mondo dell’infanzia. I tetti aspettano, come se il legame con il paese dovesse passare necessariamente tramite di loro. Nella poesia sono descritti solo elementi della natura: i tetti, la pietra, il sole, la neve, le case, il vento, il tempo. Non ci sono presenze umane. La sola umanità che viene descritta non è nemmeno viva: è l’emigrante che torna morto. E anche allora non interviene nessuna persona. Ma interviene, manco a farlo apposta, un altro elemento non umano: la campanella che suona (la speratura) accompagnando il poveraccio al cimitero. Una poesia fatta di cose. E ora, come dicevo prima, parliamo di pittura. Dunque, nei pochi ritagli di tempo libero mi sono sempre dedicato alla pittura, da dilettante ovviamente (non so con quali risultati), spesso non in modo continuativo e senza aver fatto studi. E come tutti i dilettanti copiavo. Copiavo fotografie di tramonti, di quadri, foto di monumenti, chiese. E avrei copiato tutta la vita se non fosse che un giorno incontrai il “mio maestro”. Era un amico più vecchio di me, autodidatta, che quando seppe che copiavo rimase annichilito come se gli avessi appena confessato di avere commesso una serie di delitti: “E nei quadri che hai fatto fino adesso hai sempre copiato?” disse incredulo. “Sì” risposi confidando nella mia innocenza. “Ma il vero artista deve creare” disse lui. “Il soggetto da dipingere deve essere nella mente. È compito dell’artista trasferire questo soggetto sulla tela. Deve essere la mente a guidare il pennello, perché se il pennello dovesse copiare la realtà, tantomeno una foto, l’artista non creerebbe nulla e il suo lavoro sarebbe inutile. Diceva Picasso: ‘L’artista è come un cieco. Non dipinge ciò che non puo’ vedere, ma dipinge ciò che vede nella sua mente.’” E questo discorso me lo ripeteva tante di quelle volte e mi faceva vedere tanti dei suoi quadri creati con la mente che alla fine disse che dovevo assolutamente avere in casa un suo quadro che potesse ispirarmi. Così mi vendette una sua tela, però, per consolarmi dell’esborso, disse che in compenso avevo una sua firma in casa. E dire che pure io, appena il giorno prima, avevo lasciato la mia firma a qualcuno, però non avevo avuto soldi in cambio, anzi ci avevo rimesso: avevo firmato una cambiale! Perciò abbandonai le fotografie da copiare e cercai subito la figura che dovevo dipingere. Pensa che ti ripensa, trovai il soggetto: una scena di campagna (ormai ero deciso: senza assolutamente copiare nemmeno dalla realtà.) E man mano che dipingevo mi rendevo conto che era una teoria campata in aria. Però terminai il dipinto e lo appesi pure in soggiorno. Ma più passavano i giorni e più mi rendevo conto che la prospettiva era sbagliata, le proporzioni altrettanto, una persona raffigurata sembrava che aveva appena avuto il colpo della strega, un cavallo sembrava una pecora, una pecora sembrava un cavallo. Alla fine il quadro l’ho tolto dal soggiorno. L’ho messo nel box sotto casa. | ||