(04/03/2017) LI TITTELE DI GIOVANNI di Alfonso De Capraris | ||
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Li tìttele di Giovanni. Poesia stupenda, sciorinata, tra l’altro, in un dialetto perfetto, che conferisce alla stessa un fascino tutto suo, versi che mi fanno tornare alla mente un tempo passato di quando fanciullo sfollato da Foggia bombardata mi affacciavo alla loggia di casa mia, e vedevo sotto di me un mare di tìttili, e pensavo fra me e me: ma quando sono stati fatti? Da quanti anni o secoli stanno lì? E chi li ha fatti? E perché? Ovviamente per rispondere alla loro prima funzione: difendere la casa dalle intemperie; ma c’era ben altro, perché di generazione in generazione i tetti di Sant’Agata sono stati anche testimoni e, nello stesso tempo, custodi fedeli di vicende umane, storie di famiglie, storia di un paese, per conservarne e tramandarne il ricordo incancellabile. Rivedendoli oggi, il pensiero corre a tutti coloro che con le loro storie un tempo hanno vissuto in quelle case, coperte come se fosse stato un mantello da quella distesa re tìttele, e che ora non ci sono più, i vari Fiamóse, Call Call, Ngarrète, Muscìlle, Carnuèle, Cecurièrre, ròn Flurìnde, Carmalòne, Turìne, Marascióne, Pussèsse, Sestìne, Tenghenièrre, Giungécchia, Seppandònie, Ciocia, i miei nonni Barbato, tutti scomparsi, l’ìrmece invece no, immobili, immutabili ed inamovibili, gelati dalla neve o bruciati dal sole rovente stanno sempre lì, fermi, per continuare a proteggere nuove storie umane. Vien da dire che se ad Eboli si è fermato Cristo, a Sant’Agata si è fermato il tempo. Alfonso. Li tìttele re lu paése mije (giovanni) | ||