(16/02/2017) IL RITORNO DEL POETA di Mario De Capraris | ||
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Ogni volta che mi ero imbattuto nella poesia “E ije torne”, di Gino Marchitelli, mi ero sempre chiesto come mai il Poeta, nel tornare al proprio paese, fosse assalito da un sentimento che addirittura sconfina nel dolore. Che il ritorno al proprio paese potesse essere motivo di scontentezza.era qualcosa che non riuscivo a spiegarmi. Perciò attribuivo la cosa alla sua eccessiva sensibilità, alle doti di poeta malinconico e decadente. La sua opera, quella più rappresentativa, aveva l'aspetto di un lavoro non portato a termine perchè non aveva provveduto a chiarire il mistero del perchè il ritorno gli procurasse “sèmbe la stessa pena, 'mbiette sèmbe na 'ndenaglia, acciaffa 'nganna, stringene lu core”. Eppure, non fosse che per queste brevi considerazioni – peraltro buttate là malvolentieri, come se, per la verità, avrebbe voluto tenersele per sé – per il resto è solo un susseguirsi di immagini, di tanti quadretti di un autore il quale, più che la penna, aveva usato il pennello. Una poesia fatta per lo più di affreschi di vita comune, usciti dalla mano di un pittore che, rivedendo le scene di vita a lui familiari, non resiste, mette mano ai colori e dipinge ciò che vede. “Na femmena che careca lu stiere, na giovane che père già na vecchia, nu viecchje strutte re fatiha, n'ome porta na vesazza”. Ma se il suo intento era solo quello di dipingere, cioè descrivere, perchè allora quel senso di inconsolabile? Perchè quella rassegnazione che pervade le parole di accorata sottomissione a un destino già segnato? Perchè quella pena nel rivedere il luogo natìo, i visi familiari, le cose che aveva amato e che avrebbe dovuto essere dolce rivedere? Finchè, come d'incanto, l'illuminazione. Ecco svelato l'arcano: il Poeta torna e, nel rivedere il suo mondo, è preso dalla consapevolezza di chi si trova al cospetto della bellezza e nello stesso tempo, conoscendo i limiti che sono insiti nella bellezza stessa, se ne addolora perchè sa che è soggetta a sfiorire, a non essere più la stessa, a tramutarsi in qualcosa di diverso. È la bellezza stessa, che, mentre gli si para dinanzi in tutta la sua sfolgorante scenografia a lui fin troppo nota, nel contempo, ricordandogli la sua caducità, non gli permette di goderne. Il ritorno, che aveva tanto desiderato mentre era lontano, si traduce in una spietata considerazione di una amara possibile realtà che solo lui, con la sua sensibilità, poteva prevedere. Le scene cui assiste, quelle che al mondo ama di più, quelle da cui è stato costretto a separarsi, che sono le “sue” scene, quelle che in quel momento lo rapiscono in tutti i suoi sensi, sente che possono rivelarsi sotto una veste non più fascinosa, possono cambiare, anche se, solamente, potranno cambiare in meglio. Lui lo annota soltanto: “li uagliune cu re scarpe rotte, n'ome sopa a nu ciucce”, ma con la sua saggezza di pasoliniana memoria (“io so”) sa che le scarpe rotte di quei ragazzi e quell'uomo sull'asino, non ci saranno più perchè sostituite dalle scarpe nuove del benessere e dall'automobile. In questo caso lo sfiorire, di cui si è detto, è da intendere riferito al cambiamento. Un paese cambiato – che sia globalizzato oppure, più semplicemente, progredito economicamente – non susciterebbe più nel Poeta quell'emozione che lo rapisce al ritorno. Chiunque va via, la prima preoccupazione, quando torna, è quella di verificare che tutto sia rimasto uguale. E allora l'impegno del Poeta, intanto, fu quello di cristallizzare ciò che vedeva, in modo che nessun tempo, nessun progresso potesse cambiarlo, preso come era dal pensiero che potesse sparire anche una minima parte. Noi, che siamo i diretti discendenti del Poeta, dopo le sue poesie, ogni ritorno non è stato più come prima. Quando si torna, mentre si attraversano le campagne, mentre si arriva al paese e si rimane stupiti nell'osservare il contesto a misura d'uomo, i colori, l'aria, i sapori, realizziamo come un dato di fatto che non rischiamo la sindrome di Stendhal, perchè ormai guardiamo con gli occhi del Poeta, e questo ci dà la calma necessaria per quando saremo in città, perchè sia la nostalgìa che il rimpianto più struggente non ci coglieranno a tradimento come in passato. Basterà pensare al Poeta che si è preso la pena per tutti, per cui non sarà necessario aggiungerci la nostra. Mario De Capraris
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