(09/11/2016) SANT'AGATA DI PUGLIA : IL CIRCOLO di Michele Antonaccio | ||
![]() Antico Municipio opera pittorica del Maestro A.Bergantino al piano terra erano ubicati i circoli | ||
Le popolazioni sparse a valle che avevano a lungo combattuto eroicamente contro i romani per ottenere la cittadinanza e gli stessi loro diritti si raggrupparono alla caduta del potere centrale e al passaggio dall’evo antico a quello medioevale in casolari, fra cui Santa Maria d’Olivola e San Pietro. Divennero presto facile bersaglio di continue incursioni e vittime di saccheggi da parte dei bizantini, goti, longobardi, predoni d’ogni specie, saraceni compresi. Fu necessario allora abbandonare la pianura e insediarsi sulla montagna. Sorse così S. Agata in un punto strategico e d’incontro di civiltà diverse, conteso da chi da Ascoli Satriano si muoveva verso il nord e soprattutto da chi dall’Irpinia voleva estendere il dominio verso la Daunia. Gli abitanti vi trovarono finalmente una certa sicurezza per dedicarsi ai lavori della campagna, all’artigianato e alle pratiche religiose. L’influsso bizantino sembra segnare il suo limite con le bianche costruzioni che lambiscono la cima della montagna di via Monteforte su cui troneggia il castello longobardo impiantato là dove si trovava un tempio romano. Si notano ancora le lunghe scalinate esterne delle prime case, gli archi, le logge, i pianterreni ornati dal profumato basilico, l’erba regia, Basilico, in barattoli di fertile terra nera, appesi nelle « trasonne » ai muri laterali poco distanti dagli stipiti di stile orientale, del quale il Chiancato, con il suo incomparabile e ben conservato claustro, è l’espressione più evidente. Là sorse il primo circolo! Man mano che il paese si estese verso sud si spostarono anche i circoli, prima alla piazza vecchia e poi nell’attuale piazza, ove ne sorsero ben tre, quello d’Unione, degli operai e degli ex combattenti. Solamente quest’ultimo è rimasto al suo posto in seguito al tanto chiacchierato abbattimento della vecchia sede municipale. Esso è regolato dal nuovo statuto nazionale del 24 giugno 1949. I soci manifestano il culto della Patria, glorificano i caduti, osservano una rigida disciplina, restando attaccati alla propria Arma e chi è appartenuto al Corpo fondato da Alfonso La Marmora ripete spesso, con una certa spavalderia, il noto motto: « bersagliere a venti anni, bersagliere tutta la vita ». Gli aviatori parlano delle loro acrobatiche gesta nei cieli dell’Europa e dell’Africa, i marinai delle imprese nel Mar Mediterraneo e nell’Adriatico e, i più numerosi, i commilitoni della fanteria, la « Regina delle battaglie », affermano costantemente che se le varie specialità contribuiscono a raggiungere la Vittoria, sono le scarpe chiodate dei fanti a mantenere le posizioni conquistate. C’è chi preso dalla mania di narrare gli episodi di cui è stato protagonista lo fa con tanto calore da aggiungere ogni volta qualche particolare nuovo. Ne vien fuori una favola alla quale nessuno presta più fede e ci crede solamente chi, degno di Tartarin, ne è stato l’inventore. Coloro che avevano prima interesse ad ascoltarlo non riescono più a contenere l’indifferenza per un racconto divenuto ormai noioso. Il Circolo Operaio Ricreativo regola la sua funzione in base allo statuto del 25 marzo 1945: ne fanno parte muratori, sarti, barbieri e artigiani in genere che si considerano la spina dorsale del paese. Al passaggio di un corteo funebre le porte vengono socchiuse. Se il deceduto è un iscritto, sull’architrave è sistemato un grosso panno nero in segno di lutto; il bidello, circondato dai soci liberi da impegni, porta appresso al feretro la bandiera abbrunata. Raramente, per brevi periodi, si cade nei giochi d’azzardo, le bische sono subito soppresse e i trasgressori immediatamente espulsi. Il Circolo d’Unione, il Dopolavoro Professionisti e Artisti del periodo fascista dal 28 gennaio 1957 ha un nuovo statuto. Ebbe la maggior floridezza verso gli anni trenta. Poteva competere con quello di Candela, di Cerignola, di Lucera in piazza Duomo e con il sodalizio Dauno di Foggia fondato il 13 settembre 1897. Le relazioni sociali rappresentano una esigenza per il sollievo dello spirito: ne sono un’eloquente dimostrazione i salotti del diciassettesimo secolo in Francia a carattere letterario e quelli del diciottesimo con tendenza scientifica, i clubs in Inghilterra, la nazione tradizionalista per eccellenza e in America, ove, per il deterioramento dell’istituto della famiglia, il circolo si sta sostituendo all’abitazione individuale. I Santagatesi all’estero, in Lombardia, a Foggia, a Roma, a Torino costituiscono associazioni per ritrovarsi e tener desti i legami con l’ambiente di provenienza. Un incontro fortuito fra coetanei vecchi conoscenti può favorire la comparsa istintiva di immagini dimenticate che impegni giornalieri e abitudini avevano sepolto nell’inconscio, come asseriscono gli psicologi e che, quando riappaiono, sono invece libere dall’ansia della caducità perché extratemporali e perennemente vive in noi. E’ il fenomeno che si verifica anche per i monumenti e le antiche costruzioni che dopo millenni ritornano alla luce nella loro genuina autenticità, eliminate le croste che vi si erano sovrapposte. Un mondo che sembrava estinto con le sue caratteristiche, la sua maniera di esprimersi, per effetto della memoria involontaria, ritorna a noi e s’impone con il ricordo nitido del passato non più sottoposto alla mortalità, se diviene oggetto di vera opera d’arte. Personaggio di primo piano di quel sodalizio era un avvocato, snello, il viso piuttosto lungo, capelli lisci, colorito fra il bruno e l’olivastro, con l’inseparabile uncino. Sapeva attrarre la gente che volentieri rincasava tardi la notte per sentirlo parlare perché esercitava un fascino straordinario per il suo stato di « vigilato » e per il suo passato di comunista intellettuale, oppositore nella Campania del movimento fascista sul nascere. I giovani per essere accolti nella famiglia dei soci dovevano conoscere le regole di Chitarrella, aver conseguito almeno un titolo di scuola media superiore se non esercitavano una attività, saper giocare il tressètte, così chiamato perché in origine chi aveva tre sette faceva un punto. Intanto potevano da spettatori assistere dalla soglia alle partite di bigliardo, s’inoltravano di pochi passi quando il severo bidello s’assentava per un’ordinazione al bar, mostravano entusiasmo per l’atteggiamento che il provetto giocatore assumeva: la mano sinistra ben piazzata sul tavolo, il dorso a forma di ponte, il pollice in fuori leggermente sollevato per far da guida alla stecca impugnata con scioltezza dalla mano destra ed esplodevano in applausi se la palla d’avorio, spinta dalla punta ricoperta dal girello di cuoio, con uno strato di gesso, per l’effetto ricevuto, faceva carambola con le altre che finivano nelle buche della sponda opposta, non senza aver determinato la caduta dei birilli sui panno verde. Importante era il censore a vita, don Ettore Nova, dalle spalle quadrate, gigantesco, aveva voce possente. Era stato corazziere! Impareggiabile giocatore, richiamava chiunque commettesse una gaffa: bastavano poche sillabe per far ammutolire perfino una persona di spicco come don Antonio, il generale, scattante, gli occhi vivaci, di media statura, in grande considerazione per essersi distinto in alcune azioni dopo Caporetto e per essere stato maestro di balistica del principe ereditario, Vittorio Emanuele, divenuto poi Re d’Italia. Non ne era esente don Ciccio, insigne magistrato, senatore, alto, il pizzo brizzolato, lo sguardo espressivo, dal portamento solenne. Don Ettore non sceglieva mai il compagno di giochi, si affidava alla sorte: i possessori del quattro e del cinque denari formavano una coppia, gli altri due gli avversari. Al primo errore emetteva una specie di sospiro contenuto e poi pronunziava una serie di rimproveri violenti: « Non hai visto lo scarto, con la mia napoletana sesta e il mio “buongioco” di tre due potevamo far cappotto, non hai osservato le scartine, schiappa, sei degno di passare al tavolo dei colonnelli!». Questi ufficiali famosi all’estero per i colpi di Stato erano celebri a S. Agata perchè pessimi tressettisti; quando si trovavano in tre non riuscivano mai a trovare il quarto ed erano costretti a giocare con il «morto ». Investito dai cicchetti lo sfortunato compagno in quei mo mento avrebbe voluto eclissarsi, biascicava qualche frase di discolpa verso gli spettatori che, in piedi, intorno al tavolo, implacabili, gli davano torto, « se il raccoglimento non è completo », dicevano, « si perde e non ci si distrae dalle ansie comuni ». Al tempo della scoperta della radio, i primi tentativi di fare funzionare i rudimentali apparecchi furono effettuati da marconisti appena congedati. Una grande moltitudine di persone assisteva davanti al circolo agli esperimenti dei tecnici improvvisati, che, con lunghi prolungamenti di fili di antenne fra un tetto e l’altro, cercavano di captare le onde. Dopo numerose prove, e un ennesimo disappunto, si sentì, quasi improvvisamente, un rumore confuso, diverso dai soliti. Tutti si fissarono: cosa era successo?, il radiomarconista, da personaggio divenuto già importante, al centro della folla emozionata, poté finalmente esclamare in tono altezzoso: « se siéntene le prime sfarchisce! ». Si arrivò pian piano ai suoni più distinti dell’emittente da Napoli, i.R.A. e, successivamente fu trasmesso il bollettino meteorologico per la navi da pesca di piccolo tonnellaggio! Erano le sedici d’una meravigliosa giornata dell’aprile del 1927! Le distanze s’annullavano, S. Agata non rimaneva più il paese isolato fra i monti, il miracolo della radio si realizzava e il circolo confermava di essere il cuore della vita cittadina! Gli orari delle varie attività erano regolati dalle campane: al mattino l’Angelus indicava ai ragazzi il momento di andare a scuola e, a chi ne avesse avuto interesse, l’apertura del circolo, a mezzogiorno l’ora del pranzo e della momentanea sua chiusura fino al Vespero, a Ventiquattrore, a lavoro compiuto i consoci potevano tranquillamente riunirvisi al mesto suono dell’Avemaria, « una di flauti lenta melodia », secondo il mirabile verso dell’inno a Satana. Trore juorne era commovente per i santagatesi che interrompevano qualunque cosa stessero facendo per recitare il Credo a ricordo del Redentore crocifisso, mentre i trentatré rintocchi si diffondevano nelle campagne, oltre le colline circostanti. Sembrava che il sentimento di S. Antonio Maria Zaccaria, vissuto oltre quattro secoli fa, medico e religioso santificato da Leone XIII, permeasse quello santagatese per il suono delle campane e il posto in cui si trovava il circolo il più idoneo per udirlo. Erano voci che nelle grandi solennità giungevano tutte insieme dai cinque campanili ed ognuna con il suo tono pur nella generale sinfonia: da S. Andrea fra il baritono e il basso, dalla Madonna delle Grazie fioche e lontane, chiare e rapide da S. Antonio, alte e sonore da S. Nicola per l’abbondante quantità d’argento fuso con il rame, io stagno e il piombo; leggeri, alati, infantili s’inserivano i rintocchi ritmici dell’orologio della torretta campanaria dell’antico Comune con cronometrica precisione e si dileguavano presto lasciando un’eco simile al tintinnio di monetine di metallo lanciate a gruppi di ragazzi, in occasione di particolari ricorrenze, sul lastricato di basalto. La piazza sembrava divenire un’armoniosa orchestra che sprigionava una musica d’indescrivibile soavità! Interessante anche osservare dal circolo la partenza della carrozza di posta diretta a Candela, uno spettacolo da ammirare quello di vedere, verso la fine di giugno di ogni anno, partire il notaio, sempre gioviale, con paglietta alle ventitré, abito di lino, cravatta bianca svolazzante, fazzoletto rosso a sbuffo dal taschino, il bastoncino nella mano destra. Arrivava con passo svelto e, dopo un rapido saluto agli amici che dal circolo lo riverivano, prendeva immediatamente posto nella prima classe, in fondo alla vettura, separata dalla seconda da un tramezzo, lo seguiva il fratello prete ansimante, la fronte imperlata di sudore, impaziente di sedersi. Ultima la cugina, un’elegante massaia che sembrava però una matrona, andatura misurata, gesto controllato, rispondeva garbatamente agli ossequi, compiaciuta della stima che godeva, si fermava di proposito con un piede sul predellino come per nascondere l’impaccio di trovarsi in piazza tra gente che mal celava l’invidia e la meraviglia per quei fortunati che andavano in zone tanto decantate per le bellezze naturali e, trascorsi alcuni secondi, entrava risoluta anche lei mostrando di spalle ai presenti l’abbondante crocchia di un nero lucente dietro il capo. Al centro del divisorio fra la prima e la seconda classe c’era un finestrino che veniva aperto solamente quando il postiglione doveva comunicare eventuali notizie relative al viaggio. Il posto a cassetta rappresentava la terza classe. Scrupolosi osservanti delle prescrizioni dello specialista di Napoli, essi si recavano a Castellammare di Stabia per le acque termali e per la cura dei fanghi. Una scena davvero comica che si offriva alla vista dei curiosi nei pomeriggi canicolari era quella di alcuni obesi signori, per la maggior parte impiegati, seduti su comode sedie, l’enorme pancia cadente sulle ginocchia, schiacciare il più saporito dei pisolini! Malinconico colui che partiva da S. Agata rimpiangeva il circolo luogo veramente atto alla distensione della mente e dei nervi. Sulla strada panoramica, incastonata nel monte della Croce, dal veicolo che lo portava verso Foggia, incessantemente girava il capo per vedere ancora una volta il paese, che si sottraeva alla vista alle tre curve per riapparire alla « Madonnina » a « Monte Rutunne », al Viticone sparire di nuovo e infine farsi notare, appena al di là del bivio di Castelluccio, nella contrada Bongo, non più nel suo gioioso aspetto piramidale con terrazze e balconi esposti a sud, ma nella forma di un indistinto cono racchiuso in sé, come un cipresso, per la tristezza della partenza di un suo figlio. Se è vero che la mentalità è in parte cambiata e i circoli sono ora in ribasso come alcuni rinomati caffè, il Gàmbrinus focolare della belle époque napoletana e il caffè Aragno di Roma, famoso per la terza saletta riservata ai letterati, è sempre vera la massima, « Nihil sub sole novum! » e, pur non volendo essere esageratamente ottimista alla Leibnitz: « Tutto è per il meglio nei migliore dei modi possibili », si può sperare che, caduta l’effimera moda, il senso artistico e l’equilibrio ritorneranno; non sarà più in voga la canzone « Maledetta Primavera » e il circolo per antonomasia, senza discriminazione di ceto, nonostante l’appellativo di galantuomini, offrirà nuovamente il piacere dell’incontro fra persone amiche, pronte alla conversazione serena, alla battuta di spirito, alla critica degli avvenimenti locali, mai stanche di osservare gli interminabili sopra e sotto di chi passeggia in piazza, sarà il luogo dei trattenimenti eleganti e continuerà ad essere il perno principale intorno al quale si svolgerà la vita del paese. Poiché non è possibile utilizzare gli angusti vani del prònao antistante il municipio, il Circolo non può essere sostituito da una sede sindacale o di partito, ma deve essere il luogo da ricercare ove s’incontrino e si possano fondere vitali esperienze stratificate attraverso decenni e da proiettare nel futuro per la sopravvivenza di una civiltà e di alcuni sani costumi che non debbono perire. MICHELE ANTONACCIO | ||