(12/10/2016)
SANT'AGATA DI PUGLIA :USI E COSTUMI DI UNA VOLTA


di Mario De Capraris

Fra tutti i parenti zio Vituccio era l’unico ad avere lu stringeture (il torchio) per le vinacce. Tenuto nella parte più interna della casa di via Le Grazie, nella grotta buia, il torchio veniva fatto girare con la mazza infilata nell’occhiello, e il cilindretto, saltando, dava il classico rintocco. I tre cugini De Capraris si somigliavano: secchi come chiodi, impegnati tra campagna e paese, più campagna che paese, con la loro brava asina, ognuno con il loro passatempo di impagliare canestri. Quando si facevano la barba, davanti a un pezzo di specchio tarlato appeso all’uscio della masseria, la loro pulizia consisteva nient’altro che nel farsi la barba. Alle volte succedeva che sul piazzale sotto la Porta Nova portavano l’asina dal fabbro. Dalla strada si vedevano i carboni ardenti dentro la minuscola officina. Il fabbro (lu ferrère) lavorava il ferro soffiando col mantice sul fuoco e quando l’aveva reso incandescente usciva fuori della bottega e, facendosi aiutare dal padrone dell’animale, alzava lo zoccolo del quadrupede e ci fissava il ferro coi chiodi, spandendo tutt’intorno il caratteristico odore di zoccolo bruciato.

Quando si mieteva il grano, i mietitori usavano dei pezzi di canna infilati nelle dita per proteggersi da possibili tagli della falce, ad eccezione del pollice che veniva protetto da una guaina di pelle legata al polso. Durante la giornata, talmente l’arsuria, i mietitori non bevevano acqua ma vino per mezzo de lu ‘mbagliatierre che si passavano di bocca in bocca, oppure la fiasca, tenuta rigorosamente nel pozzo, che era il frigorifero di una volta.

In genere i contadini durante la giornata spesso  andavano avanti a frasi fatte, tipo se si mettevano a pranzare con la fame allora dicevano, dopo aver ingoiato il primo boccone:

“Lu maccarone è arrevéte ‘mbonda a lu rescetòne re lu père”.

Se, ritirandosi al paese, caricavano ogni tanto sull’asina dei rami per la stufa, dicevano:

“Pe lu vosche càreca càreca, pe la via péreta péreta”.

Se succedeva di poggiare le ginocchia a terra:

“Eh, ‘nda la chiesa nun ne ‘ngenucchième….”

Quando in casa per alcuni giorni si teneva il calzolaio, questi, abbastanza nervoso perché era costretto a passare la giornata imprigionato davanti al suo banchetto di quaranta centimetri, cuciva usando l’assuglia e sulla suola delle scarpe fissava re cendrerre, e alla punta e al tacco i ferrettini, così che, quando si camminava, si sentiva un suono metallico.

Il paese aveva di bello che ovunque andavi ti sentivi in famiglia, anche se la famiglia non ti seguiva perché era in campagna. Per esempio il teatro di Sant’Angelo era una meraviglia. Ma era proprio la chiesa di Sant’Angelo che attirava come una calamita, sia quando si andava a fare il chierichetto sia perché all’interno era tutta da scoprire, con il lungo corridoio che portava al teatro e poi all’atrio interno coperto dal tetto luminoso e poi si scendevano le scale che portavano alla tipografia e si usciva sull’altra strada. Ma oltre al teatro anche la scuola media Antonio Salandra sotto la chiazza non era male come punto di socialità, tipo quando nella palestra si faceva la festa per la consegna dei diplomi di merito che intervenivano tra gli altri anche il sindaco e il prete, e oltre al diploma regalavano anche l’Iliade e l’Odissea.

Il barbiere usava allora il rasoio lungo. Ogni tanto, dopo averlo pulito depositando schiuma e peli sulla schedina, afferrava la striscia di cuoio appesa al muro e molava il rasoio. Noi ragazzi, quando ci facevano sedere sulla sedia girevole, dopo averci fatto fare i giri previsti per divertimento, i garzoni prendevano la macchinetta – quella per tosare le pecore – e incominciavano a tosare partendo dalla base della nuca fino alla cima della testa. I garzoni durante la tosatura non facevano altro che chiacchierare, ma sapevamo che loro rappresentavano il gradino più evoluto rispetto a noi perché erano chiazzaiuoli.

In casa, sul comò del sottano c’era la radio Magnadyne dai colori marrone e beige. Sul vetro della parte destra erano scritti i nomi delle principali città del mondo. L’asticella verticale rossa si faceva scorrere con la manopola, e cambiando stazione l’audio passava da un fischio modulato a un improvviso pigolìo, infine a delle parole incomprensibili che dovevano venire chissà da quale etere lontano e che facevano pensare a quanto fosse grande il mondo.

Quando si partiva si conosceva il pulman, la cui porta era talmente spessa che quando la sbattevi era come chiudere una cassaforte. Per riporre la valigia sul pulman, si saliva sulla scala dalla parte posteriore e si lasciava il bagaglio sul tetto del pulman. Quando si trattava di riprenderlo, arrivati a Foggia, ci si augurava di non rompersi l’osso del collo.

Poi c’era la fiera al campo di San Carlo, che era tutto ricoperto di paglia. Si camminava sulla paglia. E fra le tante c’era la bancarella che vendeva i piatti. Il venditore aveva il microfono attaccato al collo e faceva un fracasso tremendo impilando i piatti per mostrare che non si rompevano. Cominciava col gridare che li vendeva al tale prezzo per poi scendere subito al prezzo inferiore e sempre così via facendo fino allo stordimento.

La salsa si faceva sul prato oltre il Calvario, oltre il Mulino. Si stendeva il pomodoro sulle lunghe teglie sorrette dai banchetti. E lì si passava la giornata sotto il sole aspettando che sia la conserva che i pomodori tagliati a metà si rasseccassero.

Allora non si produceva immondizia.