(08/09/2016)
LA MITOLOGIA


di Mario De Capraris

Tra i pochi libri delle scuole medie che m’è capitato di riuscire a conservare e che custodisco con cura c’è “Il filo di Arianna”, un libro sulla mitologia stampato  nel 1957 da editori Lattes. Era stato comprato di seconda mano da Rosalba, una ragazza che penso doveva abitare di fronte casa mia, figlia di Michelina, e che poi, come succede nei paesi, ognuno prende la sua strada e non ci si incontra più. La mamma Michelina e mia madre, una volta mi trovai a sentire un loro ragionamento che verteva non sui vestiti, su profumi o scarpe, ma, indovinate un po’? sulle stoppie. La comare Michelina raccontava che aveva bruciato le stoppie del suo terreno e però le fiamme erano diventate così estese che a un certo punto non era riuscita più a controllarle “E allora” raccontava “cuma Andunietta mia, mi sono buttata per terra e agge ritte: che si bruciasse tutto”. Ecco, questi erano gli argomenti che si trattavano a quei tempi.

Ma tornando a quanto stavo dicendo all’inizio, sembrerà strano ma il nostro paese affonda le radici nella mitologia visto che, come tutti sanno, la rocca che sorgeva originariamente era intitolata alla dea Artemide (Diana per i Romani). La Dea era conosciuta per il fatto che amava aggirarsi in mezzo alla natura incontaminata ed evidentemente, visto l’ambiente che doveva esserci allora, per il nome alla rocca  pensarono a lei. Artemide – veste corta, arco, frecce e faretra –quasi infastidita della sua bellezza,  era libera e indipendente e soprattutto non sopportava intromissioni nei suoi luoghi. Un giorno la Dea stava facendo un bagno nella sorgente insieme alle sue ninfe quando il cacciatore Atteone, la cui caccia preferita (come Artemide) erano i cervi, si trovò a passare per puro caso e, mentre scostava i rami degli alberi per farsi spazio sulla riva della sorgente, naturalmente posò senza volerlo lo sguardo sulle nudità della Dea. Immediatamente Artemide trasformò Atteone in un cervo che sbranarono i cani del cacciatore stesso. 

E sempre a proposito della mitologia, è curioso e singolare il modo di pensare che gli antichi avevano sulle donne. Sentite adesso.

Come è noto Prometeo aveva sottratto il fuoco da cielo e lo aveva regalato agli uomini. Zeus si era molto arrabbiato, però ormai era fatta e sarebbe stato impossibile tornare indietro, allora pensò di fare agli uomini un regalo che in effetti non era un regalo perché da questo sarebbero venuti tutti i mali per i poveri mortali. Voi adesso vi chiederete: qual era questo regalo? Era la donna. Infatti, dietro ordine di Zeus, il dio Vulcano impastò fango e acqua, e fece la donna che tutti gli dei fecero a gara per riempirla di attrattive, infatti fu chiamata Pandora (tutta doni) e le fu consegnato un vaso con l’ordine tassativo di non aprirlo. Pandora si sposò quindi con uno, uno davvero incantato. E poi lei, manco a farlo apposta, che cosa fece? La prima cosa che fece aprì il vaso e, come volevasi dimostrare, tutte le malattie, tutti i dolori del mondo compresa la morte, si riversarono sulla terra. Lei all’ultimo momento si accorse dell’errore che aveva fatto, ma ormai era troppo tardi. Richiuse lo sportello, ma all’interno del vaso era rimasta solo la speranza. Per dire, che a noi non ci rimane altro che sperare.