(04/08/2016)
MEMORIE DI UN EMIGRANTE


di Mario De Capraris

Io e Vincenzo raggiungemmo Gaetano quando ormai quest’ultimo era da molto tempo che abitava in città. Si era anche sposato. Appena arrivati, dopo il viaggio di notte in treno, ci portò a casa sua, dove ci presentò la moglie, milanese, e a mezzogiorno andammo a mangiare a casa della suocera, che trovammo indaffarata in cucina a preparare e anche preoccupata che il pranzo fosse di nostro gradimento.

Quando fummo a tavola, sempre la suocera ci chiese quali fossero le pietanze del nostro paese. Rispose Vincenzo che disse:

“Il primo piatto che mi viene in mente è lu ciambuotte. Pane cotto con verdura, cipolla e patate.”

Dalla finestra aperta venivano voci dal cortile. S vedeva la ringhiera che correva per il pianerottolo stretto e lungo. Una casa in città! Avere una casa in città sarebbe stato molto comodo piuttosto che la pensione che ci aspettava, il che però significava stabilirsi, e chissà perché ma il solo pensiero di stabilirsi era qualcosa che non si riusciva ad accettare, sebbene fossimo al Nord per lavorare.

Finito il primo piatto, la suocera disse:

“Per secondo vi ho preparato una bella orecchia di elefante.”

Beh, meglio che niente, pensammo io e Vincenzo, che per la fame ci saremmo mangiati anche la pelle di serpente. Voleva darci un’orecchia di elefante? Andava bene per l’orecchia di elefante. Dopo capimmo che si trattava della cotoletta. Mentre mangiavamo, guardavamo ammirati Gaetano che, beato lui, aveva tutta quella sicurezza del posto che chissà se un giorno l’avremmo avuta anche noi. Aveva guidato la macchina per Milano con tanta disinvoltura e adesso con la moglie parlava addirittura nel dialetto locale!

Ci rendemmo conto che noi non ci aiutava provenire da un piccolo paese, per giunta agricolo. Era come uno che è abituato alla bellezza e alla qualità dell’ambiente, e tutt’assieme se ne trova privo. Epperò stranamente sentivamo come un deficit aver vissuto tra i campi di grano, il sole forte, le colline, le masserie, il paese con pochi abitanti, la piazza con gli amici, l’aria buona, la vita a misura d’uomo. La città era tutt’altra cosa. Ecco che nella città, per giunta industriale, si cominciava a fare i raffronti con ciò che si era lasciato al paese. Veniva il momento che ci si faceva le domande: mettere radici in una città industriale? Possibile che bisognava voltare pagina passando così, senza possibilità di riflettere, dal mondo agricolo a quello industriale? E era proprio necessario fare questo cambiamento?

Nei giorni che vennero, nonostante tutto, la città mostrava le sue bellezze, come alcuni scorci o le opere d’arte o l’incantevole capacità di esprimersi di quelli del posto e i modi di fare pieni di garbo. E forse per via dei suggestivi paesaggi che sapevano offrire i Navigli, sarà per questo che una delle trattorie preferite si trovava in quella zona. Di quella trattoria rimane il ricordo della tovaglia a scacchi, la cotoletta (che il cameriere ripeteva ogni volta ma con la e molto aperta) la cassoeula, i nervetti, oltre al risotto allo zafferano.

Nelle interminabili chiacchierate al tavolino dell’osteria, con Vincenzo  spesso non si faceva che parlare del nostro paese, di quanto in futuro sarebbe stato bello viverci. Non ci chiedevamo se la cosa fosse realizzabile ma era essenziale immaginare il ritorno alle origini. Quando Gaetano ci faceva compagnia, noi sapevamo che lui non amava fare questi discorsi perché ormai si considerava milanese e non era nostalgico come noi poveretti.  Poi successe che i primi di agosto io e Vincenzo ci preparammo per partire per le vacanze e quindi per scendere al Sud. Gaetano insieme alla moglie ci accompagnò alla stazione Centrale e, mentre il treno partiva che salutava, ci parve che tutt’assieme aveva perso la sicurezza che l’aveva sempre accompagnato. Per un momento ci sembrò debole come noi che non resistevamo al richiamo delle radici. Dava l’impressione che avrebbe  voluto partire anche lui, ma non gli era più possibile.