(28/07/2016) LA CUPETA di MaestroCastello | ||
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Per venire da Roma a Sant'Agata imbocco solitamente la Roma-Napoli e, giunto a Caianello, prendo per la statale 372, detta anche Telesina, che porta a Benevento nel Sannio. Guardo i vigneti rigurgitanti di vitigno aglianico, i campi messi a tabacco e la folta vegetazione che mi fa pensare immancabilmente agli antichi Sanniti e alle forche caudine che fecero subire ai potenti Romani. Dopo un percorso a velocità ridotta e controllata, si staglia finalmente all'orizzonte la città di Benevento, un tempo Maleventum, che mi ricorda il Seminario Maggiore che avrei dovuto raggiungere da ragazzo; ma presi altre strade, poi mi ricorda la strega di Benevento, un liquore molto forte in una bottiglia dall'etichetta giallina e, soprattutto, penso al torrone che mangiavamo da bambini e che a Sant'Agata chiamavamo " la cupèta". Questa leccornia si trovava sulle bancarelle che i forestieri attrezzavano in piazza durante la festa patronale di San Rocco o festa grande, come la chiama Toni Santagata in una sua canzone, festa che cade il sedici di agosto di ogni anno. CUPÈTA deriva dal latino "cupida" che vuol dire "desiderata". La copeta "cupida" o "cupita", che veniva desiderata per la sua bontà, viene citata da numerosi scrittori latini, tra cui Tito Livio, la cui paternità è attribuita addirittura ai Sanniti. La copeta viene riconosciuta come l'antenato del torrone di Benevento: un torrone bianco molto compatto, insaporito con nocciole, mandorle e, molto spesso, pistacchi. Molto buono è il "torrone allo strega" che trae il suo nome dall'omonimo liquore locale che viene impiegato per ottenere questa sfiziosa varietà. Tornando ai ricordi infantili e alle feste di paese, sulle bancarelle trovavano posto, oltre alla cupèta, il croccante fatto di zucchero e mandorle, le arachidi abbrustolite che noi chiamavamo noccioline americane, re fascianèrre ovvero carrube essiccate, lacci di liquirizia, lupini, semi di zucca, semi di pistacchio. Le cose che in quei giorni di festa mi incantavano più di tutte le altre erano: "lu rutiélle" e i fuochi in piazza. Lu rutiélle era una specie di roulette artigianale che un ameno signore di Sant'Agata, Ròn Gaitàne, praticava in piazza quand'era San Rocco e durante altri giorni di festa. Lu rutiélle era composto da un'asta che aveva alla punta una pellicola che, girando su un'asse di legno, sfregava dei chiodini posizionati su una circonferenza numerata. Tra un numero e l'altro c'erano questi chiodi, in modo che l'estremità dell'asta, una volta che si fermava, si posizionava esattamente su di un numero preciso. Era divertente sentire lo sfregolìo dell'asta e l'attesa della gente che aveva puntato chi 50 e chi addirittura 100 lire che erano tante per quei tempi. I fuochi in piazza erano il momento conclusivo e, per me, più emozionante della festa. A mezzanotte spegnevano tutte le luci in piazza ed iniziavano i fuochi pirotecnici, attaccavano a sparare la santabarbara apparecchiata sulla piazza nuova. Noi, con le mai sulle orecchie, sembravamo spaventati dai botti, ma in cuor nostro desideravamo che questi durassero all' infinito. La mia attesa maggiore era per i colpi finali che solitamente erano tre, uno distanziato dall'altro. L'ultimo creava attesa perché era il più forte e nello stesso tempo delusione, perché era quello che concludeva la festa e sapevamo che ci sarebbe stato da aspettare un intero anno, perché come dice la canzone: " Stasera a lu paése è festa grande, da noi la festa vène na vóta a l'anne ". | ||