(18/11/2015)
CHIACCHIERE AL BAR


di Mario De Capraris

Di sera, al bar del corso della zona pedonale, nella saletta interna, c’è già abbastanza gente che chiacchiera, perciò tra amici si sta avvedutamente zitti mentre si sorseggia la bibita al tavolino.

Sandro è assorto a smanettare con lo smartphone, ma a un certo punto alza lo sguardo e dice:

“Avete letto quello che ha scritto il Maestro Castello sul dialetto?”

“Sì” dico io “ma è di qualche tempo fa.”

“Lo sapete perché il Maestro esorta a parlare in dialetto, ne prende le difese, insomma cerca di preservarlo?”

“No, perché?” dice Luigi.

“Il perché lo sa pure lui.”

“E cioè?”

“Che il dialetto ha la sorte segnata, si avvia a diventare una lingua morta alla stessa stregua del latino.”

“Beh, per il momento lo parliamo ancora. Come si fa a dimenticare vocaboli che hanno tutt’altra etimologia rispetto all’italiano, tipo maccature, velòmmera, re ggrègne, ru ccurme, li zìrpele, l’asierre? Ci sono parole che sono un libro aperto sull’origine dei Dauni, i quali, come dicono, provenivano dall’Albania e, a giudicare dalle parole resistenti alla romanizzazione, hanno conservato molto delle proprie origini.”

“Al posto vostro il dialetto non lo difenderei tanto. Ve lo devo dire io che quando siamo stati al Nord non ci è stato d’aiuto? Vi ricordate a Milano quando si trattava di parlare in italiano che ci veniva la p al posto della b, la d al posto della t? La fatica per imparare la esse dolce! E quando ci mangiavamo le desinenze?”

“Io non me ne sono mai fatto un problema?”

“Lo vedevi che c’era chi sapeva padroneggiare di più la lingua perché proveniva da una regione più vicina all’Arno? Non vedevi la differenza con noi che provenivamo chi dal Frugno e chi dal Calaggio?”

“È tutta una questione di fiumi!”

“Eccome. Manzoni che fece? Non andò a lavarsi i panni nell’Arno?”

“Vabbè, ma lui doveva scrivere il romanzo.”

“Avevo amici che in dialetto erano una potenza. Messi a parlare in italiano si bloccavano.”

“Purtroppo a noi è stata la TV che ha distrutto i dialetti. Ognuno ha sentito parlare in TV l’italiano senza inflessioni e ecco che quello è diventato il punto di riferimento.”

“Voi vi state a rimpiangere il dialetto. Quello, è già l’italiano e vive momenti difficili che siamo pieni di parole inglesi….. Dimmi tu se è normale che un popolo - con tanto di lingua propria che Dante si è dannato l’anima per arrivare a una lingua adatta a tutti - si deve mettere a parlare la lingua di altri. Non sarò un grande sostenitore del dialetto, ma manco morto parlerei inglese. Mi devono prima tagliare la lingua e dopo parlo inglese.”

“Ma se l’altro giorno che stavamo in panetteria ti ho sentito parlare in inglese.”

“Io? Ti sei bevuto il cervello?”

“Hai indicato i muffins e alla commessa hai detto maffins, proprio come si dice in inglese.”

“E per forza. Quella non capiva. Perché? C’è una parola corrispondente in italiano?”

“Focaccina.”

“SI, bonanotte.”

“Noi lo sappiamo il rischio che corre il dialetto, che è quello di essere dimenticato, però cerchiamo di tenerlo in vita finchè è possibile. Comunque non sarà nell’arco della nostra vita che scomparirà. Si sa che la lingua è come un essere umano. Nasce, vive e muore. E ormai l’inglese è inevitabile perché i popoli vinti parlano la lingua dei vincitori e noi siamo un popolo vinto. Rimane il fatto che quando incontro qualcuno che parla in dialetto mi sembra di essere ritornato in famiglia. Io quando parlo il dialetto m’addecrijéje.”