(07/11/2015) LU TRAPPITE ( IL FRANTOIO ) di MaestroCastello | ||
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Lu trappìte (il frantoio) : Quando era tempo di novena di Natale, era pure tempo che le olive appena colte prendevano la strada del frantoio. Il racconto del bravo Alfonso De Capraris su “santagatesinelmondo” ha acceso i miei ricordi di bambino, quando, con le tasche gonfie di pane appena abbruscato, partivo appeso alla giacca di mio padre, alla volta del trappeto di Barbato. Al suo interno si concludeva un ciclo agrario pieno di soddisfazione per l’economia del bracciante santagatese, il ciclo dell’olio di oliva. Era allora il frantoio, soprattutto, un ideale centro di aggregazione per la vita del nostro piccolo paese. L’odore forte delle olive che, per l’attesa, iniziavano a macerarsi dentro i sacchi, mi piaceva molto e mi piaceva pure tutto quel vocio allegro di persone che, dopo tanto faticare, stavano come in fila a ritirare il premio di una lotteria. Qui vedevi quei quadretti ameni di cui parla Alfonso nel suo pezzo: “qualche vecchiarièrre cu la cannùccia mmòcca ca se la pippijèva e nzacchèva sputacchiète pe ndèrra” e la donnetta, in religiosa attesa del suo turno, che teneva d’occhio il proprio mucchio di sacchetti pieni, timorosa che li scambiassero con altri. Il trappeto si trasformava presto da luogo di spremitura in luogo di trasmissione di cultura, qui la gente si passava i segreti di una buona coltivazione dell’ulivo e di come sconfiggere la mosca (tignola) o del tempo conveniente per la potatura. Solo al frantoio potevi comprendere il significato pieno che l’olio ha per la gente di un paese come il mio. Quando era il momento che principiava ad uscire l’olio, era come se uscisse messa e la persone restavano mute a guardare “r’uòglie ca sculèva a stìzza a stìzza” come il sudore che sgorga sulla fronte di chi l’aveva zappato. Sulla bocca dei presenti sentivi dire:” benerica! benerica!”, facevano i complimenti al proprietario che faticava a trattenere lacrime nascoste fra tanti timidi sorrisi. Come dalle mani di un prestigiatore, molti estraevano dalle tasche fette di pane per l’assaggio ed era come quando il prete dà la comunione: passava un tizio a battezzare “ cu’ na croce r’uòglie le mani tese che brandivano“li cruschèle” (bruschette) fatti cu ru ppène ca se scèva accattè a la Portanòva, ra Ngurnatèlla la panettèra”. Alla fine del processo di lavorazione faceva la comparsa il misuratore, ovvero “l’àmmela”, che era di stagno e misurava due litri e mezzo. E giunti all’”ite missa est” di questa liturgia particolare, il bracciante si congedava col suo carico di prodotto genuino e il cuor contento che almeno l’olio per la famiglia era assicurato. Nel trappeto, come in chiesa, avveniva ogni anno un piccolo miracolo sotto i nostri occhi, il miracolo dell’olio, secondo un rito antico e colmo si sapienza che, ancora oggi, la gente non vorrebbe far morire. Buona vita! maestrocastello | ||