(02/08/2015)
CARTOLINE DAL PAESE


di Mario De Capraris

1)      La Porta Nova era nell’infanzia la strada battuta dalla mattina alla sera, quella dove si affacciava la casa dei cugini, i quali, cosa rara, avevano la campagnola e, quando lo zio tornava la sera dalla campagna, nel portare l’auto al garage, ci caricava nella parte posteriore, sui due sedili lunghi laterali, e la cosa era di un divertimento unico.

2)      Via Barbarito è la via del cuore perché ci abitava nonna Nurecchia. La strada, tranquilla e silenziosa, aveva un suo fascino particolare: il gatto che sonnecchiava al sole; il passerotto che ripeteva il suo verso sul tetto basso; la “grasta” di gerani e peonie dai colori sgargianti; su in alto il cielo terso e celeste che sembrava dipinto. La porta si apriva sulla sala grande dove c’era il lettone matrimoniale, la madia dall’inconfondibile odore di cacio che nonna era il massimo che sapeva offrire: “Vuje nu poche re chèse?” come se offrisse cioccolatini, e l’orologio a muro che quando batteva le ore faceva un fracasso infernale. Nella stessa sala, anni prima, forse per una festa di matrimonio, si era ballata una scatenata quadriglia in cui uno zio dirigeva le danze. Nell’interno della casa, se ci si affacciava alla grande botola interna (da cui partiva una scalinata che portava alla grande stalla dei muli giù al pianterreno) c’era di che svenire per l’odore di stallatico che toglieva il respiro. Non ricordo quali potessero essere le parole o l’argomento con cui potevo dialogare con nonna, se dialogo c’era, ma ricordo bene che andando via, nel salutarla, le dicevo: “Statte bbona”. Lei era analfabeta e ovviamente non chiedeva niente a noi ragazzi della scuola. D’altronde era molto impegnata col gatto di casa sia a rimproverarlo “Sicce rrà” oppure “Lu vire. Fèce pure finta re niende” sia a fare pace “Musce muscille” per cui non c’era molto tempo per parlare.

3)      Via Le Grazie è la via dove sono nato. In alcune delle case vicine ci abitavano gli zii, cugini di mio padre, ognuno provvisto di regolare asina che per far entrare la sera in casa usavano tutto uno speciale stratagemma mentre il povero animale, che era ferrato, scivolando con facilità ci mancava poco che si rompesse le zampe. Su quella via si giocava a pallone fino alla sera quando vedevo tornare gli zii coi rispettivi asini caricati di rami di salice. L’estate, prima che ci si trasferisse in campagna, si sentivano dal giradischi della casa di fronte i primi tormentoni estivi. In una delle abitazioni basse la sera, quando nelle case non c’era ancora la televisione, il mio compare con la chitarra cantava le canzoni intrattenendo le ragazze del vicinato che erano tante. Se andavi giù, verso il Calvario, dal buio della campagna si sentiva il verso solitario dell’assiolo.

4)      Piazzale De Capraris era altrettanto il posto più vissuto da ragazzi. All’inferriata posta sul limite della piazza (per la strada sottostante si andava al forno) si passavano ore e ore a fare la giravolta. Era il piazzale dove all’Immacolata si faceva il falò e poi si saltava sopra al fuoco fino allo sfinimento; lo stesso piazzale dove, una volta finito di nevicare, si faceva lo scivolo (lu sciulacchje) fino a che non sopravveniva la notte. Di fronte, il fabbro dalla cui bottega si sentiva picchiare il martello e si vedeva la brace oppure stava ferrando un asino e si sentiva il caratteristico odore che si sprigionava quando il ferro rovente veniva fissato sullo zoccolo dell’animale. Sulla piazza c’era la casa degli zii dei miei cugini che, come si usava, chiamavo zii anche se non erano zii.