(28/06/2015) STORIE DI EMIGRANTI : SE MAGNA BENE, SE PAGA POCO E SE PO' FA' CACIARE di Mario De Capraris | ||
![]() | ||
Uno dei “difetti” che è facile acquisire andando ad abitare in un paese diverso dal proprio è quello di essere influenzati dal modo di parlare del nuovo posto. Le nuove espressioni, senza volerlo, condizionano il parlare corrente in modo tale che, anche se parli in italiano, però mentalmente si sovrappone il nuovo modo dialettale e lo ripeti meccanicamente. Così, secondo il dialetto del posto dove abitavo, veniva facile dire “carello” anziché carrello, “tera” anziché terra, “seranda de fero” invece di serranda di ferro, “mèttete a ssede” anziché sièditi, la “ssedia” con due esse anziché la sedia con una esse. Oppure la maniera di dare una desinenza alle parole che non ce l'hanno, come “Sudde”, “bare”, invece di Sud e bar. La pensione dove allora alloggiavo si trovava in piazza S. Maria alle Fornaci ed era abitata dal proprietario che viveva da solo. Io e un mio collega occupavamo una stanzetta ciascuno. Il proprietario, molto anziano, di corporatura grossa e massiccia, non si allontanava mai da casa – riusciva a malapena a muoversi – a causa di problemi alle gambe. I numerosi figli l'avevano abbandonato perché da giovane aveva lasciato la famiglia per un'altra donna e da allora i figli non gliel'avevano più perdonata. Una signora veniva ogni tanto a fargli le pulizie e la spesa, e quando la incontravo mi raccontava un po’ la storia dell’anziano. Lui dormiva in una cameretta accanto alla cucina che si trovava nella zona giorno, abbastanza distante dalle due camerette che occupavamo io e il mio collega. I figli, ripeto, non si facevano mai vedere. Mai nessuno di essi si era presentato a chiedere al padre come stava. Così il pover’uomo, che viveva in completa solitudine, quando la sera tardi io e il collega, rincasando, ci affacciavamo in cucina per salutarlo, lui cercava in tutti i modi di intrattenerci per avere un po' di compagnia. Si dà il caso che molti anni prima, nella stessa casa, la moglie era morta in circostanze drammatiche e da allora, c’era una leggenda, si diceva che la moglie a volte tornava e si sentivano di notte le sue grida, e più che grida erano strilli sovrumani. Ovviamente nessuno badava a questa leggenda perché si sa che la fantasia popolare non conosce limiti. Semmai ci si scherzava sopra. Infatti se si sentiva qualcuno gridare si diceva: “Ecco, queste sono le grida della defunta.” E fin qui il proprietario. Adesso veniamo al collega. Questi era di un paese vicino e non faceva altro che parlarmi del suo paese e in particolare di un ristorante che vi si trovava, dove spesso mi invitava ad andare a mangiare, senza che peraltro lo seguissi sempre, perché non c'era certo bisogno di andare fuori città per trovare un ristorante. Però lui diceva che ci andava a mangiare ogni qualvolta tornava a casa, e questo per un motivo molto semplice: perché, diceva, “se magna bene, se paga poco e se po' fa' caciara”. Così qualche volta, per tenerlo contento, ci andai, là sotto il pergolato, all'ombra, i tavoli coperti dalla carta e i calici riempiti del vino bianco dei Castelli, e pensavo che chissà quali altri piatti avrei trovato oltre i soliti, invece mangiammo il solito sugo all'amatriciana o gli spaghetti alla carbonara, l'abbacchio, i carciofi alla giudìa, o le fettuccine, i quadrucci in brodo, insomma i soliti piatti romani. Però effettivamente aveva ragione lui perché se magnava bene, se pagava poco e se poteva fare caciara. Una delle sere in cui si apprestava ad andarsene al suo paese fui sul punto anche io di fare una capatina al mio di paese, però poi per la solita scocciatura di mettermi in treno, farmi il viaggio eccetera, rinunciai a partire e rimasi in città. E così ci salutammo. L'amico come al solito insistette perché ci andassi insieme, e io come al solito dissi ti vengo a trovare. E lui ”Mi raccomando, ti aspetto per una mangiata al ristorante”. “Va bene” dico io “non ti preoccupare”. Sul tardi vado a letto, pensando a quel benedetto ristorante, all'abbacchio, alla caciara e via discorrendo. Intanto mi addormento e non so quante ore possono essere passate quando a un certo punto della notte vengo svegliato di soprassalto da urla e strilli sovrumani che mi fanno gelare il sangue nelle vene. “Eccole qua le grida” è la prima cosa che penso. “Non è proprio una leggenda quello che dicono...” E quando le urla aumentarono di intensità, d'istinto pensai all'ombrello rotto che tenevo nell'armadio, per avere qualcosa con cui difendermi, come se contro gli spiriti ci si potesse difendere con un ombrello rotto. Intanto pensavo che ero stato uno stupido a non aver seguito l'amico a magnà bene eccetera. Ma inaspettatamente le urla erano tutt'assieme cessate, così potei rilassarmi e impegnarmi a riprendere il sonno interrotto. Il pericolo era passato. Doveva essere ancora notte profonda. Avevo tempo per rifarmi col sonno. In quel momento però la porta ci mancò poco che venisse scardinata perché fu aperta e sbattuta violentemente contro il muro e gli strilli e le urla sovrumane invasero la stanza, e, mentre mi si rizzarono i capelli, accesi la luce, e indovinate chi era? Era solo quel povero vecchio, lungo disteso sul pavimento che sembrava legato come un salame, che chiedeva aiuto. Si era trascinato per terra fino alla mia stanza perché era caduto dal letto e da solo non ce l'aveva fatta a rialzarsi. Ma non ce la facevo neppure io, perché, per quanto lo tirassi su, la sua stazza non mi permetteva di staccarlo da terra. Sembrava incollato al pavimento. Finché piazzai una sedia contro la porta, gli dissi di attaccarsi con le mani alla maniglia e così, lui tirandosi alla maniglia e io spingendolo da sotto, riuscimmo nell'impresa di farlo sedere sulla sedia e quindi anche a metterlo in piedi. Poi un giorno, mentre questa volta ero stato io ad andare al mio paese, il vecchio morì, e fu il turno del mio amico a prestare soccorso, anche se inutilmente, perché si era trovato lui in casa. Quando tornai trovai tutti i figli presenti che si aggiravano per casa mostrando le camere a dei visitatori. Mi chiesi come mai, adesso che il padre non c'era più, fossero tutti presenti, ma mi dissero loro stessi il motivo: erano venuti per la prima volta nell’abitazione del padre perché stavano per vendersi la casa.
| ||