(23/05/2015) LE ECCELENZE CHE ONORANO I MONTI DAUNI: ANTONIO FEDERICO CORNACCHIA GENERALE DEI CARABINIERI | ||
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Antonio Federico Cornacchia Generale nei Carabinieri Biografia essenziale 1931. Antonio Federico Cornacchia nasce a Monteleone di Puglia il 21 Ottobre, due anni dopo la sorella Mafalda, da Carmelo e Michelina. Negli anni dell’infanzia più viva imperversa la guerra. Lui, capo balilla moschettiere, ha l’incarico di procurarsi ferro e altri metalli insieme alla sua combriccola della GIL nelle vallate lì attorno. 1942. Quando le bombe si fanno più fitte i genitori lo mandano a Mandello sul Lario, dagli zii, dove prenderà la licenza elementare e resterà per un anno. 1943. Divisa l’Italia, torna al paese e fa il Ginnasio da privatista seguito da due fratelli amici di famiglia, un medico e un sacerdote, e sono schiaffi e ginocchia sui ceci. 1945. Ad Ariano, dove frequenta il Liceo Classico e la “Fortes in fide”, la squadra di calcio; sono solo poco più di venti chilometri, ma è casa soltanto per Natale, Pasqua e per l’Estate. 1950. Iscrittosi alla Facoltà di Giurisprudenza della Federico II di Napoli, si barcamena tra un esame e l’idea della carriera militare. 1952. Accompagnato dal cugino frate e da mamma Michelina, va a parlare con un altro frate un po’ più conosciuto, dal carattere deciso, un certo Padre Pio da Pietrelcina, un paesino lì vicino, che gli indica, chiara, una via, ma senza precludergli niente: lo incontrerà ancora dieci anni dopo e si prenderà un bonario cazziatone per aver creduto che non si ricordasse più. Da Ottobre è alla Scuola Allievi Sottufficiali dei Carabinieri di Moncalieri e Firenze, che lascerà due anni dopo da vicebrigadiere. Il primo incarico è per i funerali di Stato di De Gasperi, il maggior politico della nostra storia, quasi un sottile presagio, e poi Roma, già Roma, comunque poeticamente e indiscutibilmente Roma. E’ bravo, fa polizia giudiziaria, e vuole di più. 1956. Il 9 Novembre, con la “benedizione” del comandante della Compagnia Mazzini capitano Romolo Dalla Chiesa e del suo tenente, il tenente Mangli all’Aventino, sale sul treno per Modena, palazzo ducale, e saranno due anni di Accademia, di bocconi amari, fatiche, tempra, voce grossa e valori. 1958. Dal ’58 al ’60 è alla Scuola d’Applicazione, poi a Foligno, dove conosce Lina, la prima giovane donna avvocato della Regione che diventerà, manco a farlo apposta, sua moglie qualche anno dopo; poi Assisi, poi ancora Norcia, dove conoscerà Moro, capo del Governo, per la festa di San Benedetto del ’67. 1968. Capitano a Viterbo. 1 dal 1972. Torna nella Capitale per investire il ruolo di comandante della prima sezione del Nucleo Investigativo, il più delicato e importante in Italia, la sezione è quella per i crimini contro la persona. Ha subito la sensazione che ci resterà per molto, così si porta su la mamma e la sorella, che lo aspetteranno ogni notte in un appartamento sulla Torrevecchia per quasi vent’anni. Lavora bene, ci sa fare tra politici, ergastolani, stracciaroli, assassini, papponi, colleghi, spacciatori e nuovi sequestratori, bande vecchie e nuove, romane, italiane, transalpine e se ne accorge il generale Mino, che lo vuole capo di tutto il Nucleo con un grado in meno del necessario ancora sulle spalline -quello di maggiore- e la promozione soltanto in pectore. Nel frattempo il carro cambia nome: è Reparto Operativo e la sede si sposta da via dei Gracchi a via Gallonio, dietro piazza Bologna. Seguono anni di scintille, di insonnia, di spari, di compromessi, di “intelligenza”, di azioni, di notti infinite. Da comandante, da sbirro, da investigatore, guiderà la cattura di Vallanzasca, tirerà il plaid di Moro coricato sul portabagagli di una Renault 4 e il cellophane di Rosaria Lopez e Donatella Colasanti in quello di una 127 bianca, libererà bambini, ragazzi, uomini, imprenditori rapiti, dialogherà coi ministri e pezzi grossi, lascerà l’uniforme in un armadio e non avrà più orari, sarà punto di riferimento di Cossiga, amico di Masone, sicurezza per Imposimato, Sica, Amato, De Matteo, Priore, Vitalone, Infelisi, sarà braccio di ferro di Dalla Chiesa Carlo Alberto, quello dell’antiterrorismo, di Terenziani, Siracusano e tutti i generaloni dei tempi dell’odor di polvere da sparo; sarà orecchie per Gelli, parole per Pertini, carezze per Fernanda, sua unica adorata e troppo lontana figlia. Saranno anni di tensione, di giorni senza notte, di equilibri instabili e mutanti, di assassinii per amore, per potere, di assalti ai vagoni valori, dell’anonima e dei rifugi, dei NAP e di nazisti in ospedale, di elicotteri incendiati sui ciglioni delle montagne, di giornalisti ammazzati e gambizzati, dei giri di Concutelli e dei rigiri di Feltrinelli, dei quadri falsi, degli attentati lì nel mucchio, a far male, dei mercati dei titoli e dei monsignori per gioco. Decine, alla fine, le vittime tra carabinieri, polizia, politici, civili, militari; altrettante le medaglie, nessuna la consolazione. 1979. La mattina del 13 Luglio ha un appuntamento per un caffè con l’amico Varisco, capo dei carabinieri del palazzo di Giustizia, ma si ferma a Trastevere per ritirare dei documenti da un confidente e arriva con dieci minuti di ritardo. Sul lungotevere Arnaldo da Brescia la BMW del colonnello è piantata, crivellata come gruviera, sul muretto di un cantiere, e sono pallettoni, e sono ancora br, ed è ancora terrore. Il comandante del Reparto 2 si salva, ma stavolta gli tocca un esilio di quasi un anno e mezzo dove nessuno e niente sanno e possono raggiungerlo. Famiglia compresa. 1981. Gli propongono Belgrado, Pechino, New York City; in Italia è troppo pericoloso, troppa responsabilità, ma niente da fare, lui fa valere carattere, rabbia, precedenti e resta ancora nel suo posto naturale, la Capitale, il centro delle amministrazioni e delle politiche, delle macchinazioni e del cinema, delle decisioni, del potere e della paura: è SISMI, sono servizi segreti. Ora, oltre alla divisa, non ha più neanche il nome, ma ci sarà ancora, e avranno ancora bisogno di lui. Pochi anni, si interessa di Medio Oriente e poi ancora di sequestri, passeranno Sigonella, Ustica, la democrazia saccente e volitiva di Craxi e Donat-Cattin. 1991. In pensione. Roma via, di nuovo Foligno, ma c’è Lina, Fernanda, la figlia già donna, uno studio legale, la casa, le corse nella bruma. Negli anni sulle spalle ci sono anche la laurea in Giurisprudenza, l’abilitazione alla professione, un’altra Laurea in Lettere Moderne perché era passione, era distrazione, ed era anche un poco di soddisfazione. C’è ancora vita, esperienza, una famiglia e tanta salute -vivaDio- nel serbatoio: si trotta ancora. 1997. Nasce Aurora, ed è nonno, padre, finalmente, forse, ancora. 2007. Gli sfugge un nome, racconti davanti a un bicchiere di Rosso di montagna e Solopaca. C’è una proposta. Registra le prime interviste sulle gesta di un’epoca. 2008. Sul tavolo c’è una sceneggiatura come mosto di Settembre, che fermenta, che riscalda, che odora di dolce e che porta il suo nome. Non se l’aspettava e allora va a rispolverare vecchi scritti, foto, giornali impolverati. Per il trentennale di Moro va alla scuola elementare e porta ai compagni di Aurora una testimonianza inaspettata e sono sguardi di stupore, incredulità, incoscienza nuova e antica. Lina se ne va ed è dolore, solitudine, crudeltà. 2009. Gli portano una stampa che sembra un saggio. Porta ancora il suo nome e ci sono le fotografie. Viene eletto Ispettore Regionale dell’Associazione Nazionale Carabinieri, Umbria. Nuovi impegni, vecchi ricordi, immagini ancora vivide. Amici, colleghi, uniformi, capelli bianchi e ghigni complici. 2010. Ancora lezioni nelle scuole, ricordi, testimonianze. Rimangono su una scrivania, ancora, memorie, atti, cause penali, sentite, svogliate. E tanta immutata passione. Angelo Giannelli Benvenuti | ||