(05/05/2015)
LO IUS PRIMAE NOCTIS SECONDO LUCIA VIVOLO CANNAVÒ


di Alfonso De Capraris
La Copertina del libro
 La Copertina del libro


Lucia Vivolo l'Autrice
 Lucia Vivolo l'Autrice


 

Tutti conoscono la storia del Principe Agatone e del suo ius primae noctis cosi come ce l’ha tramandata la leggenda, trita e ritrita ogno anno puntualmente nella pubblica piazza di S. Agata di Puglia, ma mi chiedo se per caso ci sia mai stato qualcuno che abbia provato a porsi la domanda se le cose siano andate per davvero così, o se non si sia trattato tutto di una constructio che affonda le sue radici nella fantasia popolare.

Ed il principe castellano era proprio quel mostro orrendo, quel tiranno pronto a fare uso ed abuso del diritto che gli derivava dalla legge, scaturito forse più dal dente avvelenato dell’Abate Desiderio, Priore dell’Abbazia di Montecassino, vistosi non sufficientemente appagato nelle proprie aspettative di concessioni di beni materiali, oppure si trattava di un giovane bellissimo, biondo e con gli occhi azzurri, affascinante e gentile nei modi, dalle mani delicate con cui elargire alle presunte prede solo amorevoli carezze e piacevoli sensazioni, desideroso di un amore anacreontico più che di un rapporto strappato con la forza, oltre ad essere un signore generoso, prodigo di ricompense e di donazioni ai propri sudditi per un sempre maggiore loro benessere.

E queste fanciulle erano realmente vittime votate al ripugnante sacrificio di perdere brutalmente la propria verginità per mano di uno sconosciuto a causa di un destino crudele, a cui costrette a sottostare con disperata rassegnazione, o piuttosto desiderose di assaporare emozioni che le rozze mani dei promessi sposi mai sarebbero state in grado di suscitare, vivere per una sola notte una meravigliosa avventura che lo squallore di una vita piatta non avrebbe mai consentito, provare l’orgoglio prettamente femminile di sentirsi amate ed apprezzate nella propria bellezza da un nobile di alto lignaggio, conquistare una piena, sia pure fuggevole, felicità, che le avrebbe fatte sentire appagate per tutto il resto della propria esistenza, gustare, come in un sogno, la magia di vedersi anche esse “castellane per una notte”, una notte in cui avrebbero conosciuto e gradito la dolcezza e la tenerezza dell’amore vero, tanto diverso da quello violento dei loro uomini, così che quel pianto che avrebbe dovuto essere testimone della propria cattiva sorte avrebbe lasciato il posto ad un pianto di gioia.

E che dire degli uomini, i promessi sposi, erano effettivamente costernati di fronte alla prospettiva di non essere essi stessi a consumare quel pasto tanto desiderato da tanto tempo, avviliti per la consapevolezza di non avere la forza per ribellarsi ad un tale sopruso, impotenti di fronte ad una volontà prevaricatrice della loro, o invece, a parte l’assatanato barbiere, persone adatte ad adattarsi camaleonticamente agli eventi, forieri di convenienze più che di inconvenienze, fors’anche cinicamente orgogliosi che la propria donna fosse riuscita di gradimento al loro principe, che aveva loro dato l’onore di avere dei figli con il sangue nobile, ma soprattutto soddisfatte dalle laute elargizioni in denaro avute dal castellano, che avrebbe consentito loro di condurre un’esistenza meno grama, ed eventualmente dare una sistemazione migliore alla propria abitazione e favorire, ampliandola, la propria attività di artigiano.

Questi ed altri, tutti facenti parte di una serie di interrogativi, sono quelli a cui ha saputo dare una originale ed esauriente risposta Lucia Vivolo Cannavò con il suo IUS PRIMAE NOCTIS dal punto di vista…….delle vittime, in cui, giocando sull’inversione dei ruoli, è riuscita, ora per allora, a dipingere un quadro intrigante di tutto ciò ruotava intorno alla vita del castello, del borgo e di tutto il contado, trasferendo, in maniera mirabile, nel medioevo il nostro quotidiano e l’ambiente in cui esso si svolge, senza stravolgerne i contorni.

Ma comè giunta la Vivolo alle sue conclusioni? Rispolverando una vecchia storia chiusa nel cassetto per oltre cinquant’anni, ricorda di quando, fanciulla di quattordici anni, le capitò un’esperienza strana ed allo stesso tempo affascinante, vissuta in una notte di luna piena di un rigido inverno santagatese nella propria casa di corso Silvio Volpe, che, per inciso, rappresenta sempre una nota distintiva, quasi un vanto per chi ci vive, come mi è capitato di notare ogni qual volta io abbia parlato con qualche abitante di questo boulevard, forse perché è l’unico di quelle dimensioni nel centro abitato.

Allo scoccare della mezzanotte alla fanciulla parve di udire nell’assordante silenzio della strada deserta e ricoperta di ghiaccio provenire dal Ponte un “galoppo folle”, un cavalcare indiavolato e sfrenato, difficilmente attribuibile ad un essere umano; e qui la Scrittrice si ricorda e ci rammenta la nostra infanzia con la vecchia credenza popolare che tuttora racconta di un cavaliere che appare a mezzanotte con il suo cavallo bianco sotto l’arco della Porta Nuova.

Intanto la notte ammanta sempre di più con le sue tenebre il mondo che circonda la fanciulla, la quale cade fra le braccia di Morfeo, e per lei ha inizio quello che a prima vista potrebbe apparire un sogno o una fiaba, ma che ai suoi occhi si presenta, invece, come un qualcosa di magico, sempre in bilico su di un non meglio definito confine fra il reale ed il surreale.

Il fatto di trovarsi improvvisamente proiettata indietro di circa mille anni in un mondo che non le appare del tutto estraneo, anzi con molte attinenze con quello a lei contemporaneo, se da un lato le provoca turbamento psichico ed angoscia, dall’altro le consente di vivere un momento esaltante ed irripetibile, che a distanza di tanti anni l’Autrice ripesca nella sua memoria, riuscendo, con malcelato intento, a farlo vivere anche a coloro i quali la leggono, ottenendone il coinvolgimento con un discorso sempre più accattivante e ricco di spunti interessanti.

Naturalmente appare del tutto superfluo precisare che il collante che sta alla base di tutto il racconto è la fantasia, e che fantasia aggiungerei io, in quanto la Vivolo, immaginando di aver perduto la propria entità corporea, si muove ed agisce sospesa nell’aria al pari di una libellula vagante fra tutto ciò che le sta intorno, superando qualunque ostacolo materiale che incontra sul proprio girovagare, come il passare attraverso finestre chiuse, oppure involarsi dalla cima del monte e raggiungere simultaneamente la valle sottostante.

Questo suo smaterializzarsi, che la fa apparire come una figura diafana ed evanescente, invisibile agli occhi di tutti, non le impedisce di osservare con curiosità e di interessarsi a tutto ciò che riguardi la vita di quel momdo in quel tempo, come l’incessante e faticoso lavoro degli operai addetti alla fortificazione della rocca, onde meglio difendersi da eventuali attacchi di potenziali nemici, Bizantini, Saraceni o Normanni che siano, oppure ammirare la costruzione di nuove armi balistiche, oppure ancora soffermarsi su come si ottenevano nel medioevo i prodotti caseari, o sulle attività riguardanti la raccolta dei prodotti della terra, non trovandole affatto dissimili, secondo riti ed usanze tramandate nei secoli, da quelle di oggi.

Nella descrizione di tutto ciò che cade sotto gli occhi di questa “turista per caso” nel mondo medievale, colpisce la sua proprietà di linguaggio, quando parla, ad esempio, adoperando un nutrito vocabolario, degli usi e costumi e della legislazione del popolo longobardo, della cui storia ha una buona conoscenza, della sua maniera di alimentarsi, dei cibi, della cucina, dell’abbigliamento, della foggia delle capigliature, della tecnica e della perizia nella lavorazione del cristallo e delle pietre dure, oltre che dei metalli, pregiati e non, così come quando cita termini sia che riguardino i nomi propri dei personaggi, oppure di oggetti in genere; citazioni ed acute osservazioni che lasciano chiaramente intravvedere tutto un lavoro a monte fatto di appassionate ricerche e curati approfondimenti.

Altrettanto ammirevole è la dimestichezza che la Vivolo mostra di possedere con la lingua latina, che denota una robusta preparazione classica, frutto di studi effettuati nel passato con notevole serietà e dedizione, che le permettono di esprimersi in quell’idioma in maniera del tutto naturale.

Non mancano anche fugaci incursioni di carattere sociologico, come quando punta il dito nei confronti delle cosiddette conquiste sindacali dei tempi nostri, mettendo in risalto il netto divario esistente fra l’accanimento nel proprio lavoro mostrato dai lavoratori di quel tempo e l’indolenza a cui spesso ci tocca di assistere oggi nel mondo del lavoro.

Ad una attenta osservatrice come la Nostra non potevano di certo sfuggire alcuni aspetti negativi del costume propri di questi tempi, come quelli che mostrano la donna moderna smaniosa di mettere in mostra, senza un minimo di pudore, le proprie nudità, perdendo di fatto la consapevolezza del proprio reale valore, con il risultato di suscitare nell’uomo molta meno attrazione di quanta ne avrebbe suscitato nel passato la caviglia di una donna medievale appena sbirciata.

E sulla donna, o meglio sui primi passi della donna verso la propria emancipazione, la Vivolo ci ritorna quando ricorda le mie cugine, figlie di zio Ascanio Barbato, che insieme alle proprie amiche “osavano” cavalcare i propri destrieri stando sedute a cavalcioni, grazie alla possibilità di indossare le prime gonne-pantaloni, sfidando il perbenismo borghese dell’epoca.

Al termine di queste mie considerazioni, che ritengo non siano esaustive per attestare la bontà del lavoro svolto da Lucia Vivolo, praticamente una lettura da non perdere, anche per conoscere i particolari del delitto orrendo consumato ai danni del Principe giunto da Benevento con il compito di elevare Sant’Agata di Puglia al rango di estremo baluardo a difesa di quel Principato, tengo a sottolineare, così come è dato cogliere facilmente fra le righe, l’amore profondo dell’Autrice per il suo paese natale; d’altro canto, non poteva non essere così!

Alfonso Stefano Silvestro De Capraris