(01/12/2014)
COME SONO LE CHIESE DI ROMA


di Mario De Capraris
Santa Maria in Cosmedin
 Santa Maria in Cosmedin


Ogni volta che tornavo a casa, i miei mi facevano sempre la stessa domanda:

“Allora? Come sono le chiese?”

Io rispondevo al solito che non avevo avuto tempo, non ci avevo pensato e altre giustificazioni, e aggiungevo:

“Come volete che siano? Saranno come quelle di Sant'Agata.”

Loro non si capacitavano come, vivendo in una tale città, non avessi il desiderio di visitare le chiese che, si vede, per loro erano un sogno. Né osavo invitarli a casa mia perchè, essendo anziani, temevo che si stancassero, non ce la facessero, loro che non avevano mai viaggiato.

Un giorno però per tenerli contenti andai alla chiesa più vicina, quella di Santa Maria in Cosmedin, e naturalmente all'ingresso non potei fare a meno di infilare, come facevano tutti, la mano nella Bocca della Verità dopo avere atteso che si spicciasse l'orda di turisti che mi precedeva.

Così entrai nella chiesa dove constatai che però una piccola differenza con quelle di Sant'Agata c'era e questa consisteva nella grandezza smisurata, nell’altezza fuori del comune e in più si avvertiva una certa atmosfera come se ci fosse qualcosa del Papato (come in effetti poi seppi che vi era stato eletto un pontefice, papa Celestino III).

Quando tornai a casa e mi fu rifatta la domanda: “Come sono le chiese?” mi resi conto che era difficile descrivere a parole ciò che avevo visto, così, al momento di andare via, invitai i miei a venirmi a trovare, sarebbero potuti stare qualche giorno a casa mia e visitare tutte le chiese che volevano.

In effetti in capo a qualche tempo mi fecero sapere che avevano deciso di venirmi a trovare.

“Mi raccomando” dissi “non vi caricate troppo” preoccupandomi che non si affaticassero, ben sapendo quante vivande cercavano di ficcare nella valigia ogni volta che mi apprestavo a tornare in città.

Così una notte alla stazione di Foggia salirono sulle carrozze ferme al binario tronco, che poi sarebbero state agganciate al treno proveniente da Lecce. E il mattino dopo arrivarono a Roma.

Quando presi le valige, mi resi conto che non ero stato ascoltato perchè pesavano come se fossero piene di piombo.

“Ma che ci avete messo?” chiesi. Ci avevano messo patate,  pane, bottiglie di vino, pasta. Manco se si fossero trasferiti nel deserto.

Nei giorni seguenti, da perfetti agricoltori in pensione, stettero tutto il tempo ad osservare un uomo anziano che il condominio aveva messo a zappare il giardino del palazzo. I commenti su quel lavoratore si sprecarono. Li divertiva molto il fatto che a lavorare la terra non fosse uno giovane ma uno anziano, perché la cosa confermava la loro opinione che i giovani avevano tutt’altri progetti per la testa piuttosto che mettersi a zappare la terra. Notarono che il terreno era di ottima qualità perché, dicevano, era nero e friabile. Dal balcone di casa dove osservavano la scena, si vedeva che sarebbero scesi volentieri a dare consigli al giardiniere perchè loro sì che ne capivano di terreni e di piante.

Poi come previsto, dato il loro interesse per le chiese, li portai al massimo: a San Pietro.

Entrando, sulla destra, la Pietà di Michelangelo sembrava abbandonata.

Nel pieno di una liturgia, un coro potente di voci accompagnava la funzione; i religiosi officiavano in una nuvola di incenso; la folla compatta di fedeli accalcata sui banchi; le maestosità architettoniche: i miei li vidi confusi e in soggezione. Non fecero nemmeno un commento. Forse pensarono che le chiese del paese saranno pure piccole però sono più a misura d'uomo.