(12/11/2014)
NATALE A SANT'AGATA, DAL LIBRO " TORNO " DI NICOLA PERRELLA


di Nicola Perrella
Presepe costruito da Rocco Fabiano
 Presepe costruito da Rocco Fabiano


Poi arrivava il natale e tutto cambiava nel borgo, noi bambini ci preparavamo ad allestire il presepe. Si andava in un posto ben preciso vicino al muraglione della folgia dove c’era la creta verde: la migliore, per confezionare i pupazzi e i ponticelli agresti del presepio. Passavamo interi pomeriggi a battere la creta per compattarla e renderla lavorabile. Il fascino di quel gioco era unico, passavo interi pomeriggi a perlustrare pietraie o fossi, alla ricerca della giusta roccia o della giusta ghiaia. Arrivava poi, il giorno del muschio e si andava per boschi a raccoglierlo sui tronchi di querce e ulivi esposti a nord. Ogni anno, bisognava integrare l’esercito di pupazzi con altri freschi di conio che Ciccillo il barbiere esponeva nel suo presepio campione nella vetrina del salone in piazza. Ogni pupazzo di terracotta dipinta ad acquerello costava dalle dieci alle cento lire. Erano bellissimi nella loro povera fattura, avevano un unico difetto: erano troppo fragili e irrimediabilmente gli si staccava un arto o la testa. All’apertura annuale del pacco conservato l’anno prima veniva stilato il bollettino di guerra: due pastori senza testa, cinque pecore con la zampa rotta, San Giuseppe o addirittura il bambinello senza testa. A questo bollettino si rimediava in due modi: con la cera fusa tra le giunture e si riattaccavano teste e arti, o con i pochi soldini da Ciccillo il barbiere.
Intorno al venticinque immancabilmente nevicava, il mattino ci svegliava col suo silenzio irreale. Correvamo alla porta a sbirciare fuori, l’uscio di casa era a piano terra e se i vetri erano bui, significava che c’era più di un metro di neve e bisognava spalare. Con grande euforia aprivamo la porta e con i bicchieri prelevavamo la neve più pura pressandola e aggiungendoci il vincotto che così trasformava la neve in un delicato dolcissimo sorbetto: “lu ruzzet”.
Bardati e con le galosce andavamo fuori dopo che papà aveva aperto il varco verso la strada, per vedere le grosse stalattiti trasparenti, di ghiaccio pendente dalle grondaie che diventavano il bersaglio di interminabili gare al tiro di palle di neve. Nella tarda mattinata, quando il sole di mezzogiorno iniziava a sciogliere la neve del borgo, la sua forma a piramide, faceva sì che le strade diventassero dei fiumiciattoli che scorrevano verso la periferia del borgo. Armati di palette di ferro dei camini, come castori, confezionavamo veri e propri sbarramenti di neve pressata negli slarghi tra una rampa e l’altra di scale. Quando queste vere e proprie dighe in miniatura si ingrossavano all’inverosimile si procedeva ad abbatterle, facendo precipitare a valle improvvise piene d’acqua che investiva gli ignari passanti che con fatica arrancavano verso il centro del borgo: in piazza.
I pomeriggi li trascorrevamo a: “mbuchè lu sciulacchio” ovvero a riscaldare lo scivolo. La dove iniziava a gelare l’acqua, con l’aiuto delle semplici scarpe, si prendeva la rincorsa e si sciava per decine di metri in una posizione particolare con un piede davanti all’altro mantenendosi in equilibrio.

In quelle sere il bambino ossuto e Chiara sedevano al calduccio sulla fornaciella, proprio sopra al camino. A turno Maria o la mamma o qualche vicino di casa che veniva a passare la serata da loro narravano i :”cunt”,lunghe storielle allegre o di terrore che avevano sentito e risentito tante volte, ma che era piacevole riascoltare. E queste storielle erano la televisione che ancora non arrivava al borgo.
Un classico era la storia di Agatone, feudatario medioevale del borgo che aveva il vezzo di usufruire dello ius prime noctis , un diritto dei dignitari medioevali.
Quando Agatone chiamò al castello il barbiere per farsi servire di barba e capelli perché quella notte era proprio la figlia del barbiere che doveva ottemperare all’obbligo dello ius prime noctis, in quanto quel giorno si sposava; ebbe la protervia di vantarsi di ciò con quel plebeo di barbiere che non esitò a togliergli la vita quando arrivò al collo, con un taglio netto del rasoio, da orecchio a orecchio.
Era per questo evento che attaccava il “cunto” del cavallo senza testa che nelle sere di vento e di tormenta palesava il suo fantasma all’imbocco dell’arco della porta nova, antica porta medioevale che segna il confine tra il vecchio borgo medioevale dentro le mura della trinità e il borgo settecentesco fuori dalle mura. In realtà non era il fantasma del cavallo ad essere privo di testa ma bensì quello del cavaliere dato che si trattava proprio di Agatone sgozzato dal barbiere. Ovviamente tutti gli adulti giuravano di averlo visto almeno una volta, trovandosi a transitare malvolentieri per necessità proprio in una delle tantissime sere invernali fredde e ventose che mescolavano l’urlo del vento a quello del tormento di Agatone errante senza pace.
Ma la sera dell’anno che più eccitava la fantasia del bambino ossuto era quella della notte di natale. In quella notte magica che era sempre stellata con la luna che colorava di celeste la neve, il borgo agreste mescolava la sua realtà di contadini intabarrati, di asinelli in stalle povere ai piedi del letto delle casine bianche col lumicino acceso, alla fantasia dei presepi delle chiese di sant’Antonio, di San Nicola, di Sant’Angelo. Alle undici si imbacuccava con Chiara, e tutti insieme si usciva al chiarore celeste della luna contornata da stelle enormi e luminosissime. Il silenzio ovattato della neve alta attutiva le voci di tutta la gente che con fatica risaliva il borgo per raggiungere le chiese. Ed ecco che il miracolo avveniva, il borgo stesso diventava un immenso presepio arroccato all’oppidum di Sant’Agate e noi tutti nel percorrerlo nella notte santa in lungo e in largo in quel pellegrinaggio di chiesa in chiesa eravamo i personaggi del presepio.