(08/11/2014)
SANT'AGATA DI PUGLIA : UNA PAGINA DI STORIA, " LA RIVOLUZIONE"


di Redazione

Il 29 aprile del 1929, S. Agata fu teatro di una sommossa popolare che ebbe tutti i caratteri di una rivoluzione. Quando il Procuratore del Re presso il Tribunale di Foggia esaminò il rapporto e i verbali trasmessi dal Comando della stazione dei CC. di S. Agata, esclamò: <<Anche le pulci hanno la tosse>>. In alto loco, la rivoluzione santagatese venne definita e considerata: <<Il ronzio di un’ ape dentro un bugno vuoto>>. Ma, invero, una rivoluzione è sempre una rivoluzione, per cui vale la pena di rievocarla. E ne vale la pena sia perché costituì un avvenimento insolito nella pacifica vita paesana del tempo, sia perché le cause che la determinarono potrebbero sembrare strane e ingiustificate, per un osservatore superficiale e per chi non è adusato alla osservazione analitica dei fatti storici o dei fatti di cronaca. <<Regnava>> in quel tempo, come Podestà di S. Agata, l’ avv. Don Donato Barbato, persona di tutto rispetto ma dotato di un carattere piuttosto teorico e di una precisione teutonica. Alla distanza di tanto tempo, si può tranquillamente affermare che egli desiderava effettivamente il progresso della comunità che egli amministrava, in ogni campo e soprattutto in quello dell’ igiene e della sicurezza pubblica che, invero, allora lasciavano molto a desiderare. Per avere una precisa idea della <<crociata>> che egli bandì per il benessere del paese, dobbiamo brevemente riferire quali erano le condizioni igieniche di S. Agata nel periodo in cui il potestà Barbato aveva assunto le responsabilità della civica amministrazione. Le statistiche del tempo informano che i santagatesi crescevano, nell’ ambito del paese, ben 237 maiali, ingrassandoli con amorevole cura; che ben 144 cani vagavano incustoditi per il paese e che infine ben 363 tra asini, muli, cavalli e giumente albergavano nello stesso vano di abitazione dei rispettivi proprietari che si giovavano di dette cavalcature per raggiungere le campagne al mattino e fare ritorno in paese la sera., o per andare a ritirare barili d’ acqua alla fontana. Per quanto riguarda la questione suina, che si affacciò subito alla solerte attenzione del potestà, possiamo francamente affermare che la sua soluzione presentava effettivamente carattere di urgenza, allo scopo di salvaguardare i principi più spiccioli di ogni elementare igiene. L’ abitudine del popolo era quella di far sdraiare il maiale fuori la propria abitazione e ciò avveniva specie nelle ore pomeridiane, quando il maiale, dopo aver consumato un abbondante pasto di caniglia stemperata nella <<sciotta>>, si consentiva il lusso di sdraiarsi sulla pubblica via e rimanere, in quella comoda posizione di riposo tanto benefica per il suo ingrasso , fino a quando la campana di S. Nicola non avesse annunziato le prime ombre della sera. I 367 maiali che riposavano sdraiati sulle pubbliche vie negli assolati, silenziosi e pigri pomeriggi d’ estate, costituivano un bel numero, considerati dal punto di vista patrimoniale: costituivano inoltre una bella riserva di futuri prosciutti, salsicce, carne e cotiche per l’ economia del paese e per il vettovagliamento dei santagatesi, ma non costituivano certamente una scena decorosa per l’ igiene di un paese che si vantava di essere uno dei più ricchi della Provincia e di aver dato i natali a tanti cervelloni che mantenevano alto il nome del paese stesso in tutte le città d’ Italia. Lo spettacolo più indecoroso si manifestava soprattutto nelle vie centrali. Ricordo che sulla strada compresa tra la porta Nuova e la Piazza, riposavano saporitamente i seguenti maiali: il maiale di Rocco Colotti, quello di Peppino Colotti, quello di Rocco Gennarino, quello del Santaro, quello della famiglia Palazzo il macellaio, quello del compare Fonso Palazzo, quello di Nicola Sanità, quello delle sorelle Callararo, ed infine quello di Nicola Picariello, salvi errori ed omissioni. I predetti maiali, che non avevano certamente un gradevole profumo, come quando essi diventano salsicce prosciutti o carne fresca, erano sistemati in un posteggio fisso, alcuni legati ad un anello di ferro mediante una fune. Chi avesse osservato attentamente quello spettacolo, si sarebbe accorto che le utili bestie emettevano delicati e brevi grugniti non contemporaneamente, ma ciascuno dopo aver sentito quello del vicino compagno, quasi che tra di loro, attraverso i grugniti, si svolgesse un pigro, simpatico, amichevole e dilettevole colloquio nella penombra della strada silenziosa, nell’ ora in cui anche i padroni erano intenti a schiacciare un pisolino. Non è difficile rappresentare la difficoltà che incontrava un passante che, spesso, oltre a scavalcare un maiale, doveva evitare anche gli immancabili escrementi, non di rado senza fortuna. Poteva il potestà Barbato, francamente, tollerare questa situazione igienica particolarmente critica ed indecorosa? L’ altro aspetto critico dell’ igiene cittadina era costituito dall’ abitudine da parte dei contadini e degli agricoltori di far sostare davanti alla porta della propria abitazione una bestia da soma, allo scopo di caricare il materiale da portare in campagna la mattina o allo scopo di scaricare il materiale portato dalla campagna la sera, materiale tra cui grosse fascine di legna o di erba ecc. ecc. Non è difficile immaginare la situazione di transitabilità delle strade. Giova solo sottolineare che il passante era costretto a strisciare lungo la parete del muro di fronte per sottrarsi ad una codata in faccia o ad un calcio nella pancia da parte della bestia che ingombrava la strada. Codate e calci, dati non per cattiveria dell’ animale, ma perché le povere bestie dovevano muovere coda e zampe posteriori per difendersi dalle mosche cavalline che infestavano l’ ambiente. Poteva il Potestà Barbato tollerare questo stato di cose che contrastava con i principi più elementari della sicurezza pubblica ed anche dell’ igiene, considerando anche che spesso le predette bestie lasciavano sulla strada notevole quantità di materiale liquido e solido non eccessivamente profumato? E poteva il podestà Barbato tollerare lo spettacolo che si presentava ai suoi occhi, quando, specie nelle ore pomeridiane, le massaie santagatesi si liberavano dalle acque sporche contenenti residui di lavatura di piatti, di biancheria e di pavimenti, gettando senza complimenti il tutto sulla pubblica via? Invero le povere massaie, non avendo allora, a disposizione la conduttura per il rifluito delle acque luride, e non potendo impiegarle come bibite per se e per i propri familiari, erano costrette a liberarsi di esse, vuotando i recipienti sulla pubblica via, come pure, per mancanza di cortili o terrazze, erano costrette a esporre il bucato fuori della propria abitazione per farlo asciugare. Come abbiamo innanzi accennato, in Sant’ Agata, a quel tempo, esistevano ben 144 cani randagi. Randagi perché essi vagavano indisturbati per il paese, senza museruola pur avendo ognuno di essi un padrone. Questa libertà canina non costituiva uno spettacolo indecoroso, nemmeno quando i cani cercavano di entrare nelle chiese o si accodavano ai rispettivi proprietari che seguivano la processione di S. Rocco o di S. Antonio. Essi costituivano solo un pericolo per la pubblica incolumità, perché, di tanto in tanto, qualche cane, stanco dei cibi canini, si prendeva il gusto di assaggiare o di tentare di assaggiare la carne umana, con qualche morso ben assestato, generatore di liti e querele. Particolarmente incustoditi erano i cani di don Filuzzo Barbato e quelli del dott. Enrico Nova i quali continuamente si rincorrevano in lungo e in largo per la piazza, non di rado danneggiando piatti, bicchieri e tazze esposte davanti al negozio di Seppa Cilicca, quando la loro vivacità li portava a rotolarsi proprio su quella merce esposta con tanta cura. La situazione come sopra descritta era tragica, per cui il podestà Barbato ebbe ben ragione di bandire una vera crociata per sradicare la mala pianta di quelle abitudini che degradavano il paese ad uno sporco e lercio borgo campestre. Egli convocò Peppino il Capo Guardia, gli espose le sue determinazioni ed entrambi rimasero d’ accordo di agire con severità. Il Podestà emise una serie di ordinanze che prevedevano pene pecunarie severe per i contravventori: fece affiggere manifesti intimidatori e si mise all’ opera, con la collaborazione di Peppino, girando per il paese. Le statistiche del tempo informano che vennero elevate ben 755 contravvenzioni in soli due mesi, cosa enorme per una popolazione di 7000 abitanti. Il contadino M. C. aveva, in un sol mese, totalizzato 6 contravvenzioni, essendo egli padrone di una mula, di un maiale, di alcune galline,di un cane e avendo una moglie che, quando scaricava acqua sporca per la strada, faceva formare una vera piena. Piena che, spesso arrivava in piazza, poiché essa contadina abitava in un sottano vicino alla casa del notaio Lo Curcio, a livello dell’ orologio. Dopo l’ applicazione ed il pagamento di numerose contravvenzioni, in paese cominciò a circolare un certo malcontento e un certo fermento alimentato dalla intolleranza dei contadini che, per non pagare una lira, si sarebbero fatti cavare un occhio. Quando il Podestà girava per il paese, in compagnia di Peppino, di mattina, di pomeriggio, o di sera, veniva sempre accolto da un coro di proteste. Erano le massaie che cercavano di giustificare le loro necessità. Ma il Podestà Barbato era inflessibile. <<Peppino! Vedi se quel cane ha la museruola!>> <<No, non ce l’ ha!>> <<E allora scrivi!>> E Peppino scriveva. Scrivi oggi, scrivi domani, Peppino aveva totalizzato un’ esorbitante numero di contravvenzioni, tanto che fu necessario ordinare un’ altro blocco di stampati, perché, quello in dotazione al Comune, era esaurito. La girandola delle contravvenzioni in paese cominciò a prender fuoco: maiale, cane, Podestà, Peppino, cavallo, ciuccio, mulo, panni stesi a Isole, contravvenzione, verbale, maiale, panni, Peppino, danaro, acqua sporca, Podestà, manifesti, bando, contravvenzione e poi ancora maiale, panni e così via di seguito. La girandola si incendiò e fu la rivoluzione. La sera prima della vera e propria sommossa popolare in piazza, si notava un insolito fermento. I contadini che, di solito, fanno la loro comparsa in piazza solo la domenica, quel pomeriggio affluirono numerosi a confabulare sommessamente e con fare circospetto nei pressi dei circoli e nei pressi del monumento ai caduti. I fomentatori della sommossa passavano da un gruppo all’ altro di contadini e d’ operai, dando disposizioni, fissando modalità precise per il giorno successivo in cui doveva avvenire l’ assalto al Municipio. I rivoltosi avevano deciso di costringere il Potestà Barbato alle dimissioni, ma prevalse la corrente estremista dei rivoltosi stessi che ritenevano opportuno di estrometterlo a viva forza, con la violenza e la minaccia. Tra gli estremisti vi erano alcuni che avevano in programma di distruggere tutto ciò che di documentato raccoglieva l’ edificio Comunale, allo scopo di disperdere la prova delle contravvenzioni. Ma, come generalmente accade nelle sommosse popolari, il programma minimo viene sempre di gran lunga superato dalla violenza della folla che, nel tumulto e nella suggestione collettiva, perde ogni freno inibitorio e sconfina molto facilmente nella più sconsigliabile violenza. Avvenne che la folla in tumulto,facilmente superata la debolissima resistenza che potevano opporre alcune guardie municipali ed alcuni carabinieri accorsi sul posto alle prima manifestazioni di sommossa, riuscì a penetrare nell’ edificio Comunale, mettendo in fuga il Potestà e gli impiegati dell’ Amministrazione. Furono distrutti i documenti di stato civile, atti amministrativi di ordinaria e straordinaria amministrazione, sedie tavoli, macchine da scrivere e suppellettili varie. Dopo due ore dall’ occupazione dell’ edificio Comunale, la piazza, sulla quale affacciavano i balconi del vecchi palazzo, era letteralmente coperta di carte sottratte agli archivi comunali, di mobili sfasciati, di vetri infranti, di libri e di mobili spaccati. Con tutto ciò che era caduto sotto la indiscriminata violenza dei rivoltosi, venne alimentato un gran falò il cui bagliore, nell’ imbrunire, dava una luce sinistra alla piazza che man mano cominciava a spopolarsi. Mentre tutto bruciava, i rivoltosi si mossero in corteo e raggiunsero l’ abitazione del vecchio sindaco Don Ciccillo Barbato, ritenuto persona degna di essere posto in quel momento a capo dell’ Amministrazione Comunale. Don Ciccillo venne prelevato dalla sua abitazione e portato in trionfo sulle spalle di alcuni contadini per tutto il paese. Naturalmente alcuni rivoltosi pensarono a tagliare i fili del telefono, altri innalzarono una vera e propria barricata con mattoni e sassi vari, in località Ponte e in località Mulino Fredella, allo scopo di impedire il traffico di automezzi. Essi ragionevolmente temevano che i Carabinieri potessero recarsi immediatamente ad Accadia o a Candela per chiedere rinforzi. Verso le dieci della sera, quando i rinforzi arrivarono da Foggia e da Accadia, le strade del paese erano deserte: i rivoltosi avevano abbandonato il campo e alcuni di loro si erano dati alla campagna o al bosco di Serbaroli, per sottrarsi alla immancabile cattura da parte delle Forze dell’ Ordine. Ma chi erano i rivoltosi? Chi indicò al Capitano dei Carabinieri i nominativi dei rivoluzionari? I delatori rimasero sempre sconosciuti. La notte stessa, dopo la formazione di una lista di proscrizione, vennero arrestati una quarantina di elementi, tra cui alcuni innocenti, e la mattina successiva furono tradotti, in stato d’ arresto, nelle carceri giudiziarie di Foggia, con una pesante accusa sulle spalle. Dopo una ventina di giorni furono tutti scarcerati e non vennero sottoposti a procedimento penale perché usufruirono di un provvedimento di amnistia che il Governo emanò in quel periodo di tempo. Perché i santagatesi organizzarono questa sommossa? A prima vista potrebbe sembrare che essi fossero così arretrati nella civiltà da contestare le determinazioni dell’ Amministrazione Comunale la quale, in sostanza, per il bene del paese, desiderava mettere un po’ di ordine nel campo dell’ igiene e della sicurezza pubblica. Ma, invero, i santagatesi non si ribellarono al programma di ordine di igiene e di sicurezza, perché la pulizia piace a tutti e l’ igiene non viene rifiutata da nessuno: essi si ribellarono contro il sistema che venne usato per reprimere e per modificare uno stato di cose che si era creato attraverso decenni di trascuratezza e di noncuranza da parte della medesima Amministrazione Comunale la quale aveva creato una situazione che non poteva essere cambiata in brevissimo tempo attraverso pesanti sanzioni, senza offrire al paese, e specie ai contadini ed agli operai, i mezzi, le possibilità, e le comodità per svolgere una vita più igienica e più conforme alle regole della sicurezza e della pulizia.

 N. L

Tratto dalla rivista L'INCONTRO dell'Associazione dei santagatesi residenti a Roma