(05/11/2014) SANT'AGATA DI PUGLIA MONUMENTI E CHIESE : CONVENTO SAN CARLO | ||
San Carlo in un acquerello del Maestro A.Bergantino | ![]() alcune foto del Convento | |
Era, nel 1600, signore di S. Agata il marchese Carlo Loffredo, il quale, per irrobustire la sua nobiltà e le sue finanze, aveva sposato la Contessa di Potenza Eleonora Crispani, donna ricchissima, molto bella e molto pia e caritatevole. La Contessa, con l’ aiuto del Vescovo di Bovino, mons. Tolosa, riuscì ad ottenere dal Papa Paolo V, allora sul soglio di Pietro, il Breve di fondazione, in S. Agata, del convento dei Francescani Riformati. Ottenuto anche il consenso del Padre Generale del Predetto Ordine, padre Giovanni Da Tero, venne dato inizio alla costruzione dell’ edificio, su progetto di ignoto architetto, (forse un monaco), nella spianata di quella gola che, dal lato opposto del paese, mena alla contrada La Liscia. L’ edificio, imponente e severo nelle sue linee architettoniche, venne portato a termine nel 1613. La chiesa venne consacrata nel nome di S. Carlo Borromeo, in onore del marchese di S. Agata Carlo Loffredo, il quale non mancò di assegnare al convento una adeguata elemosina, sufficiente per il mantenimento di 20 frati. Nel 1664, presso il monastero, venne allestita una fabbrica di lana per sopperire alle esigenze della comunità religiosa provinciale e a quelle della locale popolazione. Nel 1870, venne aperta una scuola di filosofia e teologia ove insegnarono valenti docenti, scuola che indubbiamente diede i primi intellettuali di notevole importanza al nostro paese. Fin dai primi del 1800,il convento cominciò il suo ciclo di decadenza, sia per la deficienza delle elemosine, che si erano sempre più assottigliate, sia per le disastrose conseguenze del terremoto del 1851 che rese inutilizzabile l’ ala sinistra del fabbricato. Quando i beni della Chiesa vennero incorporati dallo stato Italiano, la comunità religiosa si sciolse e i monaci si trasferirono altrove. Rimase un sol monaco, frà Giuseppe a sorvegliare affinchè il fabbricato non andasse in rovina. La chiesa di S. Carlo, annessa al convento, è rimasta consacrata fino a pochi anni fa. Chiesa abbastanza grande e spaziosa, che raccoglieva opere d’ arte di notevole valore, come ad esempio un leggio in legno pieghevole lavorato con un solo pezzo di legno pregiato, due altari di granito locale rosso, e due statue di santi. Il sacerdote Lorenzo Agnelli, nella sua cronaca di S. Agata, a proposito di S. Carlo così scrive: “L’ antico fervore cittadino per quel convento non si è spento, e si reclama che torni in onore”. << A niun altro uso sarebbe convertibile e sarebbe imperitura vergogna se l’ edificio cadesse, le rovine ci griderebbero contro e sempre>>. (1). È stato, forse, per non sentire questo sempiterno grido delle rovine, che l’ amministrazione comunale di S. Agata ha ritenuto opportuno di demolire e spazzare dalla faccia della terra i gloriosi avanzi di quello che fu un pregevole edificio del 1600, rimasto, nel piano di S. Carlo a sfidare il tempo, silenzioso e misterioso come tutti i ruderi, ma dignitoso come una vecchia signora decaduta che non dava fastidio a nessuno? (2). I santagatesi, in occasione della festività di S. Pasquale, si recavano nella chiesa di S. Carlo e nello assolato dolce pomeriggio del 17 maggio di ogni anno, molte merende venivano consumate sul piano antistante alla chiesa, da parte di artigiani ed operai che si recavano in gruppi di amici per passare in letizia un pomeriggio di primavera. Tra gli svaghi tradizionali dobbiamo ricordare quello della rottura del tarallo di melazzo con il sedere. Il giorno successivo molte madri e mogli mettevano i calzoni dei figli e dei mariti nella “medicina dei panni”, per far scomparire le difficili macchie di erba. (Allora non esistevano i detersivi biologici!). Ci corre l’ obbligo di ricordare il compianto amico Samuele Danza, allora podestà di S. Agata, che dopo il terremoto del 23-7-’30, rivolse istanza al Genio Civile di Foggia per ottenere fondi per la ricostruzione dell’ edificio cadente. Il nobile tentativo non ebbe favorevole esito, perché i tecnici del predetto ufficio non ritennero applicabile al caso la legge speciale per il risarcimento dei danni ai fabbricati terremotati. Nel 1928 anche l’ allora podestà avv. Donato Barbato tentò di salvare almeno la chiesa facendo costruire a spese del Comune un arco di sostegno della volta. In seguito alla demolizione della chiesa, le pregevoli statue dell’ Immacolata e di S. Francesco vennero trasferite nella chiesa di S. Angelo, ove attualmente si trovano esposte alla devozione dei fedeli. La statua di S. Pasquale venne prima trasferita nella chiesa di S. Antonio e successivamente sistemata nella Cappella della Madonna dell’ Arco. La statua di S. Carlo è attualmente nella chiesa di S. Antonio, mentre quella di S. Giovanni Battista trovasi esposta nella chiesa della Trinità. Oggi, al posto del verde prato del piano di S. Carlo esiste un campo sportivo che non ancora è stato posto in efficienza; il rudere del contento è scomparso come neve al sole, senza lasciare la benché minima traccia; è scomparsa anche l’ antica croce marmorea; di conseguenza è scomparso anche l’ uso della merenda il giorno di S. Pasquale, e la tradizione della rottura del tarallo. Addio monumenti, tradizioni e ricordi di un tempo indubbiamente più felice. N. L. (1) A ben altro e noto uso (macello) l’ edificio fu convertito, e si era anche giunti all’ imperitura vergogna perché le abbandonate rovine conseguenti al terremoto del 1930 ci hanno <<gridato contro>> per molti anni (N. d. R.). (2) A qualcuno l’ edificio dava certamente fastidio se fu deciso di cancellarlo vandalicamente dalla piana. Il pietrame di risulta è servito alla costruzione di un informe muro di sostegno rovinando definitivamente il paesaggio due volte: con il desolante vuoto determinato dalla scomparsa del vecchio e dignitoso fabbricato e con la insolente presenza di quel muro maledetto. (N. d. R.). Tratto dalla Rivista L'INCONTRO dell'Associazine dei Santagatesi residenti a Roma
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