(15/09/2014)
LA SILVIA DI GIACOMO LEOPARDI


di Mario De Capraris

Giacomo Leopardi ha scritto le parole e le frasi che più incantano per la loro bellezza, anche se descrive come si rimane ineluttabilmente traditi dalle promesse che fa la vita e poi la realtà non puo' mantenere. È l'autore che più riflette sulla caducità delle cose e tuttavia non puo' non riconoscerne i tratti struggenti, come sull'amore, di cui ha scritto pagine memorabili come la poesia “A Silvia”.

Compone questa poesia quasi due secoli fa, nel 1828. Aveva usato un nome fittizio, Silvia, ma si trattava di Teresa Fattorini, figlia del cocchiere di casa Leopardi, una giovane che era morta di tisi nel 1818. Come per le altre donne che lo avevano ispirato, non si sa fino a che punto il Poeta fosse ricambiato nell'amore oppure se la giovane fosse come al solito solo l'oggetto di un suo sentimento di cui la donna non ne sapeva nulla.

Dunque nella poesia l'autore le si rivolge ricordando il tempo di quando lei era giovane e splendeva di bellezza.

“Quando beltà splendea

negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”.

Fuggitivi nel senso che erano sfuggenti, schivi, non si posavano mai sul Poeta.

“Sonavan le quiete

stanze, e le vie dintorno,

al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

sedevi, assai contenta

di quel vago avvenir che in mente avevi”.

La ragazza, il cui canto si diffonde nelle stanze e per le strade, era ottimista pensando al suo futuro, “vago” nel senso di indefinito, ma sicuramente promettente.

“Era il maggio odoroso e tu solevi così menare il giorno”.

Il Poeta mentre è impegnato a lavorare sui versi davanti al balcone aperto, gli arriva il profumo della campagna. Il canto della ragazza gli giunge di sotto, dalle stanze del personale di servizio, e intanto la voce lo fa fantasticare ammaliato e rapito nel suo sogno d'amore.

E con questa scena si chiude la prima parte della poesia: la ragazza canta mentre è impegnata nelle attività femminili. Dentro di sé è fiduciosa per il suo avvenire (dice il Poeta). Era allora il maggio odoroso come la primavera della vita. Tutto si avvia nel migliore dei modi. Nulla lascia presagire quello che inevitabilmente accadrà.

“Io gli studi leggiadri (leggiadra è la letteratura di cui l'autore subisce il fascino) talor lasciando e le sudate carte, ove il tempo mio primo e di me si spendea la miglior parte”.

Sentendola cantare il Poeta smette di studiare. Nella descrizione fa una amara riflessione solo sul fatto che le carte sono “sudate” perchè lui vi si affaticava, e sullo studio se ne andava la sua giovinezza, come sappiamo, e ritorna subito sull'argomento.

“D'in su i veroni del paterno ostello

porgea gli orecchi al suon della tua voce

ed alla man veloce

che percorrea la faticosa tela”.

Scusate la parolaccia, questo è lo zèugma, cioè un solo verbo ha collegato due diverse espressioni che però è appropriato per una sola delle due, perchè si puo' sentire la voce ma non la mano, anche se alcuni sostengono che l'autore sentiva anche la mano perchè faceva rumore sulla tela.

Poi ecco la frase consegnata alla storia: “Lingua mortal non dice quel ch'io sentiva in seno” (non si puo' esprimere a parole quello che provavo).

Fin qui ha ricordato i bei momenti vissuti.

Segue una parentesi di riflessione. E poi ricorda come la ragazza sia morta e quindi fa le sue considerazioni sul fatto che la stessa non abbia potuto vivere né la gioventù né l'amore.

“Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

da chiuso morbo combattuta e vinta,

perivi, o tenerella.”

Da questo momento in poi il Leopardi non si rivolge più a Silvia ma alla speranza.

“Anche peria fra poco la speranza mia dolce”.

E poi segue una serie di interrogativi cui non c'è risposta. Il Poeta sa che non ci puo' essere risposta.

“Questo è quel mondo? Questi

i diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?”