(07/06/2014) I PRIMI RITORNI di Mario De Capraris | ||
![]() Ph Francesco Monaco Zona rurale S.Pietro Ursitano | ||
Questa della foto è la visuale che avevo davanti agli occhi durante i primi ritorni in paese. Mi affacciavo alla ringhiera della piazza e guardavo questo panorama. Cercavo la mia campagna, la terra dove, finita la scuola, ci andavo a passare l'estate. Ma prima di guardare dalla piazza ero doverosamente passato vicino alla chiesa delle Grazie a rivedere la casa dove sono nato, che adesso è abitata da altri. I nuovi inquilini, senza aspettare che chiedessi di vedere l'interno dell'abitazione – si vede che conoscevano bene i polli che tornano – mi avevano invitato a entrare. Superando il groppo alla gola e indicando di volta in volta gli angoli della casa, di cui adesso hanno cambiato la disposizione, dicevo: - Ecco, lì una volta c'era la cucina. D'inverno avevamo la stufa a legna che era incassata nel muro, “la furnacella”. Lì c'era il letto. Da quella porta si andava nella cantina e anche al gabinetto, che era un buco nel muro. Lì tenevamo “lu cascione” (il cassone di legno) con le fave. Quella la grotta dove tenevamo l'asina e “lu puorche”. Quello era “lu chiusirre”. I proprietari rimanevano un po' perplessi nel venire a conoscenza di quanti ricordi potesse racchiudere la loro casa. Quasi si sentivano degli abusivi per abitare una casa che tanto spazio occupava nella memoria di un altro. E questo per quanto riguarda la casa. Poi, passando per la piazza, veniva spontaneo cercare, con lo sguardo verso la valle, il fazzoletto di terra che una volta apparteneva alla famiglia e che, per quanto ricordi, era facile individuarlo dal belvedere della stessa piazza. Ne conoscevo a memoria la planimetria. Sapevo dove si trovava, perciò adesso ero sicuro che bastava volgervi gli occhi per avvistarlo. Ma guarda e guarda, cerca e cerca, non riuscivo a distinguerlo. Gli anziani, seduti alla panchina, un po' mi guardavano incuriositi, ma subito dopo riprendevano a disinteressarsi di me avendo capito che con quella macchinetta fotografica a tracolla non potevo che essere il solito dei tanti che, chissà perchè, gli prende questa smania di tornare. Io intanto decido di tornare un'altra volta e così, dopo qualche tempo, sono di nuovo sulla piazza, sempre sotto lo sguardo tollerante degli anziani, e guardo verso il punto che mi interessa, ma dell'appezzamento di terreno nemmeno l'ombra. Possibile che sia sparito? Né mi azzardo a chiedere aiuto agli anziani, perchè ero sicuro che mi avrebbero risposto: - Ma qual è lo scopo del perchè devi trovare 'sto terreno? E io: - Non c'è uno scopo. Giusto così, per rivederlo. - E quando l'hai rivisto, che hai concluso? Andare a piedi e cercare sul posto? Non era possibile. Non mi sentivo più capace di girare per le campagne come facevo una volta. Passano gli anni senza che abbia risolto il dilemma. Intanto avevano costruito la strada asfaltata che dalle “Tre curve”, attraversando le “Fosse”, prosegue per Fontana del Fico, dopo avere smantellato il ponte di pietra sul torrente Speca. Finchè un giorno approfittando di questa nuova strada, arrivo sul posto. E infine realizzo la posizione di quello che una volta era il mio terreno. Il motivo per cui non riuscivo a trovarlo? Perchè erano spariti i punti di riferimento: l'oliveto era stato sradicato, la masseria era stata rasa al suolo, i due pozzi scomparsi, il canneto distrutto; la siepe, i fichi, i mandorli, il tratturo: inesistenti. Il tutto era coperto da un bellissimo, esteso campo di grano. Se avessi dovuto fornire le prove della mia permanenza in quel luogo non le avrei avute, anzi no, una prova era rimasta: “lu Casone”, ormai abbandonato, cioè la masseria della vicina proprietà del pastore. Ma non voglio dilungarmi oltre.
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