(08/05/2014) STORIE DI EMIGRANTI SANTAGATESI RACCONTATE DA CHI LE HA REALMENTE VISSUTE : LA NECESSITA' DELLA PIAZZA di Mario De Capraris | ||
![]() Giocatori di carte davanti Osteria | ![]() Stazione Termini Roma di qualche anno fa | |
Esiste un tratto comune a tutti i paesani: il bisogno della piazza. Questa è intesa non solo come luogo di incontro, ma come luogo in cui ci si sente realizzati. Tra l'altro non si ha bisogno di una piazza qualsiasi, bensì della Piazza, cioè dell'unica più importante, come è unica quella del paese. Così, a causa del bisogno della piazza, accadde anche a me, trovandomi nella grande città, di accorgermi di essere un inguaribile paesano. Ma sorse il problema perchè le piazze erano tante, e allora - come succede per tutti gli immigrati che ritornano sempre sul primo luogo che hanno visto arrivando per la prima volta nella nuova città - tra compagni ci si vedeva sistematicamente alla stazione Termini per poi scegliere la piazza giusta. La piazza importante la sentivi necessaria perchè, alla stregua di quella del paese, sapevi che serviva a fare compagnia. Insomma passare la serata in una piazza minore non era interessante, perchè sarebbe stato squallido come in paese passeggiare, non so, in piazza Sant'Antonio, mentre l'unica piazza è quella del Municipio. L'Aventino – me ne accorsi ben presto – era un quartiere fuori dal tempo. Dovunque giravi, era evidente che vi avevano abitato gli antichi Romani. Praticamente si viveva nella storia. Di fronte c'erano nientemeno che i palazzi imperiali del Palatino. La città moderna del ventesimo secolo era lontana. La sera, sul viale bagnato di umidità per il vicino Tevere, i lampioni stentavano a fare luce attraverso la fitta vegetazione. La mattina facevo a piedi il lato lungo del Circo Massimo, prendevo la metropolitana in viale dell'Aventino e arrivavo alla stazione Termini, passando dagli spazi vuoti e immensi dei posti dove abitavo a quelli stracolmi di persone dello scalo più importante della capitale. Nel sottopassaggio, all'uscita della metro, era un fiume di gente. Quando mi trasferii all'Esquilino, lasciai la Storia (anche se non completamente), gli alberi, i giardini e gli spazi sconfinati dell'Aventino e trovai la massa di gente, di auto, di asfalto e gli spazi stretti. Alle volte capitavi al cinema Apollo, che era seminterrato, e sentivi il fischio del tram che era partito dalla stazione delle Ferrovie Laziali, e il fischio, insieme al tremolìo delle fondamenta che ne seguiva, ti dava l'idea che ti trovavi in un posto fortemente metropolitano. Allora vi erano cinema stracolmi di gente. Al vecchio Ambra Jovinelli la maschera ti faceva strada con la torcina elettrica mentre sul palco facevano avanspettacolo. Al Casilino, dove trovai definitivamente alloggio, cominciai a pensare che noi paesani meridionali forse sbagliavamo a considerare la città tutta intera. Era necessario abbandonare la mentalità del paese e diventare come tutti gli altri abitanti che consideravano solo il posto dove vivevano. Era il loro quartiere la loro città. Invece noi, dopo essere stati sulla benedetta piazza principale tra le luci e il frastuono, poi la sera si ritornava. E l'ultimo tram mezzo vuoto – che ti portava a casa rasentando le borgate illuminate, alternate ai tratti di campagna buia – ti faceva sentire tutta la vastità impraticabile della metropoli. Una sera che sostavo davanti all'edicola sulla via Casilina – le macchine sulla strada sfrecciavano – mentre mi apprestavo come al solito ad andare al centro, vidi che lì di fronte, nell'osteria illuminata nel buio della sera, un gruppetto di amici giocava a carte. E d'un tratto capii che, ecco, quell'osteria era la piazza. Gli avventori dell'osteria non cercavano piazze importanti o meno importanti. Non era necessario cercarsi la piazza-centro-del-mondo, perchè anche un'osteria poteva – doveva – servire allo scopo. | ||