(02/05/2014)
STORIE DI EMIGRANTI SANTAGATESI RACCONTATE DA CHI LE HA REALMENTE VISSUTE


di Redazione


Il Treno, nei suoi vagoni salimmo giovanissimi...carichi...di entusiasmo...desideri e tanta voglia di...imparare..
TORINO..MILANO..ROMA. FIRENZE..NAPOLI..GERMANIA..FRANCIA........
siamo scesi alla fermata giusta? 
I nostri desideri...sono stati appagati?  I nostri sogni...si sono Avverati ? 
tornando indietro nel tempo...saliremmo su quel treno...???

Tonino Locurcio

Mancavano appena quattro giorni a Natale e due ragazzini di undici e dodici anni stavano viaggiando soli alla volta di Roma. Per bagaglio avevano due valigioni che non perdevano mai di vista. Si erano appena riuniti alla stazione di Foggia, l’uno proveniente dal paese di Sant’Agata di Puglia e il più grande che studiava al seminario vescovile di Bovino, e andavano a riunirsi al resto della famiglia che si era appena trasferita nella capitale. Vedere ‘sti due piccoli da soli destava la curiosità degli altri passeggeri che li tempestavano con domande tipo :
- Come mai viaggiate soli?
- Chi è il più grande di voi due?
- Che classe frequentate?
- Non avete paura?
Il più grandicello indossava la divisa del collegio: completo nero, collarino che portano i preti secolari e cappello, lo stesso che indossano bandisti e militari; ma con le iniziali proprio in centro SV (Seminario Vescovile); mentre il bambino proveniente dal paese era bardato in abiti civili. Il viaggio pareva interminabile, mettete pure che era la prima volta che quei ragazzi salivano su un treno; quindi erano un tantino sbigottiti e passarono l’intero pomeriggio a fissare i loro valigioni, appesi al bagagliaio, che custodivano, l’uno panni sporchi del collegio e l’altro ogni ben di Dio da mangiare che i nonni mandavano ai parenti per Natale. Nello scompartimento di seconda c’era un tepore che invitava ogni viaggiatore ad alleggerirsi nel vestiario. Anche il seminarista si era ridotto in maniche di camicia, mentre suo fratello Gerardo, nonostante fosse paonazzo in viso, non ne voleva sapere di scoprirsi e intanto continuava a grondare di sudore. Il seminarista che vedeva il fratellino in imbarazzo, credendo si sentisse male, lo trasse in bagno e questi finalmente sputò il rospo. Si vergognava di spogliarsi davanti agli altri e be aveva tutte le ragioni: la nonna nel preparargli la valigia aveva esagerato nelle cose da mangiare e, non essendoci più posto per il vestiario, lo aveva costretto ad indossare tutto doppio. Quel bambino indossava due paia di calze( una sull’altra) e così anche per mutande e maglietta intima. La nonna, poverina, credeva che essendo inverno, fosse una cosa buona. Non aveva fatto i conti con le ferrovie dello Stato, riscaldamento a tutta callara! Alla stazione Termini ci aspettava papà che prese in consegna quei bagagli. Ricordo che qualcuno vedendomi il cappello con la scritta , mi chiese informazioni di servizio. Sul tram ero frastornato ed affascinato dalla simpatia della gente che mi stava dando il benvenuto in una città fantastica. Era il ’61 ed ero per la prima volta a Roma! Il latte te lo vendevano in bottiglie di vetro sfaccettate e dalla bocca larga che costava cento lire, nei jukeboxe spopolava “Selene” di Modugno che diceva che “il peso sulla luna è la metà della metà”, a Cinecittà, dove andammo ad abitare, giravano “Otto e mezzo” di Fellini ed io non avevo nessuna difficoltà ad avvicinare e salutare Mastroianni, la Cardinale, Sandra Milo o Rossella Falk che uscivano dai cancelli del centro sperimentale di cinematografia ed avevo solo dodici anni!
Buona vita! 
maestro castello

Eravamo in cinque nella 600 verde chiaro di mio padre,eravamo diretti a Napoli e il mio entusiasmo cresceva man mano che vedevo la campagna correre all'indietro,guardavo avanti nella tremula luce del giorno nuovo.Il mio sguardo avido si posava sulla terra scura,sugli olivi,sulle masserie,sugli umori che l'aria di dicembre sprigionava.Avevamo tra il bagaglio l'albero di Natale,avremmo acceso le luci della festa nella nuova casa,Ero felice,eravamo felici.La campagna si stendeva in pianura,eravamo a Candela,disse mio padre,guardai alla mia destra verso il paese e gridai "lu tren"!.Avevo visto il treno sul mio libro di lettura,ora vedevo tanti vagoni in fila sulla piccola altura ,"no"rise mio padre "so' alber".Eppure in quel filare di pini dalle chiome accostate mi pareva di vedere un treno, forse perche' la mia fantasia correva piu' della nostra 600 e tenni per me quella bizzarra convinzione.Non era un treno,lo compresi quando nel tempo ritornai,quegli alberi disposti in fila erano cresciuti,il treno era stata solo una proiezione idealistica del mio viaggio..

Antonietta Pagliarulo.

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