(14/03/2014) SPIRITO SANO IN CORPO SANO Giacinto Giordano: santagatese medico, filosofo naturale e teologo domenicano dell’Ordine de’ Predicatori di Alessandro Volpone | ||||
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di Alessandro Volpone
Al momento, sono piuttosto scarse le notizie concernenti la vita del frate predicatore Giacinto Giordano, nato probabilmente nei primi anni del XVII secolo, o negli ultimi decenni del precedente, a Sant’Agata di Puglia. Dai cataloghi di uomini illustri nei quali il suo nome è reperibile, si apprende che egli studia come medico, forse a Napoli, città nella quale esercita per qualche tempo la professione, raggiungendo una certa fama. Successivamente entra in convento, facendosi frate domenicano, «spinto dal desiderio – come recita un necrologio – di servire Iddio nella Religione». Giordano è definito «fuori del Chiostro Medico eminentissimo» e, da frate, «profondo Filosofo, Teologo e Maestro». Accanto all’interesse per la medicina, mai abbandonato lungo il corso della sua vita, aggiunge la riflessione teologica. Svolge dapprima la funzione di Istitutore e poi quella di Rettore dello Studio generale del Real Convento di San Domenico Maggiore in Napoli, l’istituzione dove San Tommaso d’Aquino, a suo tempo, aveva insegnato Teologia, e che annovera fra i suoi alunni più noti l’umanista Giovanni Pontano e il filosofo Giordano Bruno. Di lui resta un solo lavoro a stampa, intitolato Fondamenti teorici della medicina di San Tommaso, dottore angelico e Padre Santissimo, e dei luoghi in cui se ne tratta nelle Sacre Scritture, pubblicato a Napoli nel 1643. Il piano dell’opera, ambizioso, esposto nelle sue primissime pagine, prevede quattro sezioni: fisiologica, eziologica, terapeutica e patologica (In quatuor partes physiologicam, aethiologicam, terapeuticam, & patologicam distincta), suddivise in due volumi o “tomi”, come l’autore li chiama. Soltanto il primo, tuttavia, viene pubblicato, cioè quello concernente la Pars physiologica. Seconda, terza e quarta sezione, invece, previste nel volume successivo, non vedono mai la luce. Dalla biografia di un suo confratello, datata 1651, si apprende che «[…] mentre dalle stampe tirava i fogli della materia del secondo tomo, per sventurato accidente, si cagionò la morte con insolita medicina d’Antimonio». Se ne deduce, dunque, che egli, pur radicando la propria scienza nell’interpretazione “verbosa” delle Sacre Scritture fatta da Padri e Dottori della Chiesa, mediante principi di natura più che altro speculativa, o comunque spirituale, non disdegna l’uso, materiale, della farmacopea coeva. Questo non lo rende uno “sperimentalista”, in senso stretto, ma ne fa senz’altro un figlio del suo tempo. Probabilmente, Giordano sperimenta farmaci e altro tipo di rimedi su se stesso; e sembra che muoia, per accidente, proprio svolgendo questo genere di attività. La disgrazia avviene nei locali del Convento del SS. Rosario di Palazzo di Napoli, dove il frate santagatese risiede in qualità di Priore. Secondo i biografi, l’opera di Giordano è la prima a trattare in maniera sistematica e organizzata il mare magnum della medicina patristica e religiosa in epoca moderna, forse in risposta alla nascente “renovatio scientifica”, nella visione della natura, o più probabilmente in contrapposizione all’immanentismo, oppure al meccanicismo, proprio delle filosofie materialistiche. Egli recupera il corpus disciplinare medico della più schietta tradizione religiosa, riportando i principi di base della disciplina nel solco dell’aristotelismo, filtrato attraverso la visione tomistica dell’uomo. Non a caso, la sua opera è dedicata a San Tommaso, all’Arcangelo Raffaele (detto “Medicina Dei et Princeps medicorum”), a San Luca d’Antiochia, l’evangelista, e ai Santi Cosma e Damiano, in quanto “medici santissimi e pietosi”. Giordano intende dimostrare, probabilmente, che l’arte medica funziona, nella pratica professionale, anche qualora sia ispirata, nei suoi fondamenti teorici, alla religione di Cristo, nonché ai precetti dei suoi intercessori presso gli uomini, cioè Angeli, Santi e Beati. La migliore metafora per esprimere il concetto è forse l’immagine de “Il trionfo della fede cattolica sull’eresia ad opera dei Domenicani”, del pittore Francesco Solimena (1657-1747), dipinta, nel 1709, proprio nella sagrestia di San Domenico Maggiore in Napoli. Anche Giordano si vota a “far trionfare la fede sull’eresia”, nell’ambito specifico della medicina; ed è questo il fine del suo lavoro. Il volume di Giordano sulla fisiologia umana è diviso in una parte “Animastica”, concernente l’anima, una “Genealogica”, sulla generazione, e un’altra “Anatomica”, riguardante il corpo e il capo in particolare, tutte precedute da una parte propedeutica che funge da introduzione generale (per un totale di quattro parti). «Particula prima – egli sottolinea – est prologomena». [La parte prima è introduttiva.] Essa è incentrata sulla origine della medicina e sulla sua corretta definizione. La medicina, per Giordano, è un “arte” [Medicina sit ars]. Essa, come si specifica nel paragrafo intitolato “De primis inventoribus Medicinae”, è stata “inventata” nell’Antichità e, sin dalle origini, ha avuto come obiettivo il “corpo”, ma non solo; il suo obiettivo più generale è la Sanitas, cui deve corrispondere, per il domenicano, anche e soprattutto la “salute dello spirito”. A suo parere, è proprio questo il limite di tutti gli antichi medici-filosofi non cristiani, da lui individuati in «Greci e Arabi, inclusi Saraceni e Maomettani». Giordano, coerentemente a quanto già sostenuto da Padri e Dottori della Chiesa, si dice “non soddisfatto” della medicina “pagana”, nella quale, essenzialmente, include Ippocrate, Galeno, Avicenna e Averroè, come nel seguente passo: «Humani generis primates [...] non sunt contenti antiquorum Ethnicorum Hipp. Gal. Avic. Averr. aliorumque». Il corpo umano, per Giordano, va considerato come manifestazione armonica e sensibile della creazione. Occorre, sì, entrare nel dettaglio delle strutture anatomiche e funzionali dell’uomo, ma per risalire fino alle più alte e ineffabili espressioni del suo spirito; ed è a questo punto che la Verità Rivelata del Cristianesimo può condurre là dove non si può arrivare altrimenti. L’Animastica, posta non a caso prima della Genealogica e dell’Anatomica, per sottolinearne la superiorità dell’oggetto di studio, rispetto alle altre, passa in rassegna le diverse “facoltà” [facultas] dell’anima, distinte fra vegetative e animali. Le facoltà vegetative si articolano in quelle della nutrizione, dell’accrescimento e della “amministrazione” [De facultatibus ministrantibus; si legga: la gestione autonoma, o automatica] dell’organismo. Quelle animali sono invece la sensibilità interna ed esterna, il movimento e la potenza intellettiva [potentia intellectiva]. Giordano riconosce nel cervello la sede fisica delle facoltà animali [Cerebrum sit subjectum facultatis animalis], ma nutre seri dubbi sul fatto che la sensibilità possa essere completamente attribuita ad esso e non, più in generale, alla natura umana, dotata della eccezionale caratteristica di essere unità di corpo e di spirito. In ogni caso, esclude categoricamente che la “ragione” sia imputabile all’uomo, cioè alla sua corporeità, poiché l’anima non può che avere natura divina. «L’errore di molti medici – egli osserva – è stato quello di attribuire a noi stessi la ragione, ma questo non è dimostrabile». [Praefato Medicorum errori faveant afferentes rationes a nobis adductas nô esse demonstrativas.] Nella Genealogica, Giordano tratta di varie questioni legate alla generazione, o alla riproduzione. Da una prima disamina del “seme”, come elemento vivo e capace di generare l’intero corpo, si passa alla distinzione fra il maschile e il femminile, osservando che il seme femminile è quello più importante [verum semen], mentre il maschile lo è di meno. In particolare, Giordano sottolinea che è possibile conservare fertile il seme maschile anche fuori dall’utero [Semen eiaculatum possit conservari prolificum extra uterum]. Attribuisce al sangue del mestruo un ruolo centrale ai fini del concepimento [Sanguis menstruus purus sit tota materia sufficiens ad conceptumi]. Altri paragrafi vertono sui gemelli, sulla formazione del feto, sulla somiglianza dei figli ai genitori, sulla gestazione, sul parto, sulla nascita e sull’aborto. Chiude il tutto una digressione sulla verginità nella donna [De Virginitatis]. Nel paragrafo De similitudine natorum ad parentes, da segnalare è l’idea che la “virtus formativa femminile” sia la vera causa della somiglianza del figlio al padre e che, quindi, ogni qualvolta che ciò non si verifichi, la colpa è da imputare alle fantasie della donna durante il coito. Un’idea analoga, all’epoca, è riscontrabile anche nel carmelitano Giulio Cesare Vanini (1585-1619), originario di Taurisano, presso Lecce, morto sul rogo a Tolosa, ma la sua tesi è diametralmente opposta: la mancata somiglianza dei figli ai genitori è da attribuire alle divagazioni mentali del padre (la “virtus formativa maschile”), non della madre. La quarta e ultima parte del volume è la Anatomica, dove l’autore illustra, a parole, organi e apparati dell’uomo; e ne descrive la funzione. La “fisiologia” di Giordano, come per altri studiosi dell’epoca, anche “sperimentalisti”, è in realtà una “anatomia animata”, cioè in essa la funzione è ancora sottomessa alla descrizione della forma, di organi e distretti organismici, quasi che l’una fosse una semplice e diretta conseguenza dell’altra. In successione, il domenicano tratta di: natura umana e procreazione, disposizione e struttura del corpo umano, membra e altri parti del corpo (con “azione e uso”), membrana cerebrale, dura e pia madre [Cerebri membrana, dura et pia mater], faccia e fronte, ciglia, palpebre, occhi, lacrime, orecchie, naso, bocca, mascelle, denti, labbra, lingua e palato. Gran parte della trattazione, come si vede, è incentrata sulla testa, a causa della più unica che rara “prestanza e dignità” del capo umano [praestantia et dignitate]. La medicina di Giordano, verbosa e altamente speculativa, è piuttosto tendenziosa, nella sua “religiosità” portata alle estreme conseguenze, ma, probabilmente, va apprezzata per quello che è, in sé, prescindendo dai giudizi di valore. Il domenicano, di vasta cultura, conosce bene sia la letteratura di base che la pratica medica dell’epoca; dunque, la sua opera offre di tutto ciò, se non altro, una panoramica storica davvero eccezionale. APPROFONDIMENTO I Il “mistero” del frate santagatese… Nei Preamboli dell’unica opera di Giordano di cui si abbia notizia, Onofrio Riccio, medico e uomo di cultura napoletano suo contemporaneo, definisce l’autore «da civile medico peritissimo e nel chiostro sottilissimo teologo». Pochissime altre informazioni, purtroppo, si ricavano sulla sua vita e carriera professionale, nelle medesime pagine, attraverso i diversi prelati che approvarono la sua pubblicazione, fra cui il naturalista Paolo Minerva da Bari, detto anche Paolo de Bario, e il teologo Domenico Gravina, i quali fecero parte della Commissione che vagliò l’opera per conto del Generale in carica all’epoca dell’ordine dei domenicani, Nicola Rodolfo, fornendone un giudizio positivo; l’Imprimatur fu di Alessandro Luciano, vice Generale; e così via. Un aspetto interessante e relativamente “misterioso”, allo stato attuale delle cose, è senz’altro il fatto che l’esistenza del medico e frate santagatese sia stata trascurata, per non dire completamente dimenticata nella letteratura storica del suo paese di origine. Nella Cronaca di Santagata di Puglia del sacerdote Lorenzo Agnelli (1869), ad esempio, lavoro con cui ogni studioso odierno di storia locale non può evitare di confrontarsi, non se ne fa alcun cenno. Agnelli, fine uomo di lettere e insegnante dell’ex Ginnasio-Convitto di S. Agata (istituzione della seconda metà dell’Ottocento, dall’esistenza travagliata e discontinua), socio ordinario dell’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti in Catanzaro, tratta di innumerevoli “memorie paesane” e racconta di svariati luoghi, personaggi e vicende locali. L’unico Giordano da lui menzionato, per caso, è tale Paolo, vissuto nella seconda metà del Settecento. Il nome compare quando si parla della contesa di poderi “promiscui” sul territorio santagatese, nel seguente passo: «Nella commissione feudale del 1809 sulla liquidazione delle promiscuità, Bisaccia ed Accadìa si ebbero i loro possessi, Sant’Agata ebbe un ritaglio di poderi, ed una vittima in Paolo Giordano». Sembrerebbe che la contesa, descritta da Agnelli anche come “disonesta usurpazione”, fosse tutt’altro che pacifica. Nella seconda edizione della sua opera, del 1902, Agnelli specifica che questo Giordano era giureconsulto; egli aveva difeso gli interessi cittadini, presentando «vigorose ragioni e documenti» sulle promiscuità, ma un giorno «si trovò ucciso da ignoto pugnale». Nelle sue pagine, Agnelli esplicitamente ricorda «non pochi sacerdoti [del clero santagatese] degni di stima per l’ingegno e per le virtù, che li hanno raccomandato alla memoria ed alla riverenza dei cittadini». Il suo elenco, tuttavia, non va più indietro della metà del XVIII secolo. Tra di loro ci sono: Gerardo Antonio Volpe (dal 1744 Vescovo di Nocera de Pagani, morto nel 1768 e sepolto nella Chiesa dello Spirito Santo di Napoli), Giuseppe Torraca (monaco detto “Boccadoro” per la sua parola eloquente, morto nel 1795), Giuseppe de Miscio (parroco del paese, insegnante di Diritto canonico e civile, morto nel 1790), Gioacchino Iannuzzi (frate predicatore), Gerardo Frascella (frate, archivista e bibliotecario dei Duchi di Tarsia e Paterno calabro; si dice che, nel corso del suo lavoro, compilò una Storia di S. Agata, che non riuscì però mai a pubblicare), Filippo Orlandella (nato nel 1775, “profondo studioso di lettere greche e latine”), Paolo Mariconda (prima frate, poi penitenziere nella Cattedrale di Bovino, “teologo insigne e latinista facile ed ubertoso”; morto nel 1826) e Pasquale Magnisio (morto giovanissimo, forse ancora novizio). Seguono poi dei civili illustri: Boezio del Buono (magistrato della sovrintendenza di Bovino), Ramiro Volpe (avvocato e giureconsulto) e Michele Torres (medico condotto e chirurgo, morto nel 1854). Il dato da registrare, insomma, è l’apparente scomparsa dalla Universitas Sancte Agathae della memoria storica di Giacinto Giordano. Inutilmente si cercherà qualcosa nei successivi lavori del Novecento, soprattutto del secondo dopoguerra, di storia erudita locale. APPROFONDIMENTO II Medici “Padri” e “Dottori” della Chiesa apostolica romana L’epoca dei “Padri” della Chiesa propriamente detti si distingue generalmente in tre grandi periodi: il primo termina con il Concilio di Nicea (325), il secondo giunge fino a quello di Calcedonia (451) ed il terzo si chiude in Occidente con la morte di Isidoro di Siviglia, nel 639, mentre in Oriente si prolunga fino al 749, con la morte di Giovanni Damasceno, entrambi considerati come gli “ultimi” Padri della Chiesa. “Dottori” della Chiesa sono invece considerati tutti quei pensatori che si segnalarono, oltre che per la santità di vita e l’ortodossia, anche per l’eccezionale importanza del loro pensiero ai fini della dottrina ecclesiastica. La qualifica di Dottore della Chiesa non richiede il requisito dell’antichità, per cui troviamo dottori sia tra i Padri, sia tra gli scrittori religiosi più vicini a noi. Tra XIX e XX secolo, ad esempio, tali sono stati dichiarati Caterina da Siena (1348-1380), Teresa d’Avila (1515-1582) e Alfonso Maria de’ Liguori (1696-1787). Agostino, Ambrogio, Gerolamo e Gregorio Magno sono considerati i quattro grandi Dottori occidentali, mentre Basilio, Gregorio Nazianzeno, Crisostomo e Attanasio sono i grandi Dottori orientali. Numerosi Padri, Dottori della Chiesa ed ecclesiastici di vario genere trattarono di medicina, in libri specifici oppure in testi di contenuto più squisitamente teologico. Molti di essi furono medici, prima che religiosi, altri no. Comunque, secondo la definizione antica, risalente almeno ad Aristotele, “medico” non era necessariamente chi curava il malato, ma “sia colui che concepisce la prescrizione nell’esercizio del suo mestiere, sia colui che la prepara, sia colui che ha coltivato quest’arte solo come parte della propria cultura” (Politica, III, 1289a). | ||||