(15/02/2014)
LA UAGNARDA ? E CHE COS'E'


di Mario De Capraris
Re Uagnarde sopa a la Vespa
 Re Uagnarde sopa a la Vespa


La dolce poesia del maestro Castello sulla chètecatascia ci riporta alla bellezza del nostro dialetto.

Se non ricordo male, Gino Marchitelli narrava che l'idea del “Vocabolario” gli venne per reazione a quello che aveva affermato un suo maestro, secondo il quale il nostro dialetto era talmente difficile che era impossibile metterlo per iscritto; le parole avevano una tale complessità fonetica che era preclusa qualsiasi trascrizione. I fatti poi gli avrebbero dato ragione, come sappiamo.

Ma, a distanza di tanti anni, stupisce la immutata originalità delle parole, specialmente quelle che risultano lavate solo nello Speca e nel Frugno.

Non so, prendete per esempio: matafòne, cuòfene, mappina, tazzechè, zoca, li zìrpele, zerpulènde, zenzeluse, zènna, zuculèrra, zumbè, tòtela, 'nghiummète, 'ngine. (Spero di averle scritte bene) Queste parole sono completamente diverse da quelle corrispondenti in italiano.

Il dialetto è bello ma è come un monumento, da preservare e da ammirare ogni tanto. Non da servirsene: sarebbe come utilizzare la Cappella Sistina per varie funzioni, mentre l'unica funzione è quella di essere ammirata.

Per questo i compaesani che, pur trovandosi in altre città, parlavano il nostro dialetto, non preoccupandosi che gli altri li comprendessero, si capiva che avevano i loro buoni motivi, o che lo facevano per necessità non potendo padroneggiare la lingua nazionale o che volevano affermare con orgoglio che il proprio dialetto non aveva niente di meno rispetto a qualsiasi altra lingua.

Ma ci fu un episodio che mi ha portato ad essere ancora più convinto del monumento che è il dialetto, e questo accadde molto tempo fa quando una sera, uscendo con Tonino, si unirono alla compagnia due universitari della provincia di Bari che studiavano a Roma.

Quella sera andammo a mangiare a un locale alle spalle della Fontana di Trevi, dove servivano cibi austriaci, infatti tra l'altro mangiammo crauti e wurstel.

E durante la cena e poi passeggiando, Tonino come al solito parlò solo in santagatese e anche gli universitari si espressero per tutto il tempo nella loro lingua terribile e impossibile a comprendersi. Non so come Tonino e quegli altri si capissero, ma a un certo punto non ne potevo più e mi venne in mente il Manzoni che giustamente voleva risiedere per un po' a Firenze per sciacquare la sua lingua nell'Arno.

Quelli stavano a Roma e non avevano sciacquato almeno nel Tevere manco un avverbio.

Capii che difficilmente, anche trovandomi con un compaesano, avrei mai parlato in dialetto.

A fine serata mi avevano riempito la testa delle loro espressioni dialettali di cui, a parte il parlare di Tonino, non avevo capito un'acca. Pensavo:

“E meno male che siamo corregionali. Figuriamoci se capitava uno di Aosta.”

Però anche Tonino a volte si rendeva conto del problema perchè spesso era costretto a tradursi quando per esempio diceva “uagnarda” perchè gli altri subito si bloccavano: “La uagnarda? E che cos'è?”