(10/02/2014)
LU FAO'NE


di MaestroCastello

Mi sono sempre chiesto quale sia il filo che unisce fuoco e religiosità, ossia perché ci sia l’usanza, in tantissime zone della nostra penisola, di accendere fuochi alla vigilia di tante feste religiose. Assumono denominazioni diverse, come : “lu faone” a Castelluccia di Norcia, la “ ‘ndocciata” ad Agnone, “li focaracci” a Cascia, “la fòcara” a Novoli eccetera… Pensate che solo nel Molise che conta settecento paesini, si svolgono altrettanti falò religiosi in ognuno di essi. Questo rito millenario, carico di fascino, trae origine da riti pagani : si accendeva il fuoco, ad esempio, negli antichi riti solstiziali per evocare la potenza del sole, fonte di vita per la terra. Riti di propiziazione e di fecondità nel desiderio tutto umano di fertilità dei campi e di benessere per le comunità. Il fuoco assunse poi una valenza purificatrice: sanava il male e distruggeva ogni influenza negativa. Quando si affermò il Cristianesimo, fece sue queste usanze: al sole venne sostituito il Cristo, simbolo di luce e di purezza. L’usanza era sentita ieri più di oggi, quando invece le grandi manifestazioni legate al fuoco si sono per lo più ridotte a momenti conviviali intorno ai falò (occasione per arrosti di carne sulle braci residue e libagioni di vino) e ad elementi di attrazione turistica, come i falò della notte di mezz’agosto che i ragazzi accendono sulla spiaggia, allo scopo di puro bivacco. Il fuoco mi ha sempre affascinato perchè illumina, scalda ed aggrega come e più del sole. Anche la mia infanzia, ovviamente, è stata riempita da tanti “faoni”, come vengono chiamati anche dalle mie parti, a Sant’Agata di Puglia, alla vigilia di particolari festività paesane. Come i ragazzi della via Pàl che raccoglievano bottoni, noi ragazzi del ”castello” cominciavamo a procurarci legna già diversi giorni prima del giorno di vigilia e tutto in gran segreto. I piccoli andavano di casa in casa, mentre i più grandicelli battevano le campagne, alla ricerca di ciocchi o di qualunque cosa potesse ardere. La legna raccolta si portava in un nascondiglio fuori paese e si stabilivano turni di guardia, per evitare che quelli di altre zone potessero sottrarla. Il giorno di vigilia, già dal primo pomeriggio, iniziava il via vai di viaggi per trasportare la legna dei nascondigli e si accatastava al centro della piazza “Chiancato”, dove i ragazzi più grandi erigevano la catasta, secondo una regola precisa: sotto la legna più pesante e via via quella più leggera. Intanto si organizzavano delle staffette col compito di spiare quanto stavano facendo le altre zone del paese. Era una vera e propria gara a chi riusciva ad erigere il faone più imponente. Quando la catasta era ultimata si piazzava, proprio in cima, una lunga canna che reggeva un’immaginetta del santo. Se prima sembrava una faccenda dei soli ragazzi, man mano che s’avvicinava il momento di dar fuoco al faone, la piazza si riempiva di gente: le donne erano maggiormente devote; ma anche gli uomini appena tornati dalla campagna uscivano incuriositi dal vociare generale. Il compito di dare inizio al fuoco se lo litigavano fra i grandi ed appena le campane davano il segnale di inizio processione, il ragazzo prescelto accendeva il fuoco, tra gli applausi della gente. Più aumentavano le fiamme e più si alzavano cori di meraviglia delle donne che si facevano il segno della croce. Immediatamente ripartiva la staffetta per spiare gli altri faoni accesi e il commento era sempre quello: “il nostro è il faone più alto di tutti quanti!” . Quando le fiamme bruciavano l’mmagine del santo, la gente si inginocchiava e gridava: “Evviva sant’Antonie”, ”Evviva la Maronna!”. Tutto qua? Direte. Erano i tempi che la gente era semplice, aveva fede ed era felice anche con poco.
Buona vita!