(10/09/2013)
MIO PADRE SI CHIAMAVA VITUCCIO - 2° PARTE


di Mario De Capraris

Mio padre era nato il 1902. Il suo mondo era quello della campagna, i terreni, la masseria, l'oliveto, il vigneto, il grano. E, come succede in ogni famiglia, c'è sempre uno destinato a raccogliere più degli altri l'eredità del mondo dei padri, o meglio, a raccoglierlo nel senso di subirne di più il fascino perchè, in quanto ad eredità, di quella non è arrivato nulla, e questo ruolo è toccato a me.

Mio padre spesso era in campagna per periodi interminabili. Per la raccolta delle olive ricordo diceva che ci era stato per sei mesi filati, solo in compagnia della gatta. Era un uomo ovviamente di altri tempi. Quando veniva in paese non mostrava un particolare piacere di passare il tempo con i figli, anzi a tavola sedeva con la cinta appesa alla sedia per scoraggiare comportamenti scorretti. Mai una carezza. L'orientamento non era di quelli teneri.

Quando a inizio estate con tutta la famiglia ci si trasferiva in campagna, noi ragazzi ci rendevamo conto che la scuola non reggeva il confronto col nuovo posto. Quello che si era imparato a scuola era niente in confronto a quello che c'era da imparare nei campi, a cominciare dai frutti per finire al grano, alla vigna, all'innesto.

Le persone che abitarono quelle campagne vissero un periodo percorso dalle prime macchine (tipo la trebbia) ma lo stesso periodo fu anche l'ultimo perchè quella tecnologia che venne accolta con tanto entusiasmo segnò anche la fine della vita in campagna. Quando la stessa tecnologia arrivò più massiccia le campagne si svuotarono completamente.

Così si è stati testimoni di una realtà scomparsa, piena di storie, di personaggi anche di quelli che molto lontanamente ci hanno toccato, tipo, non so, zia Amalia, una donnetta piccola di cui ho un pallido ricordo e che avrò incontrato probabilmente una sola volta, che apparteneva ai Vivolo, la famiglia della nonna materna. Zia Amalia evidentemente aveva una sorella che si chiamava Siponta.

I Vivolo erano grandi coltivatori di terreni. La casa al paese la tenevano solo come rappresentanza. Non mi era mai capitato di andare nella loro contrada, che era molto distante da San Pietro Ursitano. Ma conoscevo i loro tratti, i loro atteggiamenti i quali erano di contadini che sopportavano grandi fatiche. Il fatto di coltivare tanti terreni dava l'impressione che non potessero perdersi in nessuna faccenducola della vita comune. Il loro grano era fatto di versure, mica dei tomoli degli orticelli di tutti.

Allora non si viveva che di orizzonti, di grandi spazi aperti, di estensioni di terreni a perdita d'occhio, di giornate intere passate all'aperto.

Quando raccontavano delle famiglie era impossibile resistere al fascino delle loro storie, come per esempio quando parlavano del nonno materno, Rocco Mocciola. 

Di lui si sapeva che era figlio unico, vissuto senza padre, e ne era stata tramandata l'immagine di un uomo frequentemente a spasso col suo cavallo, viziato e dedito alla vita di società, dalle interminabili partite a carte. Mio padre ci giocava regolarmente, ancor prima che ne sposasse la figlia, Angiolina, la prima moglie.

Mocciola, una volta sposato, fu palese la sua scarsa propensione a caricarsi di responsabilità, per cui la moglie e poi i figli dovettero ben presto sobbarcarsi il peso della famiglia. A quanto pare, padre padrone, affermava la propria autorià anche con maniere energiche. Impegnato nei suoi obblighi di società, nelle poche occasioni in cui era presente in famiglia spesso non facilitava il compito a chi doveva risolverlo, finchè morì e qualcuno malignò che la famiglia aveva tirato un sospiro di sollievo. La moglie, nonna Eleonora, rimasta sola con i figli a mandare avanti i campi di grano, d'estate nella masseria chiamava i figli uno per uno prima che si levasse il sole, da donna infaticabile, perchè si svegliassero e si mettessero al lavoro. Quasi tutti i figli seguirono le orme paterne, cioè fecero i contadini e anche chi in un primo momento aveva scelto un'altra strada poi tornò a fare l'agricoltore. Questo, in linea con la teoria secondo cui dietro ogni santagatese si nasconde un proprietario terriero o aspirante tale, e, chiunque faccia un mestiere diverso, in effetti non è interessato ad altro che all'agricoltura.

Mocciola, alto, magro, occhi chiari, carnagione chiara, si riesce a ravvisare gli occhi tutt'oggi ancora in qualche nipote o pronipote.

Quando a nonna fu proposto di sposarsi con lui, la famiglia di lei era contraria, conoscendo quanto il soggetto fosse di spirito indipendente e chiazzaiuolo (uascezze re chiazza, trìvele re chèsa). Però altri le dicevano: “Vedrai che da sposato cambia.” E infatti, una volta sposato, cambiò, ma in peggio.

La famiglia di nonna, i Vivolo, era una famiglia solida, e, sarà stato per questo, nonna ebbe sempre il suo sostegno ogni volta che dovette affrontare le avversità.

Nonna Eleonora, armata di una grande pazienza, giustificava il marito col fatto che non aveva avuto la guida di un padre e in più era stato figlio unico.

Degli anni passati in contrada Contillo i figli conservavano ricordi bellissimi, anche se le fatiche dei campi erano molto gravose. E verso il padre, seppur pieno di difetti, nutrivano un sincero amore filiale.

Alla morte del marito, nonna si vestì col lutto e non se lo tolse mai più. Infatti le volte che l'andavo a trovare in via Barbarito la trovavo vestita sempre di nero, che però non era un vero nero, ma un nero schiarito. Nonna, che evidentemente era analfabeta, non parlava né raccontava mai nulla. L'unica persona con cui invece dialogava era la capera, cioè la donna che veniva a pettinarle il metro e mezzo di capelli. E lei, mentre era seduta di spalle, diceva tante cose che però dovevano essere di una noiosità terribile perchè anche il gatto alla fine non ce la faceva più e alle due donne andava a fare in faccia un “miao” talmente indisponente che quelle si offendevano e lo cacciavano in malo modo.

Ma di personaggi da descrivere ce ne sarebbe un'enormità, a cominciare dai propri parenti per finire agli zii dei cugini che venivano considerati zii anche da chi non era nipote, fino ai vicini di fondo, vicini di strada, vicini di chiesa. Come anche le masserie: le masserie dei Petrone, dei Mocciola, dei Mazzeo, dei Barbato, dei Catella, eccetera. Ogni masseria un mondo a sé, ogni masseria un raggruppamento tale di gente, di animali, di vita, di chiasso in occasione dei grandi avvenimenti come la mietitura, la trebbiatura eccetera eccetera.

Mio padre aveva avuto terreni a Li Trisciti, poi a San Pietro, Le Cesine e poi anche ad un'altra parte di cui non ricordo il nome. Il suo mondo era anche quello di mia madre, della quale però rimane ancora qualche testimonianza, che sarebbero le masserie abbandonate di Contillo (fino a una ventina di anni fa c'erano ancora) che spero di andare a visitare quanto prima con l'aiuto di un caro cugino.

Concludendo, per quanto riguarda mio padre, gli ultimi anni della sua vita – dopo la morte della moglie – sfortunatamente certi parenti, approfittando della sua paura di rimanere da solo, con il suo consenso lo presero in casa loro mentre andavano impossessandosi dei suoi averi. Quando però, nel giro di poco tempo, lui si rese conto che era stato uno sbaglio avere accettato la loro compagnia e fece resistenza non volendo cedere fino all'ultima quota di proprietà, lo cacciarono di casa. Allora, in stato confusionale, venne a cercarmi (aveva quasi ottant'anni) e mi chiese di poter abitare a casa mia. Ma era troppo tardi. Quelli furono presi dal timore che gli stesse sfuggendo l'affare, infatti non fece in tempo ad uscire di casa che venne sequestrato. E non mi fu possibile fare più niente per lui. Passarono sei anni e morì  senza che potei più rivederlo.