(20/05/2013) OMAGGIO A VERDI : " I DUE FOSCARI " di Alfonso De Capraris | ||
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Siamo così giunti al sesto lavoro teatrale di Giuseppe Verdi dal titolo “I due Foscari”, Opera lirica in tre atti e otto quadri su libretto di Francesco Maria Piave, tratto dall’Historical Tragedy di Lord George Byron “The two Foscari”, un drammone in cinque atti in versi che il poeta inglese scrisse nel 1821, e che per la sua dimensione e struttura stessa scarsa di avvenimenti mal si prestava ad una rappresentazione teatrale, avendo l’autore rivolto la propria attenzione piuttosto verso il dialogo fra i personaggi in forma statica, laddove il melodramma italiano faceva affidamento su dinamici colpi di scena con effetto sorpresa. Ciò non toglie che a Verdi, comunque, la storia umana in tragica alternanza fra vicende politiche e passioni amorose piaceva, tanto da scrivere al librettista “è un bel soggetto, delicato, ed assai patetico”, facendogli però, nello stesso tempo presente, che era privo di “quella grandiosità scenica” indispensabile per la buona riuscita dell’Opera, così da costringere il povero Piave a darsi un bel da fare, per contemperare l’esigenza di rispettare al massimo l’essenza del lavoro byroniano, come del resto pretendeva lo stesso Verdi, con la necessità di creare grandiosi effetti drammatici, elementi fondamentali del linguaggio teatrale. Ancor prima di realizzare “Ernani”, Verdi aveva già pensato a “I due Foscari” come un’Opera per il Teatro “La Fenice” di Venezia, città festaiola per antonomasia, laddove la trama di quella tragedia poteva apparire di cattivo gusto agli occhi dei veneziani, non inclini a scoprire il volto reale dell’assolutismo dispotico del governo della città, per cui, come gli suggerì anche la direzione del teatro, abbandonò l’idea, ma non il progetto di mettere in musica una storia tanto avvincente e, per di più, realmente accaduta. La cosa gli riuscì nel momento stesso in cui, sondate già le piazze di Milano, di Palermo e di Napoli, perché non pensare di approdare anche nella Roma papalina, pur con la sua rigorosa censura, con un soggetto nuovo per un’opera diversa? E così la sera del 3 novembre 1844 “I due Foscari” vanno in scena al Teatro “Argentina”, riscuotendo un successo largamente inferiore alle aspettative sia del pubblico romano, forse anche a causa della non felice prestazione degli interpreti, e sia dello stesso Compositore, il quale molti anni più tardi ebbe a giudicare il lavoro come un’opera monotona, carente di varietà, portata ad “arpeggiare sempre sulla stessa corda”. Ciò è facilmente intuibile, perché dopo la monumentalità dei cori del “Nabucco” e la sfrenata frenesia che esplose nell’ “Ernani”, il pubblico si aspettava qualcosa di più per il debutto romano del “Cigno di Busseto”, e certamente i tre atti con la loro brevità non contribuirono a rinnovare i successi ottenuti in precedenza, anche se Verdi la pensava diversamente, convinto com’era quando affermava che “la brevità non è mai un difetto”. Cionondimeno “I due Foscari”, come d’altronde, ognuna delle opere del repertorio verdiano, recita il suo ruolo importante nell’arco compositivo di Verdi, allorquando, discostandosi dal percorso tracciato dal Compositore nelle opere precedenti, presenta caratteri di assoluta novità sul piano formale, a cominciare dall’orchestrazione, sempre oggetto di critiche, ma in quest’Opera più curata. Inoltre in questa nuova esperienza Verdi assegna a ciascun personaggio un proprio tema caratteristico, nuovo, evitando il ricorso a temi già presentati in precedenza, e matura una diversa concezione del duetto, in cui è possibile scorgere l’essenzialità della drammaturgia verdiana, aspetti che consentono al lavoro di restare in cartellone per diversi decenni; addirittura nel 1847 si rappresentava in contemporanea nei due più importanti teatri della capitale inglese. Questo perché probabilmente in seguito il pubblico acquistò maggior conoscenza dell’Opera, ed apprezzò l’intento del Musicista, che non era quello di voler giocare al risparmio delle proprie proverbiali vulcaniche energie, bensì piuttosto il tentativo di sperimentare forme nuove mediante la semplicità e l’impiego di ritmi meno travolgenti; lo dimostra il ricorso frequente ai dolci e cullanti movimenti di barcarola nel classico 6/8, anche per meglio rimarcare l’ambientazione veneziana della vicenda. Come ne “I lombardi alla prima crociata”, dove nella terza parte si ascolta un lungo struggente assolo del violino, anche in quest’Opera il secondo atto inizia con un famoso Preludio, affidato ad un duo per viola e violoncello, che fa da contrasto, rafforzandone il vigore, alla drammaticità della scena successiva, così come, ancora una volta, Verdi non manca di riservare un angolino in cui fare esibire in maniera discreta la banda. In definitiva, pur non disponendo “I due Foscari” di una varietà di situazioni drammatiche pari a quelle che si riscontrano nelle opere precedenti, grazie al rinnovamento autoimpostosi dal Compositore ed ai ritocchi del librettista, l’Opera resta un lavoro fresco per le novità che presenta, ed avvincente per il pathos che è insito in sé. La trama, che, come già detto, non può non risentire della scarsa propensione del testo originale inglese a rappresentare grandiose scene drammatiche, si riferisce ad un fatto storico realmente avvenuto nell’anno 1457 a Venezia, che io, sull’esempio di Francesco Maria Piave, il quale faceva precedere le prime edizioni del libretto da una nota storica, intendo tracciare nelle grandi linee, mettendo un po’ da parte l’adattamento che ne fa il librettista, senza escludere a priori un possibile riferimento in corso d’opera allo stesso. Il 15 aprile 1423 Francesco Foscari, di nobile antica famiglia veneziana, dopo una brillante carriera politica, venne eletto sessantacinquesimo Doge di Venezia, battendo il rivale Pietro Loredàn, il quale non smise mai di rendergli la vita difficile, finché una volta in Senato Francesco, perdendo la pazienza, non ebbe a dichiarare che non si sarebbe mai sentito veramente Doge, finché Pietro fosse vissuto. Il caso volle che alcuni mesi dopo Pietro e suo fratello Marco morirono, per vox populi, avvelenati, coincidenza che creò in Jacopo, figlio di Pietro, la convinzione della colpevolezza di Foscari, radicata al punto tale da indurlo a scolpire ciò sulle tombe dei congiunti, e ad annotare sui registri del proprio commercio una partita, per la quale i Foscari risultavano essergli debitori di due vite, aspettando il momento buono per farsi pagare. Dei quattro figli maschi del Doge Francesco, l’unico sopravvissuto alla peste che aveva falcidiato la Repubblica era Jacopo, sposato con Lucrezia Contarini, il quale, accusato di concussione e corruzione per aver ricevuto donativi da Filippo Maria Visconti, duca di Milano, possibilità che le rigide leggi veneziane vietavano rigorosamente, era stato mandato al confino da Ermolao Donà, Capo del Consiglio dei Dieci. Quest’ultimo nella notte del 5 novembre 1450 venne trucidato, e poiché il giorno precedente in Venezia era stato visto aggirarsi Oliviero, servo di Jacopo, i sospetti caddero su Foscari, il quale, portato a Venezia, prima di essere inutilmente torturato, rivolse un accorato saluto alla sua natia Venezia “regina del mar”, quindi venne esiliato a vita a Candia, nell’isola di Creta; questa condanna lo spinse ad imprecare contro l’odio implacabile di cui si sentiva ingiustamente vittima, ed a reclamare la propria innocenza. Cinque anni più tardi, Jacopo, non potendo più vivere lontano dalla sua patria, in mancanza di una grazia, scrisse a Francesco Sforza, Duca di Milano, affinché intercedesse per lui presso la Serenissima; la lettera, però, venne intercettata dal Consiglio dei Dieci, che la ritenne molto compromettente e prova sufficiente della colpevolezza del giovane. Ricondotto a Venezia, Jacopo viene sottoposto di nuovo a tortura, e, nonostante avesse confessato di essere l’autore della lettera, scritta soltanto per il desiderio di rivedere la patria, fu condannato di nuovo all’esilio a vita a Candia, oltre ad un anno di carcere duro. Nelle prigioni di Stato, scena con cui inizia il secondo atto dell’Opera, langue Jacopo; nel libretto di Piave il prigioniero durante un delirio si vede minacciato dallo spettro del Conte di Carmagnola, il quale lo accusa di essere stato giustiziato a seguito di condanna emessa dal Doge Francesco; scosso da questo triste presagio, Jacopo cade a terra svenuto. Quando riprende i sensi, si trova fra le braccia di Lucrezia, giunta per riferirgli della sentenza del Consiglio dei Dieci, di fronte ai quali ella si era presentata con l’amica Pisana ed un seguito di dame, tenendo per mano i suoi due bambini; il gesto, però, di farli inginocchiare davanti al Doge non mosse a compassione Loredàn (Loredano nel libretto) e gli altri senatori, i quali intimarono a Jacopo l’immediata partenza per l’esilio, e per giunta da solo, separazione che per i due coniugi suonò più di una condanna a morte, al punto da far sentire a Jacopo essere prossima la sua fine. Il povero Doge, oramai ottantenne, dopo avere resistito con fermezza, sia pure con le lacrime agli occhi, alle pressanti ed anche veementi suppliche di Lucrezia per un suo intervento in difesa del marito, assiste con grande dignità alle vicissitudini del figlio, al quale non può fare altro che consigliargli obbedienza e rassegnazione ai voleri del Leone Alato. La situazione muta radicalmente allorquando il senatore Barbarigo presenta una confessione del nobile veneziano Nicolò Erizzo, il quale, in punto di morte, dichiara, a discolpa di Jacopo, di essere stato lui l’autore dell’assassinio di Ermolao Donà (nel libretto Donato), inducendo alcuni senatori a chiedere la grazia per Jacopo, il quale, però, nel frattempo, muore nel suo carcere di Candia, notizia che annulla di colpo la gioia dell’anziano padre provata nell’apprendere dell’innocenza del figlio. Intanto nel 1457 Jacopo Loredàn viene eletto componente del Consiglio dei Dieci, carica che gli fa credere che sia giunta l’ora della sua vendetta, quindi, supportato dagli altri senatori, trama contro il Doge al fine di costringerlo ad abdicare in ragione dell’età avanzata che non gli consentirebbe di attendere pienamente ai suoi impegni. In realtà il povero vecchio, afflitto per la sorte dei figli, aveva già presentato precedentemente due volte le proprie dimissioni, che non furono mai accettate, anzi era stato piuttosto costretto a giurare che sarebbe morto nell’esercizio delle sue funzioni, giuramento che ora il Doge intendeva rispettare categoricamente, senza, però, potervi riuscire a causa della protervia del Consiglio dei Dieci. Privato delle insegne del potere, Francesco, distrutto nel morale, il 23 ottobre 1457 si ritirò a vita privata, ma quando il successivo 31 ottobre, udì le campane di San Marco annunciare la elezione del suo successore, Pasquale Malipiero, avvertì un tale dispiacere, che il giorno dopo morì di crepacuore, con ciò completandosi il percorso vendicativo di Jacopo Loredàn, il quale pare che avesse scritto sui suoi registri accanto alla partita sopra citata: “I Foscari mi hanno pagato”. Così si conclude anche l’Opera, mentre la biografia del Doge Francesco Foscari narra di splendidi funerali di stato in forma regale decretati dal governo della città, nonostante la contrarietà della vedova, la quale vedeva in questa messa in scena un goffo quanto ipocrita atto riparatore da parte di coloro che coloro che le avevano ammazzato un figlio e spodestato il marito. Una vicenda, quindi come si vede, fortemente drammatica e patetica, che ha offerto a questa nuova coppia vincente Piave-Verdi l’occasione per mettere in risalto aspetti salienti della natura umana: il furore con cui Lucrezia caldeggia la sorte del suo sposo, le sofferenze di Jacopo, l’amore coniugale, che già nel “Fidelio” di Beethoven aveva visto la sua massima sublimazione, la grandezza del Doge, il dramma di una famiglia, la spietata sete di vendetta di Loredano. Ed ancora risaltano la pietà suscitata dai bambini inutilmente inginocchiati ai piedi dei potenti, la crudezza dei giudici davanti alle angosciate suppliche di una sposa e madre, l’alto riconoscimento elevato nei confronti della giustizia umana, irremovibile anche quando si è trattato di condannare il figlio di un Doge, laddove la giustizia divina è portata a perdonare. Di contro vi è una rappresentazione scenica, come dicevo, molto scarna, nonostante gli sforzi del librettista, con cambi di scena limitati, ma che nulla toglie alla grandezza della musica, alla cui base comunque c’è sempre un Verdi appena trentunenne, capace di creare linee melodiche di altissimo valore che conferiscono all’Opera il piacere di un ascolto estremamente gradevole. Dal giorno della sua Prima ad oggi, molteplici sono stati gli allestimenti operati nei confronti di quest’Opera, così come le incisioni discografiche per le quali si sono cimentati direttori d’orchestra del calibro di Tullio Serafin, Carlo Maria Giulini, Gianandrea Gavazzeni e Lamberto Gardelli, del quale vi presento la registrazione effettuata a Vienna nel giugno del 1976 con un cast d’eccezione, e che vede nei panni di:
-Francesco Foscari, Doge di Venezia, Piero Cappuccilli, Baritono; -Jacopo Foscari, suo figlio, José Carreras, Tenore; -Lucrezia Contarini, di lui moglie, una splendida Katia Ricciarelli, Soprano; -Jacopo Loredano, membro del Consiglio dei Dieci, Samuel Ramey, Basso; -Barbarigo, senatore membro della Giunta, Vincenzo Bello, Tenore; -Pisana, amica e confidente di Lucrezia, Elizabeth Connel, Mezzosoprno; -Servo del Doge, Franz Handlos, Basso; -Fante del Consiglio de’ Dieci, Mieczyslaw Antoniak, Tenore.
Compaiono inoltre: Membri del Consiglio dei Dieci e Giunta, Ancelle di Lucrezia, Dame veneziane, Popolo e Maschere d’ambo i sessi, il Messer Grande, due figlioletti di Jacopo Foscari, Comandadori, Carcerieri, Gondolieri, Marinai, Paggi del Doge.
“ORF Symphony Orchestra and Chorus”, Vienna. Maestro del Coro: Gottfried Preinfalk. Direttore: Lamberto Gardelli.
Philips 422 426-2 (2 CD Stereo disponibili per l’ascolto presso il sottoscritto).
Alfonso De Capraris. | ||