(16/05/2013)
LA CASA DEL BENE


di Dora Donofrio Del Vecchio
Il disegno del progetto della Casa
 Il disegno del progetto della Casa


Le prime ragazze ospite della Casa
 Le prime ragazze ospite della Casa


LA CASA DEL BENE
L’erigenda “Casa del Sacro Cuore di Gesù” per l’ideale che rappresentava e per le finalità che doveva perseguire come Asilo di mendicità, Ricovero per i vecchi, Ospedale civile, Ospizio per le orfane, Laboratorio femminile, Asilo infantile, polarizzò l’interesse e l’attenzione di santagatesi, di forestieri, di scettici, di filantropi, di politici ed uomini di cultura.
Leggiamo da Il Rinnovamento politico della Capitanata, di domenica 11 febbraio 1923, quanto di essa scriveva Antonio Franco Zicàri.
“S. Agata, 7 - Mi sono arrampicato fin quassù per ammirare un’opera d’arte e di fede cementata, edificata, portata su, così un po’ alla volta, da due volenterosi, da due uomini di grande speranza e di forte amore per l’arte, per il bello, per tutto ciò che è carità e fede.
Ho dinanzi a me vicinissima, la Casa in costruzione, scavata nella roccia costruita nella roccia dalla tenacia onnipossente a cui solo una grande fede può dare tanta forza realizzatrice e non mi par vero che io debba scrivere ciò che ho visto.
Vi son dei casi nella vita che hanno qualcosa di particolare, di caratteristico, qualcosa di imprevisto che ci attira, che ci richiama, che ci distrae, sì che io, dovendo scrivere queste note affrettate, mi sento tanto distratto e forse tanto confuso, da essere spinto là fuori la finestra ad ammirare questo panorama nuovo per me, che è pur tanto bello, e poi a girare subito, velocemente lo sguardo ad ovest, laddove sorge l’erigenda Casa del bene, la Casa del Sacro Cuore di Gesù, pei genitori abbandonati, per asilo infantile, per ospedale civile.
L’amore per i vecchi, l’amore per l’infanzia, l’amore per gli ammalati che sono vecchi e fanciulli al tempo stesso…
Questa Casa del bene, come io amo chiamarla, è voluta da un apostolo, da un sacerdote del bene, Monsignor Donato Pagano. È opera di un altro volenteroso, di un’altra anima benefica, di un’artista: Beniamino Nàtola.
Sorge maestosa in alto quasi isolata dal paese, in un punto distinto dove si respira aria pura, sana. Per arrivarci dal paese bisogna attraversare un dedalo di viuzze strette, storte, mal tenute, e infangate, sporche. Si è costretti a guardare nelle case più umili, dov’è miseria, dov’è pianto. Vi è un momento in cui pare non si debba, non si possa più uscire, liberarsi quasi, definitivamente, da quest’incubo che soffoca, che mi stringe, che mi urta. Là una catapecchia in cui vi piove dentro, o un tugurio senza porta scavato nella roccia fredda.
I giovani sono fuori, lontano, in campagna dov’è aria, vita e luce. Sono rimasti i vecchi forse senza fuoco, forse con un pezzo di pan duro, soltanto. Sono rimasti i bambini, piccoli bambini laceri, sporchi, piangenti…E v’è in un letto qualcuno che soffre ed attende, forse, con la sera, il conforto, la parola dei familiari lontani. Questo è il dolore. Attraversate le viuzze immonde, si vien fuori, finalmente, alla luce, al sole all’aria. Mi ha seguito lo sguardo dei sofferenti vecchi, bambini, malati, mi ha seguito forse la loro preghiera muta, la loro speranza muta. Vorrei dir loro che avranno, sì che l’avranno domani un conforto, una casa, un ricovero. Io la vedo ora quest’opera magnifica da completarsi e vorrei quasi con lo sguardo, forse chissà con la parola (si diventa così bambini quando si soffre) completarla, arredarla, offrirla.
Quando lo scultore Nàtola mi disse che mi avrebbe presentato a Monsignor Pagano, io ne ebbi, mi piace confessarlo, di tale progetto un’impressione poco entusiasta. Ho nell’animo mio un sentimento tanto ostile a tutto ciò che sa di pretesco, di prete che io non potevo proprio entusiasmarmi.
Eppure mi son dovuto ricredere, io che sono venuto a S. Agata per ammirare un’opera d’arte, giacché in Monsignor Donato Pagano ho trovato un sacerdote, un apostolo del bene. E la carità non ha veste, né preconcetti, né limiti, né imposizioni, né chiese, né scuole.
La carità è Dio. La pietà è Dio. Il bene è Dio. È in fondo quel poco di bello e di buono che abbiamo nell’anima e che dobbiamo a Dio.
Ecco perché ho partecipato con tutto l’animo all’entusiasmo di questo sacerdote che accompagnandomi mi parlava dell’iniziativa sua con calore, con fede, con passione. La Casa è per completarsi e sarà inaugurato ed abitato il primo piano in maggio. I tre piani forse saranno arricchiti di un quarto piano. Lo scultore Nàtola ci ha dato un’opera sua, degna, caratteristica rispondente allo scopo...
È situata a 700 metri sul livello del mare ed è stata costruita nella roccia, rotta dalle mine e dal pressante tenace piccone di piccoli lavoranti. Il materiale per portarlo fin quassù è stato trasportato poco a poco e non sempre da bestie la somma, spesso anzi da giovani volenterosi che tornati dalla guerra nel loro piccolo paese, hanno avuto, per un vero miracolo la possibilità di lavorare.
L’opera è stata preventivata quattro anni orsono per lire dugentomila ma se ne spenderanno di più, a tutt’oggi sono state impegnate lire centottantamila. Dove? A S. Agata! E come si è fatto? …Molta volontà, niente danaro e niente commissioni. Sono passati quattro anni e l’opera è in via di completazione, anzi sarà inaugurata subito. Quei signori che nascondevano, quando vi fu la posa della prima pietra, sotto il sorriso di convenzione, la commiserazione e la pietà, forse, per i due audaci, ora la penseranno, di certo, diversamente.
Chi ha dato? Tutti e nessuno. Si è bussato a tutte le porte. Si è scritto a tutti. Si è ricorso a tutti. Molti rifiuti e molti consensi. Molte volte a cassa vuota si è ricevuta merce e si sono iniziati i lavori. Non aveva dato nessuno in quel giorno. Però s’andava avanti lo stesso perché v’era la fede e la buona volontà, perché v’era tenacia grande ed onnipossente. Lo scultore ed il sacerdote si ritrovavano il giorno dopo con un nuovo obolo, inaspettato, e con una nuova idea. Fin qui si andava bene…Ma vi sono stati numerosi giorni in cui vi è stata la sola idea senza l’obolo. Ed allora? Allora niente! Si è andato avanti lo stesso.
Il dolore era là, sotto gli occhi. E non vi potevano essere per quel dolore occhi che non sapessero piangere e coscienze che non sapessero agire”.
Dora Donofrio Del Vecchio
(Da: D. Donofrio Del Vecchio, Mons. Donato Pagano e la Casa del Sacro Cuore di Gesù in Sant’Agata di Puglia, in preparazione).