(29/04/2013)
LE ATTIVITA' MANUALI E PRATICHE


di Rina Di Giorgio Cavaliere

E’ spesso radicato nei ragazzi, legati come sono al loro presente anche scolastico, un’idea del mondo del lavoro riferito solo ad alcune professioni. Al contrario fa cronaca la notizia che vi sia una forza lavoro mancante, ad esempio seimila posti di lavoro disponibili per addetti alla ristorazione e che le richieste in alcuni settori occupazionali siano inferiori alle disponibilità effettive.
       Il lavoro manuale non ha avuto sempre riconoscimenti. L’umanità e l’umanesimo erano tutt’altra cosa; si risale a Platone padre dell’Umanesimo dell’otium contrapposto allo svalutato negotium. Civiltà e pedagogia, lentamente e a fatica, hanno cercato di riabilitare il lavoro manuale. Bisognava prendere coscienza che anche questo è espressione dell’uomo, della sua spiritualità, della sua intelligenza autentica: “Con la conoscenza ricaviamo idee dal mondo, con il lavoro caliamo, investiamo idee nel mondo" (Tommaso d’Aquino).
      Pestalozzi, primo pedagogista e educatore del lavoro, ha detto che alle strutture e alle manifestazioni umane appartengono l’intelligenza, il cuore e la mano. Froebel ha aggiunto: «Col lavoro rendiamo esteriore quel che è interiore». Come fare ragionato, pur se operativo, deve sapersi configurare anche tecnico e mai la tecnica deve uccidere il lavoro. Le forme tecniche odierne decadono a meccanizzazione, automazione, alienanti e deprivanti d’intelligenza e spiritualità (Friedmann) e l’uomo al lavoro diventa ingranaggio della grande macchina.
      Siamo inseriti in un mondo complesso di rapporti, nel quale convivono aspetti diversi e spesso contraddittori della realtà moderna e dobbiamo soffermarci su tali considerazioni. Di recente, esattamente il 22 aprile, in tutto il mondo, la Giornata Mondiale della Terra, giunta alla 43ª edizione, è stata scandita da eco-eventi, per affermare la necessità di uno sviluppo sostenibile. L’Italia ha perso negli ultimi venti anni il 15% della terra coltivata per effetto della cementificazione e dell'abbandono provocato da un modello di sviluppo sbagliato che ha costretto a chiudere 1,2 milioni di aziende agricole nello stesso arco di due decenni.
      E’ ancora presente da noi, tuttavia e con un peso notevole, la tradizione contadina che sopravvive agli urti del mondo più dinamico dell’industria sia perché possiede una forza di coesione morale, che dà equilibrio e stabilità alla famiglia sia perché i rapporti di mobilità sociale, che nascono con l’industria, spesso s’intrecciano con la stessa tradizione. I giovani che decidono di impegnarsi in questo settore hanno una visione disincantata, realistica, priva di mediazione o di rappresentazione letteraria della natura, perché vista in funzione di quel bisogno di sopravvivenza per il quale la persona si sente unita alla terra che lavora. Risentono dell’incidenza che ha nella loro vita quella dei campi; di questo mondo subiscono i condizionamenti economici, ma anche le implicazioni culturali che influiscono sul modo di guardare la realtà e di mettersi in relazione: la vita animale e vegetale non sono fatti oggettivi che guardano con distacco, in quanto parte essenziale del quotidiano.