(22/03/2013)
OMAGGIO A VERDI " NABUCCO "


di Alfonso De Capraris

il libretto della prima rappresentazione
 il libretto della prima rappresentazione


'Con quest'opera si può dire veramente che ebbe principio la mia carriera artistica,...', così scriveva nel 1879 Giuseppe Verdi a Giulio Ricordi riferendosi al 'Nabucco'.

Effettivamente con questa terza Opera avviene l’esplosione del vulcano Verdi, che comincia ad eruttare fiumi di capolavori uno dopo l’altro senza mai fermarsi in una parabola in continua ascesa, che segna l’inizio di un periodo di lavoro intenso e frenetico, tale da fare confessare al Musicista in una lettera alla Contessa Maffei del 1858: “….dal Nabucco in poi non ho avuto, si può dire, un’ora di quiete….”.

Furono i famosi “Sedici anni di galera!”, come amava definirli lo stesso Maestro, durante i quali, sottoponendosi ad un lavoro massacrante, Verdi arrivò a pubblicare ben venti opere, che, in compenso, gli fruttarono la tanto sospirata indipendenza economica, passando dalle 2.000 lire austriache ottenute quale compenso per “Oberto” alle 18.000 assegnategli per “Attila”

Nello stesso tempo Verdi acquisisce mentalità manageriale, che gli consente di occupare una posizione di prestigio e preminente nei rapporti con tutte le altre componenti la vita del teatro in musica, in cui dismette le vesti dell’artigiano per assumere il ruolo di professionista, gettando le basi per il futuro riconoscimento del diritto d’autore.

Per alcune di quelle Opere ci troviamo in presenza di esperienze giovanili, peraltro commissionate, che risentono ancora della tradizione vocale degli illustri predecessori Rossini, Donizetti, Bellini, e ciò anche per andare incontro al gusto dell’epoca, come nel caso del lavoro che stiamo esaminando, ma che, comunque, dal punto di vista della teatralità non fanno una grinza.

Per altri lavori, invece, assistiamo ad un progressivo distacco dal passato, per assumere via via una fisionomia tutta propria, il famoso “stile Verdi”, in cui drammaturgia e lirismo si fondono in un unicum, che porterà il Compositore ad indossare gli abiti del massimo operista italiano dell’ottocento, acclamato e celebrato in tutto il mondo musicale.

La nascita del “Nabucco” si potrebbe arrivare a dire che avvenne in maniera quasi casuale; come già ho avuto modo di dire, parlando di “Un giorno di regno”, dopo l’insuccesso di quell’Opera e le tragedie familiari, che nell’arco di tre anni avevano visto il Maestro perdere i due amati figlioletti in tenerissima età e l’adorata sposa, Verdi attraversava un momento di grande scoramento e di abbandono della voglia di scrivere per la lirica.

A farlo recedere da questo “insano” (per noi) proposito ci pensò l’impresario della Scala Bartolomeo Merelli, il quale, avendo intravisto le potenzialità noscoste del Musicista, insistette con grande tenacia affinchè Verdi ritornasse a comporre.

In proposito risulta interessante quanto scrisse nel 1869 Michele Lessona in “Volere è potere”:

Merelli, l'impresario della Scala, aveva fatto scivolare in una tasca dell'ampio soprabito del Verdi il manoscritto del Nabucco, dicendogli: - Dagli un'occhiata. Giunto tardi a casa, ed acceso il lume, il Verdi aperse così alla sbadata quei fogli, e caddegli l'occhio sul coro del terzo atto degli Ebrei in schiavitù "Va', pensiero, sull'ali dorate". Egli vi sentì subito il biblico Super flumina Babylonis, gittò là il manoscritto, si mise a letto, ma non dormì tutta la notte pensando e ripensando a quel coro. La mattina dopo lesse tutto il dramma, e sollevandosi colla mente oltre i versi e il libretto, vide, egli appassionato lettore della Bibbia, tutto ciò che era di grandioso in quel concetto”.

E l’entusiasmo del Musicista per questa vicenda fu tale che, pur di ottenere che l’Opera fosse rappresentata senza rinvii dovuti alla concomitanza con la rappresentazione di altri lavori, che già avevano assorbito consistenti risorse finanziarie, si contentò di una produzione in chiave economica e con soli dodici giorni di prove, ma la bomba esplose ugualmente, ed il successo della prima rappresentazione, avvenuta il 9 marzo 1842 al Teatro alla Scala di Milano, fu tale che solo in quel teatro il lavoro dovette essere replicato settantacinque volte nello stesso anno.

A decretare il favore del pubblico contribuì in larga misura, al di là della valenza della ispirazione melodica, a volte di chiara derivazione popolare, e degli elementi drammaturgici insiti nell’Opera, anche la fortunata coincidenza, forse non del tutto casuale, che vide il lavoro sposarsi perfettamente con quelli che erano i fermenti patriottici del tempo, tanto da ingenerare il famoso mito, rafforzato dalle opere successive, che volle Verdi a torto o a ragione essere il “Cantore del Risorgemento”.

È noto, infatti, che il famoso coro degli ebrei “Va’, pensiero, sull’ali dorate” nella terza parte dell’Opera in quei roventi anni Quaranta fu messo in parallelo al pianto italico per la dominazione austriaca, “Oh, mia patria sì bella e perduta!”, ed, assumendo la matrice di colonna sonora del nostro Risorgimento, divenne si può dire il vero protagonista dell’Opera; ancora oggi costituisce per tutto il popolo italiano un momento di esaltazione del proprio amor patrio.

A partire dalla sua Prima, che vide pure la partecipazione dell’Autore esibirsi come Maestro al clavicembalo, la direzione di Eugenio Cavallini, anche primo violino, e soprattutto l’interpretazione del soprano Giuseppina Strepponi, seconda moglie del Musicista, nella ardua ed impegnativa parte di Abigaille, alla quale fece eco nel XX secolo la voce di Maria Callas, l’Opera troneggia imperterrita sui palcoscenici dei teatri musicali di tutto il mondo, sempre fresca e vitale, suscitando continuamente negli spettatori forti emozioni grazie alla potenza della sua intrinseca forza drammatica.

Ancora di recente il Teatro alla Scala di Milano ha messo in scena una nuova produzione, che con le nove recite previste ha tenuto banco per tutto lo scorso mese di febbraio, seguita a ruota dall’allestimento del Teatro Regio di Parma, andato in scena in questo mese di marzo, con la partecipazione, fra gli altri, di Michele Pertusi.

Per l’introduzione a quest’Opera, rinvio all’articolo su “Oberto, Conte di San Bonifacio”, pubblicato sul sito il 29/01/2013, ma andando avanti va detto, innanzi tutto, che l’accezione corrente del titolo “Nabucco” in realtà si riferisce ad un dramma di Anicète Bourgeois e Francis Cornue del 1836 dal titolo “Nabucodonosor”, da cui poi Temistocle Solera ricavò il libretto, in cui con l’argomento di derivazione religiosa si intreccia sapientemente una storia fatta di amori e di passioni individuali, su cui il Compositorre comunque riuscirà sempre ad anteporre il dramma di un intero popolo.

L’Opera si articola in quattro parti, ognuna con un proprio titolo, con la prima parte, intitolata “Gerusalemme”, ci troviamo in Israele nell’anno 587 a. C., quando il pontefice Zaccaria tenta nel Tempio di Salomone di rincuorare il suo popolo, sconfitto e ridotto in schiavitù da Nabucodonosor, il feroce re di Babilonia, la cui figlia Fenena, prigioniera, è trattenuta come ostaggio in Israele ed affidata ad Ismaele, nipote del re.

I due si innammorano e progettano la fuga, impedita da una presunta figlia primogenita di Nabucco, Abigaille, anch’ella innamorata, non corrisposta, di Ismaele; di fronte al saccheggio della propria città per mano babilonese, Zaccaria minaccia di uccidere Fenena, la quale, però, si salva e trova rifugio presso il padre grazie all’intervento di Ismaele, memore della propria salvezza ottenuta per mano di Fenena, quando ambasciatore a Babilonia fu fatto prigioniero.

Per questo suo atto di amore Ismaele viene accusato di tradimento, ma viene difeso da Anna, sorella di Zaccaria, la quale sostiene che Ismaele in definitiva ha salvato un’ebrea, dal momento che Fenena, come vedremo in seguito, ha abbracciato la fede giudaica.

Nella seconda parte, “L’empio”, l’azione si sposta in Babilonia, dove Fenena, investita di pieni poteri dal padre, libera i prigionieri ebrei e chiede di essere convertita alla religione ebraica, ma Abigaille, che nel frattempo ha scoperto la sua vera identità, cioè una schiava di Nabucco, continua a covare sentimenti di odio e di vendetta nei confronti di Fenena, alla quale tenta anche di sottrarre il trono impadronendosi della corona, che, però, viene afferrata da Nabucco, il quale, delirando, grida “non son più re, son dio”, ma un fulmine scoppia sulla sua testa, consentendo ad Abigaille di impossessarsi della corona caduta a terra.

Anche la terza parte, “La profezia”, si svolge in Babilonia e vede i personaggi assumere posizioni diametralmente opposte, perché Abigaille, fatte sparire le tracce della sua origine di schiava, diventa la nuova sovrana e convince Nabucco a decretare la condanna a morte degli ebrei prigionieri, che, deportati e costretti ai lavori forzati sulle rive dell’Eufrate, invocano la loro patria perduta (Coro: Va’, pensiero,…); fra i condannati, però, c’è anche Fenena, la cui salvezza viene implorata da Nabucco, il quale, invece, ormai detronizzato, viene fatto arrestare da Abigaille, mentre Zaccaria profetizza la distruzione di Babilonia.

Nella quarta parte, ambientata sempre in Babilonia ed intitolata “L’idolo infranto”, Nabucco, ritornato in possesso delle sue piene facoltà mentali, invocando il Dio di Israele, è più che mai deciso a salvare la propria figlia Fenena, la quale sta per essere sacrificata all’idolo pagano di Belo, la cui statua prodigiosamente cade infrangendosi; Nabucco, vedendo in questo una manifestazione della volontà del Dio di Giuda, libera il popolo ebreo, mentre Abigaille, avvelenatasi, in punto di morte si dichiara pentita delle sue azioni, e chiede a Nabucco di unire in matrimonio Fenena ed Ismaele.

Una trama, come si vede, dalle tinte forti, che consentì a Verdi di mettere in campo le sue innate doti di drammaturgo, caratterizzate dal susseguirsi degli avvenimenti con ritmo incalzante, dal sovrapporsi dei sentimenti in rapida successione, dalla rappresentazione di personaggi fortemente drammatici quali lo stesso Nabucco ed Abigaille.

In sostanza Verdi sperimenta un progetto concepito in maniera funzionale ad un programma organico omogeneo, non dispersivo, che procede senza tentennamenti, dove anche i recitativi non riescono a distogliere l’attenzione dello spettatore dal dipanarsi della vicenda, in cui la forza prorompente delle masse corali vocali e strumentali costituisce un elemento che ha avuto larga parte nel costruire la fortuna dell’Opera.

Non a torto il “Nabucco” viene ritenuto un’opera “corale”, in cui già la Sinfonia introduttiva prelude ad interventi poderosi di cori monofonici che si snodano in un fluire continuo, sin dalla prima scena con il coro“Gli arredi festivi” e fino al finale dell’Opera con l’inno “Immenso Jehovah”, che alla Prima riscosse consensi pari se non superiori al “Va’, pensiero…”.

All’epoca del “Nabucco” il Romanticismo in Lombardia non era ancora passato di moda, anzi gli ambienti letterari degli aristocratici colti salotti milanesi che Verdi frequentava ne erano permaeati; ne consegue che Verdi non poté evitare di innestare in vicende romantiche le proprie spiccate specificità di drammaturgo, senza con ciò che queste dovessero essere relegate ad un ruolo di soccombenza nei confronti delle prime.

Egli stesso, del resto, non si dichiarava “compositore”, ma piuttosto “uomo di teatro”, completo, aggiungeremmo noi, essendo stato capace, nel corso della sua pluridecennale attività compositiva, di gestire in prima persona responsabilmente lo spettacolo melodrammatico in tutte le sue sfaccettature, arrivando, con l’acquisizione della padronanza assoluta di mezzi tecnici innovativi, ad occuparsi personalmente anche degli aspetti scenografici e della mise-en-scène delle sue opere, quali componenti di fondamentale importanza in tutto il contesto drammatico.

 Discografia consigliata:

Innumerevoli sono le edizioni di “Nabucco”, con registrazioni sia in studio che “live” nei teatri; fra quelle di cui dispongo, mi permetto di segnalare quella del novembre 1983 che vede Giuseppe Sinopoli alla guida del “Chor und Orchester der Deutschen Oper Berlin”, con Walter Hagen-Groll M° del Coro, ed in cui emerge stupenda l’interpretazione della compianta Lucia Valentini Terrani, seguita a ruota da Ghena Dimitrova, mentre Piero Cappuccilli e Placido Domingo, ovviamente, non sono messi in discussione.

Il cast, di altissimo livello come dicevo, comprende: Piero Cappuccilli, Br. (Nabucco), Placido Domingo, T. (Ismaele), Evgeny Nesterenko, Bs. (Zaccaria), Ghena Dimitrova, S. (Abigaille), Lucia Valentini Terrani, Msp. (Fenena), Kurt Rydl, Bs. (il gran sacerdote), Volker Horn, T. (Abdallo), Lucia Popp, S. (Anna). 

Deutsche Grammophon 2CDs 410 5122 6

(2 CD disponibili per l’ascolto presso il sottoscritto). 

Alfonso De Capraris.

 Nota a piè di pagina.

La presenza di altre ricerche sulle Opere verdiane aventi il titolo “Progetto Verdi”, mi ha fatto ritenere opportuno, al fine di evitare eventuali possibili confusioni, di modificare il titolo della mia analisi, che d’ora in avanti intitolerò “Omaggio a Verdi”.