(04/03/2013)
IL FILO DELLA MEMORIA : NONNO CICCIO E I DISCEPOLI. UN GIORNO A ZEMANLANDIA
Questa storiella l'ho trovata navigando in cerca di notizie relative al nostro paese ho piacere di condividerla con Voi L.Capano

di Redazione

Nel ritiro irpino del Foggia tra ultras, orecchiette

«Troppo lento. Devi immaginare difensore dietro tuo culo. Gli stai andando via come farebbe mia nonna». La voce di Zeman, cavernosa e monocorde, risuona nella silenziosa vallata di Savignano Irpino. E´ la stessa frase che sussurrava a Gigi Di Biagio, quasi vent´anni fa. Strappato al Monza in C1, Gigi si presentava come un sosia di Ninetto Davoli, parlata testaccina, chioma ricciuta e coltello tra i denti. Zeman lo installò definitivamente in serie A.

Oggi il Boemo ripete il suo verbo a discepoli ventenni, nel ritiro della rinata Zemanlandia. Non c´è scherno nelle sue parole. Non c´è ipertensione ostentata da «tetro ginnasiarca, carceriere dello Spielberg», come lo ribattezzò Gianni Brera. C´è la solita ironia straniata, che massaggia i muscoli stremati e rassicura: dopo il sudore e il sangue, si diventa calciatori di razza. Circondato dalle pale eoliche immense come i mulini della Mancia, si genuflette sul pallone come l´hidalgo di Cervantes prima dell´investitura. Stringe gli occhi sui suoi ragazzi che saettano tra i birilli, sul verde sintetico del campo, rossi di fatica. Sente che la creatura prende forma.

Finita la sessione mattutina affida i pupilli al preparatore atletico Paolo Danza, veterano della prima Zemanlandia. Barba canuta e sguardo da fachiro, Danza stira tendini e muscoli con mano sapiente. Per riconsegnarli rigenerati al massacro pomeridiano. Zeman, nel frattempo, girella il fischietto trotterellando per il campo. Ha la pelle rossa e il viso solcato, come un capo apache. Un manipolo di ragazzini savignanesi, avidi di imparare calcio, lo osserva dalla tribuna dello stadio «Luigino Durante».

Tra di loro spicca un ottuagenario con la chioma raccolta in un lungo codino, il collo addobbato da un enorme scarabeo vitreo. Anche lui sembra sfuggito a una riserva indiana. Gli squilla il cellulare. «Nonno Ciccio, forza Foggia» è la suoneria. Nonno Ciccio è lui. Ostenta orgoglioso le mani tempestate di calli: «Faccio il contadino da sempre. Vivo qui vicino, a Sant´Agata di Puglia. La prima partita del Foggia l´ho vista a dieci anni. Era il 1937. Lo stadio si chiamava ancora Campo sportivo del littorio. Rubai la bicicletta a mio zio, fabbro ferraio che la stava riparando per un cliente. 50 chilometri di sterrato per arrivare da Sant´Agata a Foggia. Vincemmo 3-0, non ricordo contro chi. Al ritorno forai. Mi caricai la bicicletta in spalle e arrivai all´alba. Un´impresa. Ricompensata da mio zio a colpi di cinghia. Ma per il Foggia ne valeva la pena. Da allora non mi perdo una stagione e spesso vado in trasferta da solo». Poi guarda Zeman con occhio mistico: «Sono contento che sia tornato. E´ un uomo vicino alla verità».
Finita la sessione mattutina, è il momento del rancio, consumato nell´altisonante «Taverna degli Artisti». Non più solo patate, come un tempo. Orecchiette al sugo e una manciata di ossa di coniglio alla cacciatora, contornate di insalata verde. Spolpate voracemente dai ragazzi.