(24/09/2012) FUNTENA VECCHIA di Michele Antonaccio | ||
![]() La Fontana come è oggi | ||
Un tempo ricca di vegetazione, la Daunia era considerata una regione molto fertile. Con la dominazione romana divenne contrada di provincia, non ricevette più la cura di una volta, le paludi s’ingrandirono, i boschi vennero semidistrutti, i fiumi Anfidus e Cerbalus non furono più navigabili, come li descrisse Strabone, e l’acqua cominciò a scarseggiare. L’espressione oraziana << Apulia siticulosa >>, ripetuta tante volte è stata sempre valida attraverso i secoli perché i rimedi consigliati sono rimasti allo stato di semplici proposte. Le condizioni si aggravarono con gli Aragonesi che, nell’interesse dell’erario e non della Capitanata, favorirono con il diploma del 1° agosto 1447 il consolidamento di una situazione, già esistente al tempo di Varrone e di Sèneca, in difesa delle terre salde, i prati. Si ebbe così l’atto costitutivo della Mena delle Pecore. Il risveglio è stato lento ma progressivo, anche se con brevi periodi di recessione. S.Agata si trovava in una situazione diversa da quella del Tavoliere perché le sorgenti del posto, anche se non molto abbondanti, potevano soddisfare i bisogni della popolazione che doveva essere accorta ad evitare lo sperpero e attenta ad utilizzare la neve, l’acqua piovana, i pozzi, le sorgenti di Tum-Tum a sud-est del Monte Croce, quelle in prossimità del Piano delle Cerze, del Piano della Vigna, di Fontananova, di Fontana del Fico e della regina delle fonti, la Fontana Vecchia. C’era tutta un’organizzazione nel paese per l’approvvigionamento idrico. Alcune famiglie consideravano il trasporto dell’acqua una loro prerogativa professionale che veniva trasmessa di generazione in generazione. L’acquaiuolo s’interessava dell’acqua per le imprese edilizie e per le varie industrie, l’<< acquaiuola >> era addetta a trasportarla alle famiglie che non potevano rifornirsene direttamente. Un posto era riservato nelle case alle << sirole >> ben chiuse con un coperchio di legno su cui veniva sistemato un secchiello per ber. Non mancavano brocche, giarre e il caratteristico << cicino >> , recipienti in argilla per la buona conservazione dell’acqua fresca. I contadini avevano un cavalletto con tre piedi dai quali fuoriuscivano dei pioli su cui venivano collocati vari barili che bastava inclinare un po’ per attingere di volta in volta l’acqua necessaria. Per consuetudine il proprietario di una bestia da soma la dava in consegna, come a nolo, a chi ne era sprovvisto e questi trasportava l’acqua in due barili, uno per ognuno, savo sistemare al ntro del basto il << varricello >> di soprappiù per il proprietario. La strada che si percorreva era discreta, malagevole solo verso la fine; si passava davanti al camposanto, a mezzanotte si aveva paura perché si temeva che apparissero i defunti. Il brusio e il rumoreggiare dell’acqua facevano capire che si era vicini alla fontana, infatti dopo pochi metri, in un ampio piazzale, più basso rispetto al terreno circostante, a forma di anfiteatro, con un muricciolo trasversale della metà del diametro, appariva la fontana, rustica ma comoda. L’acqua sgorgava da tre mascheroni terribilmente mostruosi, gli occhi spalancati, il viso schiacciato incutevano nei bambini grande spavento. Quando si voleva rivolgere a qualcuno un insulto, lo si apostrofava chiamandolo << facciome re la funtèna >>. Dopo il rituale << appresso a chi sono >> per la vecita, turno, le donne non perdevano tempo, legavano la cavezza ad un anello in pietra o in ferro, appeso alle pareti, ed effettuavano lavori a maglia. Rari i tafferugli perché l’eventuale prepotente veniva messo subito a tacere da tutti quelli che si trovavano sul posto. Riempita l’acqua, con un deciso scatto, i polsi ben saldi, i barili venivano caricati sul basto senza avvicinarli al petto e si riprendeva lentamente la via del ritorno per la ripida salita. All’ingresso del paese non mancava il solito campiere che si faceva avanti per bere un po’ d’acqua fresca del primo che arrivava. Alla Porta S.Angelo c’era don Rocco che non faceva passare libero nessuno. Appena lo si scorgeva spontaneo era l’impulso di proseguire diritto e di non rispondere nemmeno al saluto, poi al pensiero di un’eventuale reazione, data la sua influenza per un paio d’anni il raccolto era stato superiore alle previsioni e da cavaliere era diventato subito commendatore si rimaneva un po’ indecisi e il signorotto, dai baffi attorcigliati, si avvicinava senza troppi preamboli, immergeva in un barile la cannella pendente dalle labbra e si metteva a sorseggiare, mentre il malcapitato pensava di rifare un altro viaggio non potendo permettere che nella propria famiglia si bevesse l’acqua contaminata dai << vavuglie >> dell’indelicato agricoltore. Prof. Michele Antonaccio | ||