(21/09/2012) L'ARIA DEL MIO PAESE di Mario De Capraris | ||
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Provenendo dalla grande città, era estate, si rimaneva affascinati quando il treno faceva la fermata nella stazioncina del sud: lì sulla vicina collina, sotto il sole, faceva bella mostra il paese con il campanile, le case addossate, dai tetti spioventi che ricordavano tanto Sant'Agata. Intanto i viaggiatori fermi nella carrozza, i pini e le rose nel recinto, dal finestrino aperto si sentivano le cicale, il fresco scorrere della fontanella, il dolce odore della vegetazione, il profumo del canneto: tutto ricordava l'aria di casa e portava a chiedersi perchè mai, per quale ragione al mondo si fosse rinunciato a una tale bellezza. Oppure la notte, sempre in treno, in prossimità della sosta nella solita stazioncina: lo stridìo dei freni, le carrozze sembrava che le ultime premessero sulle prime che opponevano resistenza e sempre le ultime sballottavano a destra e a sinistra come se volessero superare quelle altre da una parte o dall'altra, e speravi che là sotto, le rotaie, reggessero quella lotta e non permettessero a nessuna ruota di deviare, poi con la forza d'inerzia che ti spiaccicava contro la poltrona infine tutto si fermava. Nel silenzio di calma piatta piombato all'improvviso, il compagno di viaggio, ergendosi dalle poltrone occupate come da un loculo – la faccia cadaverica per il neon del marciapiede – si svegliava chiedendo: “Dove siamo?” cioè, mentre il treno sferragliava nel tentativo di fermarsi in un baccano d'inferno, quello aveva continuato a dormire come uno scannato, per svegliarsi quando? Quando non si sentiva un solo respiro. Le carrozze, adesso, per come giacevano immobili, sembrava che nessuna energia sarebbe stata in grado di rianimarle. Il paesino questa volta era un gruppo di lumicini nel buio della campagna. Di lì a poco la porta del vagone sbattuta, il fischio del capostazione seguito da quello della locomotiva, il colpo dei respingenti e il treno partiva. E rimaneva dentro sempre quella fascinazione della piccola stazione, del piccolo vicino paese, la tendenza ad apprezzare il piccolo centro, la dimensione a misura d'uomo che non offriva la città. Si andava lontano, lì nella metropoli, nella concentrazione di traffico, di case, di gente, ma era fantastico sapere che esisteva un posto nel mondo, il proprio paese, dove non c'era traffico e l'aria aveva il profumo degli alberi. Il paese era il posto delle cose genuine, la poca quantità di cemento e asfalto rimasta immutata negli anni. Come si dice, tramite la malattia si apprezza la salute, noi che avevamo conosciuto gli ambienti ammalati – a volte c'era il rifiuto anche di passare per alcune vie del centro perchè troppo piene degli scarichi, dello smog - ci piaceva pensare che esisteva un ambiente in buona salute, un angolo che ci apparteneva il quale si era conservato sano, non toccato nell'aria né inquinato nella terra. Era divertente immaginare che l'aria del paese fosse considerata “patrimonio dell'umanità”. Infatti sarebbe bastato tornare ogni tanto e saziarsi a pieni polmoni di quell'aria, come mangiare i prodotti della terra senza il terribile miscuglio di pesticidi-fitofarmaci-fertilizzanti. Salendo per le curve si sarebbe sentito il profumo giallo dei fiori delle ginestre, l'odore verde delle querce, degli olmi, dei vitigni. | ||