(19/04/2012)
" ALLA RICERCA DEL TERMINE PERDUTO "


di Mario De Capraris

Chi più chi meno, andando fuori del paese, ha dovuto confrontarsi col dialetto. A volte è stato un problema (essendo nati molto distanti dall'Arno) perchè si aveva bisogno di farsi mentalmente la traduzione in italiano prima di parlare, altre volte è stato motivo di divertimento, tipo quando a Milano l'amico dovette andare in farmacia per comprarsi un cerotto e allora si ripetè più volte “per piacere un cerotto, per piacere un cerotto”, entra in farmacia, si avvicina al bancone e si blocca, gli viene un vuoto mentale, il farmacista gli chiede: “Che vi serve?”, lui rovista nella mente senza che trova la parola cerotto e dice: “Uno sparatrappo” e il farmacista: “Che cosa?” “Uno sparatrappo” “E che sarebbe?” insisteva il farmacista. “Uno sparatrappo” continuava a dire meravigliandosi che non si riuscisse a capire un termine così scontato. Finchè poi si dovette arrendere e disse che gli serviva quella cosa che si appiccica sulle ferite.

Nella famiglia di un altro amico trovavamo il nonno che si lamentava. Uno di noi gli chiedeva: “Che, nonno, non ti senti bene?” “No” rispondeva lui “è che me fèce mèle lu trigèseme” (il nervo trigemino), “Ma tu ti sei preso qualcosa?” chiedeva l'amico. “Come no. Me so' pegliète l'antipioggia” (l'antibiotico).

Ritornando al termine perduto, una bellezza particolare ce l'hanno i termini completamente diversi da quelli della lingua italiana. Poi c'è “scannacavarre” che sarebbe quel tipo di vegetale secco che evidentemente dava fastidio in modo particolare ai cavalli e quindi questo vocabolo ha una sua etimologia, una sua spiegazione, ma “pisciahunnerre”, cioè fuochi d'artificio, dove sta la spiegazione? Come si è creato questo nome? Poi c'è “tuaglia”  che, stranamente, anziché tovaglia significa asciugamano.

Scusatemi ma quando parlo di dialetto non posso fare a meno di pensare a Marchitelli. Straordinario quando racconta dei fine settimana passati a definire le parole per il suo “Vocabolario” con gli amici che l'aiutavano nell'impresa, ma anche delle serate passate fino a tardi a discutere. Descrive tra l'altro anche dei suoi dubbi e ripensamenti, a volte sentendosi troppo impreparato e incapace di portare a termine un lavoro che a volte gli appariva difficile da mettere in atto, quasi una montagna da scalare. Della sua decisione finale e risoluta di fare il “Vocabolario”. Fantastica la sua prefazione quando narra come era arrivato a pensare seriamente all'opera. E quando usa parole di ringraziamento per quanti avevano contribuito a portare a termine la sua fatica, usa delle espressioni superlative e commoventi che solo un profondo legame con le sue origini, solo il grande amore che nutriva per la sua terra poteva dettare. I suoi collaboratori li nomina uno per uno, non tralasciando di sottolineare il seppur piccolo aiuto che aveva ricevuto.