(27/02/2012) IL CONVENTO DI SAN CARLO A SANT'AGATA DI PUGLIA | ||
![]() | ||
Eretto agli albori del 1600, il Convento di San Carlo a Sant'Agata di Puglia, per oltre due secoli esercitò la funzione per cui era stato costruito, cioè quella di ospitare i frati. Dopo di che, in seguito al terremoto del 1851, che lo rese bisognoso di cure in alcune sue parti (cure che non vennero mai eseguite), nelle sezioni rimaste integre sub“ varie trasformazioni, da fabbrica artigianale a laboratorio di arti e mestieri, a struttura scolastica, fino al definitivo abbandono, nonostante i vari progetti di restauro, fino al completo abbattimento negli anni '60 del secolo scorso. E se il fatto che venisse raso al suolo ebbe a suscitare scandalo in quanti avevano sempre sperato in un suo ritorno al vecchio splendore, ai vecchi fasti, tuttavia, prima ancora che venisse abbattuto, c'era stato chi, a convento abbandonato, aveva nutrito qualche dubbio alla ventilata ipotesi di mutarne la ragione sociale, come detto sopra, o addirittura di promuovere un sito per la riscossione dei tributi, una specie di succursale di agenzia delle entrate ante litteram. Si sarebbe passati, in quest'ultimo caso, a mischiare il sacro col profano: roba da far rivoltare nella tomba Carlo Loffredo, Marchese di Sant'Agata, il quale fu l'ideatore della struttura, che, nei piani, doveva dare lustro sia alla famiglia mecenate dell'opera che al paese stesso. Eppure sarebbe stato il minore dei mali. Per quanto si potesse snaturarne la vocazione prettamente religiosa, qualsiasi trasformazione, purché conservativa, era evidentemente preferibile rispetto alla distruzione. Ma, mentre a prima vista può sembrare che il paese non abbia avuto abbastanza a cuore le sorti del Convento di fronte al suo disinvolto abbattimento, in effetti nulla avvenne con facilità, perché semmai la gente aveva sempre vissuto un rapporto conflittuale col Convento, tra il desiderio di rimetterlo in sesto e la difficoltà di reperire i fondi necessari in anni di povertà e di emigrazione. E perché si giunse alla soluzione finale, perché si passò a mettere in pratica l'ultima e più insensata decisione, nessuno è in grado di spiegarlo. Tutt'oggi se si prova a chiedere ai paesani cosa ne pensano dell'argomento, il loro atteggiamento è quello di chi non ha saputo adoperarsi abbastanza per quell'opera, si sentono in colpa per non avere fatto tutto il possibile, come se la struttura si sarebbe potuta salvare se ci si fosse impegnati. La superficialità con cui venne affrontato il problema - passando dalla soluzione razionale di ricostruire, apparentemente impossibile per la difficoltà di reperire i fondi, alla soluzione irrazionale di distruzione - viene vissuta ancora oggi dai contemporanei come una macchia, una colpa, in tempi in cui si è orgogliosi delle proprie origini e si cerca di pubblicizzarle in ogni modo, e forse il Convento, più che altri monumenti, poteva rappresentare il paese. Non si diede evidentemente il giusto valore ad un'opera in cui altri - coloro che l'avevano costruita - ci avevano sicuramente speso denaro, impegno e fatica, e forse era stato anche il coronamento di un sogno. Ma ci sono tuttavia fin troppe ragioni che rendono comprensibile tale gesto. Coloro che vi assistettero o vi parteciparono si trovarono tra le mani un oggetto di cui non conoscevano la valenza storico-architettonica, e allora non furono accorti ad averne cura; sembrò loro naturale disfarsene trattandosi di un oggetto vecchio; trovandosi in uno stato di ignoranza fu facile commettere un errore. E' anche presumibile che erano distratti da un'occupazione ben più importante, qual era allora, in tempi non facili, quella di badare alla propria sopravvivenza. Oggi, che le condizioni economiche permettono di essere sereni e di guardarsi intorno occupandosi anche di qualcosa che non sia strettamente correlato alla sopravvivenza, ecco che vengono alla luce quelle storture che sono capitate in un momento di debolezza. Se il convento fosse sorto in un punto nascosto, fuori mano, probabilmente non avrebbe assunto quel ruolo di centralità paesaggistico e culturale riconosciuto. Sembrerà strano, ma, oltre allo spessore artistico intrinseco, una parte notevole, ai fini della notorietà ottenuta, la svolse l'ambiente. Per un progetto ben preciso venne edificato, voluminoso e imponente, di proposito sull'unico grande spazio pianeggiante che si trovava in un contesto fatto di pendii e scoscesità. L'architettura solenne, insieme all'insolita pianura antistante, arrivava allo scopo che era quello di stupire non solo i paesani santagatesi, ma tutti gli abitanti dei paesi confinanti. E infatti la ricchezza e la maestosità dell'opera riscosse un notevole successo, tanto che riuscì a diventare un polo di attrazione per le genti vicine. La chiesa, posta sul lato sinistro del fabbricato, era costituita, oltre che dalla navata centrale, da altre due laterali, alle cui pareti, coi rispettivi altari, si ergevano statue di vari santi. Arredi sacri e finimenti pregiati costellavano il luogo di culto con una ricchezza di addobbi davvero notevole. Nella parte centrale della struttura, adiacente alla chiesa, sorgeva il convento vero e proprio, formato da un grande coro e dalle celle dei frati. Sulla parte estrema destra c'erano le cucine con un annesso pollaio. Al centro del convento, attraversato il portone d'ingresso, si accedeva al chiostro, dove si affacciavano le finestre delle celle dei frati; al centro del chiostro stesso troneggiava un pozzo caratteristico, mentre nella fiancata laterale sinistra un lungo colonnato immetteva al grande ombreggiato porticato, luogo di passeggiate e di preghiere dei frati e di quanti potevano avere la fortuna di accedervi per ritemprare lo spirito. Tutto il chiostro, per chi vi si immetteva, offriva un colpo d'occhio eccezionale, una vista fantastica. Si racconta che qualsiasi forestiero - che aveva la ventura di passarvi specie in estate, dopo che, esausto dalla calura, aveva sostato nel chiostro e era stato inondato dalla frescura del porticato, aveva bevuto la fresca acqua del pozzo, si era beato dei profumi provenienti dalla cucina, oltre che delle pietanze cui era stato invitato (campo nel quale i frati erano maestri) - ebbene il forestiero che vi soggiornava, di fronte alle delizie di cui era fatto oggetto, manifestava immediatamente ai frati il suo desiderio di farsi monaco Tratto da www.quotidianodifoggia.it | ||