(26/02/2012) IL FILO DELLA MEMORIA :RICORDI DELL'INFANZIA A SANT'AGATA SECONDA PARTE di Mario De Capraris | ||
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Allora esistevano pochi bisogni. Per l'alimentazione c'era l'orto, gli animali da cortile, il maiale. Ci si faceva persino il pane in casa. In negozio non si andava mai. Gli unici due modi in cui si incassavano dei soldi avvenivano quando i primi di luglio si vendeva il grano sull'aia dove era arrivata la mietitrebbia, e poi a dicembre quando si vendeva l'olio, ma si vedeva che i contadini non avevano nessuna dimestichezza col denaro perchè quando prendevano quei quattro soldi erano impacciati e, anche se era una piccola somma, sembrava loro di aver riscosso chissà quale fortuna. Le rare volte che erano costretti a comprare qualcosa, erano diffidenti, temevano che il venditore potesse rifilare una merce a un prezzo molto al di sopra del valore reale. Questo accadeva in modo particolare quando v'era la necessità di comprare l'asina, di solito a causa del fatto che quella che avevano era diventata troppo vecchia. A maggio il campo di San Carlo di prima mattina era gremito di asini e muli portati lì per la copiosa compravendita che sarebbe avvenuta. Alla richiesta di acquisto dell'asina da parte del cliente, il mediatore faceva trottare su e giù nello spiazzo l'animale, e, sempre per dimostrarne il buono stato di salute, dava dei colpi sulle anche dell'animale facendolo sussultare oppure ne tirava con forza le labbra per scoprire i denti, sempre elogiando la bontà del prodotto. Il contadino osservava osservava e non era convinto né del prezzo né dell'animale. Sapeva per esperienza che l'asina, anche se si presentava nella miglior forma possibile, poi bisognava fare i conti con la realtà quotidiana, quando la bestia avrebbe potuto presentare dei difetti che non era possibile ravvisare al momento dell'acquisto. Come i caratteri degli uomini, si sapeva che l'asina poteva essere generosa, lavoratrice, in grado di sopportare le fatiche più insostenibili, ma allo stesso modo poteva capitare una bestia poco disposta al sacrificio, furbetta, scansafatiche, poco disposta a dare il massimo che richiedevano allora le condizioni di lavoro. Spesso molti contadini ricordavano con affetto, quasi fosse stato un animale da compagnia e non da soma, un'asina che avevano avuto in precedenza. Facevano il raffronto con la nuova asina, e di quella vecchia dicevano: “Era un essere umano.” E raccontavano episodi che erano accaduti a quella vecchia elogiandone il comportamento altruista e solidale. Dicevano: “Alle volte era come avere una persona in più”, come quella volta che si ritiravano la sera tardi con il carico di sacchi di olive che era tutto buio e si era scatenata una tormenta di neve e alla bestia non c'era stato nessun bisogno di incitarla (“ammenazzarla”) a camminare più svelta, l'aveva capito da sola, anzi loro si erano messi pure a cavallo e l'asina come un essere umano li aveva portati al paese senza un lamento senza fermarsi mai. Solo che però nella stalla, per lo sforzo che aveva fatto, si era sentita male. Alla Porta Nova abitavano i cugini. Allora nelle case dei parenti ci si viveva, come fosse a casa propria. I cugini avevano qualcosa di nuovo che era come una calamita: la televisione. I pomeriggi si radunava sempre un gruppo di ragazzi. E comunque, finita la televisione, c'era sempre tempo per girare per casa, di affacciarsi al secondo ingresso che dava su un'altra strada, di ispezionare per l'ennesima volta lo scantinato nella grotta, dove si apriva addirittura un pozzo. D'estate il ricordo va alla festa di metà agosto. Lo scampanìo iniziava dalla mattina. La festa si intuiva già dalla campagna che si sentiva vuota in modo particolare. Il grosso della famiglia era in paese dal giorno prima. Quando infine si arrivava al paese a mattinata inoltrata, l'impatto con il mondo civilizzato lasciava storditi: la gente stava uscendo dalle chiese, si sentivano i colpi dei fuochi, la banda passava suonando. E noi villici, appollaiati sull'asina, vergognosamente abbronzati (allora nei paesi era il colore pallido che faceva tendenza - essere abbronzati era out) si andava verso casa dove si trovava la tavola imbandita. Ci si sedeva e si stava lì spaesati cercando di ambientarsi. Ma subito si pensava all'asina che era legata all'anello sulla strada, bisognava farla entrare in casa, allora si faceva spazio, quella entrava non senza difficoltà, gli zoccoli scivolavano, ma alla fine si riusciva a portarla nella grotta. Il pane si faceva di tanto in tanto, forse ogni mese. Le pagnotte erano ruote di carro del diametro di più di un metro che quando ti mettevi che volevi tagliarle ci voleva l'ascia e, quando era passata una quindicina di giorni, (oggi diremmo) ci voleva il martello pneumatico, talmente che erano diventate di sasso. Tranne il giorno dell'infornata, quando si mangiava immancabilmente “lu pizze calzone”, per il resto non si mangiava mai pane fresco. I vecchi non avevano denti, eppure si mangiavano quelle pietre come se fossero di burro. Poi inevitabilmente il pane andava a male e si diceva quasi con meraviglia: “Eh, ru ppène è perute”, cioè il pane è ammuffito. Nella madia tenevano il formaggio, che allo stesso modo era un pezzo di granito. La colazione fatta di pane e formaggio appariva veramente una colazione di contadini. Con naturalezza nonna invitava i nipotini a mangiarne, ma loro rimanevano incerti. Forse nonna lo faceva apposta per testare le mollezze dell'era moderna, ma sta di fatto che nessuno di noi accennava a mangiare. Comunque lei rappresentava la vera anima della famiglia. Stava in paese, ma il suo posto era un altro, fra le campagne. Già il fatto che proponesse il granito dava l'idea di quale distanza ci separava, quale convinzione avessimo che il mondo di nonna non sarebbe potuto essere il nostro. La naturalezza con cui nonna offriva il granito lasciava inebetiti. Non sapevamo che dire. Il granito poteva sembrare una sciocchezza, ma rappresentava lo spartiacque tra il mondo contadino e un nuovo mondo che ci aspettava, non sapevamo quale. Eppure nessuno ne era entusiasta, tutti volevamo continuare ad essere contadini, ma in effetti contadini non lo eravamo mai stati. Dalla porta aperta della madia si vedeva lo sparuto pezzo di formaggio sul legno cosparso di farina e forse era stato visitato da qualche topolino. Alla quarta elementare venne a insegnare un maestro di San Giovanni Rotondo. Alla prima media la professoressa di italiano era di Cagliari. Alla terza media un professore di Molfetta. Gli amici erano quelli della strada, quindi con un certo comportamento di strada. Avevano di buono che spesso trascinavano la compagnia in qualche impresa interessante come quella di andare a scampanare. In che modo riuscivano ad avere l'incarico dai sacrestani era un mistero. È certo però che il nostro era un intervento da laici, nel senso che non appartenevamo a nessun gruppo religioso, semmai tra noi c'era proprio qualche mercenario. Infatti si aveva il sospetto che quelli che intervenivano più fattivamente a scampanare erano pagati. Il campanile di S.Maria delle Grazie non aveva scale fisse. Le scale erano del tipo di quelle che si usavano per raccogliere le olive, ma erano lunghissime e ripidissime. Erano tenute quasi verticalmente. Era più un campanile per scimmie che per esseri umani. A “trorijuorne”, cioè al vespro, la campana si suonava in un modo del tutto particolare per il quale occorreva una maestria particolare. Non era da tutti saper suonare il vespro. Infatti fra tutti i ragazzi si faceva avanti uno solo, consapevole del suo ruolo, eppure modesto mentre si andava a ficcare stoicamente sotto la campana circondato dalla nostra solidarietà. Era quello che si andava a sacrificare per tutti. Prendeva disinvolto il battaglio e, dopo un momento di concentrazione, d'un botto lo agitava avanti e indietro freneticamente come in preda a una crisi epilettica in una successione di rintocchi i cui decibel avrebbero steso un cavallo. La scala che invece c'era all'interno del campanile della chiesa di San Nicola era classica, sicura, regolare. Non per altro era la scala della chiesa madre. La campana di San Nicola si suonava nella grande processione del Venerdì Santo. Ma a San Nicola eravamo in trasferta. C'erano altri che comandavano e non erano laici come noi. Quelli erano proprio religiosi. La prima e unica volta che ci andammo rimanemmo insoddisfatti. Non ci sentivamo a casa nostra. Quasi non ci fecero suonare. Non era come al campanile delle Grazie dove specialmente con il suono delle campane “ad armi” ci divertivamo un mondo, con la campana che arrivava a toccare l'arco del soffitto e noi che ce ne andavamo appresso alla corda, col rischio di saltare giù dall'inferriata. Fortunatamente però, oltre gli amici della strada, molte volte capitava di frequentare anche alcuni compagni di scuola con cui il rapporto era più sereno. Non era importante che si fosse aggressivi e era anche piacevole la loro compagnia. Uno di questi era Peppino. Di lui mi piaceva che non aveva animali in casa. Tutte le famiglie, più o meno, avevano l'asina, i conigli, i pulcini, il maiale. Da Peppino non c'era niente di tutto questo perchè il padre non era contadino. Casa sua profumava. Non abitavano nemmeno nella grotta, come tutti. A differenza delle altre mamme che lavoravano nelle campagne, mamma sua era presente in casa. A noi che eravamo in compagnia del figlio faceva le domande, si interessava ai compiti. Ciò che però ci piaceva di più era quando Peppino prendeva la chiave. Con quella chiave sapevamo di andare in un posto molto interessante. Quindi uscivamo e, attraversata la piazza, salivamo la scalinata che ci portava sulla strada sopra al municipio. Da quella specie di ballatoio, aperta la porta della stanza e scesi i pochi scalini, il macchinario appariva nella sua intera dimensione fatta di tanti pezzi di metallo, grande e maestoso quale uno non si sarebbe mai immaginato. Possibile che il piccolo orologio che si vedeva dalla piazza, su in alto al municipio, avesse al suo interno quell'enorme marchingegno? L'amico prendeva il pentolino, e immerso il pennello cominciava a ungere fra le rotelle e le leve. Si sentiva l'odore dell'olio minerale. Poi l'orologio suonava l'ora. Un suono che conoscevo bene perchè lo sentivo tante volte da casa. L'orologio dava l'impressione di un corpo umano, dove la pelle era la lastra di ferro con le lancette che si vedeva dall'esterno, dalla piazza, ma lì all'interno, in quello stanzino, si vedevano i muscoli, il cuore, le ossa. I contadini che ho conosciuto erano per metà lavoratori e per metà raccontatori, in altre parole mentre lavoravano narravano tante di quelle storielle che è difficile ricordarsele tutte, ma tra di esse certamente è facile ricordare quelle relative al campanilismo che esisteva una volta tra Accadia e Sant'Agata. Ma questa è tutta un'altra storia. (fine) | ||