(17/01/2012) IL DRAMMA DELLA SPAGNOLA A SANT'AGATA NEL 1918 E IL RICORDO DI VESPASIANO MELE INSIGNE MEDICO SANTAGATESE di Raffaele Letterio | ||
Sant’Agata di Puglia nel 1918 aveva 6.343 abitanti e fu interessato da due ondate epidemiche: la prima, della durata di due mesi, ebbe inizio il 26 di settembre e provocò 180 morti; la seconda, che durò un mese, iniziò il 10 gennaio del 1919 e uccise 61 persone. Massicci quantitativi di disinfettanti furono quotidianamente impiegati nelle strade e negli edifici pubblici. Furono organizzate squadre di giovani che si aggiravano per le strade “scoprendo i malati e denunziandoli al sanitario, procedendo a disinfezioni, isolando famiglie e fabbricati”.
di Raffaele Letterio
Tra l’ottobre del 1918 e il gennaio del 1919, il mondo fu sconvolto dalla più grande pandemia che la storia dell’uomo ricordi. Almeno un miliardo di persone, circa la metà della popolazione mondiale, si ammalò; i morti furono stimati da quaranta a cento milioni. Nella sola Italia la malattia uccise circa 600.000 persone, il più alto numero in Europa. Tutto era cominciato nel marzo dello stesso anno, quando una banale influenza si diffuse con grande rapidità in tutto il mondo. Ma dove ebbe origine? Le notizie giunteci sono scarne e lacunose per l’esistenza di una rigida censura militare, imposta nei vari paesi coinvolti nel primo conflitto mondiale. Nella sola Spagna, paese neutrale, i giornali parlarono di questa strana malattia che aveva costretto a letto circa otto milioni di spagnoli, paralizzando l’intera nazione. Tanto bastò perché in tutto il mondo le venisse dato il nome di “spagnola”. Nell’agosto del 1918 nel campo d’istruzione del 62° Fanteria a Calestano (Parma) si diffuse una seria forma influenzale, che spinse il governo ad inviare, il 20 agosto, una Commissione ispettiva. In pochi giorni, su 1600 uomini, 500 si ammalarono e 13 furono le morti. La “spagnola” si presentava con febbre molto alta, congestione delle vie respiratorie, congiuntivite, dolore ai muscoli ed alle articolazioni, senso di spossatezza, mal di testa, nausea e a volte epistassi. Dopo alcuni giorni, quando tutto sembrava evolvere positivamente, con riduzione della temperatura, ecco sopraggiungere un nuovo e notevole aumento della temperatura con complicazioni polmonari, dagli esiti, spesso, infausti. Quando la fine era vicina, il paziente che aveva ormai i polmoni pieni di essudato rossastro, boccheggiava nel disperato tentativo di respirare ed emettendo una bava sanguinolenta, moriva soffocato”. In pochi giorni l’epidemia si diffuse con grande rapidità e malignità in ogni parte d’Italia. Di fronte alle incertezze dei sanitari e delle autorità locali, il Ministro dell’Interno emanò “Le istruzioni popolari per la difesa contro l’influenza”. Esse ponevano l’accento sulla “normalità” della malattia e suggerivano una serie di norme comportamentali da adottare per contrastarla. I punti essenziali erano: 1) la pulizia e la disinfezione delle strade e dei luoghi pubblici; 2) una attenta igiene del corpo; 3) la lotta agli assembramenti; 4) una sana alimentazione. Inoltre consigliava ai medici d’indossare durante le visite una vestaglia e “schermi filtranti” sul viso.
Anche Sant’Agata di Puglia, come tutti i comuni, recepì il 23 settembre 1918 queste direttive, deliberando: 1) Disinfettarsi con latte di calce tutti i pubblici chiusini ed imboccature di cloache. 2)Intensificarsi la pulizia interna coll’aumento del personale e con obbligare i cittadini a tener pulito quel tratto di strada innanzi la propria abitazione. 3)Aprire trattative con i fratelli Incarnato per la concessione dell’acqua potabile per l’uso del paese. 4)Autorizzare subito l’acquisto del materiale di disinfezione.
Qualsiasi intervento, però, si scontrava con radicate abitudini e drammatiche carenze di acqua e di personale. Nelle abitazioni mancavano l’energia elettrica, l’acqua corrente, i gabinetti, le fognature. Al posto delle vasche da bagno per la pulizia personale, vi erano tinozze di zinco. I servizi igienici consistevano in un sedile forato con sotto un secchio che veniva svuotato nella pubblica strada o nelle scarpate extramurali. Il bucato veniva fatto nei pubblici lavatoi o sui greti dei fiumi. L’accumulo di rifiuti e altre immondizie nelle strade convivevano con gli allevamenti di animali da cortile. Massicci quantitativi di disinfettanti furono quotidianamente impiegati nelle strade e negli edifici pubblici. L’aria, secondo i testimoni dell’epoca, era talmente ammorbata dall’odore di tali sostanze da creare nel paese un’atmosfera irreale. A Sant’Agata, come in altri centri, furono organizzate squadre di giovani, che si aggiravano per le strade “scoprendo i malati e denunziandoli al sanitario, procedendo a disinfezioni, isolando famiglie e fabbricati”. Man mano che l’epidemia si diffondeva, il 25 settembre, il Prefetto emanò ordinanze più severe per evitare ogni forma di assembramento. Fu proibito visitare gli ammalati ed entrare in casa del defunto. Chiusi i cinema, teatri, asili, scuole, vietati gli accompagnamenti funebri, chiuse le chiese, sospese le fiere e i mercati. Perfino la commemorazione dei defunti, nei primi giorni di Novembre, fu vietata.. Tutto ciò non fu di facile e decisiva attuazione. Come vietare le lunghe code per l’acquisto di viveri? E il movimento di militari, di prigionieri, di profughi? E l’emigrazione stagionale in agricoltura per la vendemmia e la raccolta delle olive? Ma il problema più grosso per molti centri della provincia fu l’organizzazione sanitaria. Lo scoppio della guerra, infatti, aveva richiamato al fronte medici, infermieri e farmacisti. Questi spesso erano i più giovani ed i più efficienti, pertanto l’assistenza sanitaria rimaneva affidata a personale vecchio o ad occasionali medici militari. Alla fine di settembre la situazione precipitò: molti medici si ammalarono o morirono. Diversi paesi si trovarono del tutto privi di assistenza e la mancanza di mezzi di trasporto rese più difficile il movimento dei pochi sanitari disponibili. Tanta gente, dispersa in piccoli agglomerati rurali e nelle campagne, lontane o mal collegate con i centri urbani, non ne vide mai uno.
“Qui morbo infierisce - scriveva l’otto ottobre 1918 il sindaco di Sant’Agata al Sotto Prefetto di Bovino - su 114 casi 21 decessi stop Giorno sette morì ufficiale sanitario altri due medici ammalati paese reclama assistenza medica stop Prefettura informata due volte non risponde”.
E due giorni dopo il Consigliere Provinciale, avv. Nicola Barbato a Sotto Prefetto: “Persiste questo paese il più completo abbandono. Oltre medici, disinfettanti e medicinali occorrono infermieri perché malati muoiono inosservati e restano abbandonati proprie case. Prego Vossignoria provvedere con urgenza”
Intanto i medici si rendevano conto di non avere strumenti adeguati per contrastare l’epidemia. Non conoscendone l’origine, poco si poteva fare per quanto riguarda la profilassi. Si usarono il chinino, l’aspirina da poco in vendita, gli espettoranti, la canfora. Ogni giorno in Capitanata continuarono a morire centinaia di persone, senza distinzione di sesso e di censo. Lentamente si diffuse un sentimento di sfiducia verso la medicina ufficiale e molti si affidarono a rimedi di pura fantasia. Invece grande stima e riconoscenza manifestò la popolazione ad un nostro concittadino, il dottor Vespasiano Mele, che prodigò costanti cure agli ammalati, come testimoniano i documenti di cui si parlerà in seguito. Molto seria anche la carenza di personale pubblico. Impiegati comunali, guardie municipali, netturbini, becchini o erano al fronte o a letto. Qualsiasi disposizione delle autorità rimaneva inevasa. Di fronte a tanti morti e alla paura del contagio i pochi becchini rimasti si rifiutarono di lavorare; i cadaveri rimasero in molti casi abbandonati nelle loro abitazioni. In due lettere, spedite da Sant’Agata e bloccate dalla censura, si legge: “I morti vengono trasportati nel carro a 5 o 6 la volta l’uno sull’altro, come sacchi di seppia […] Si trasportano al cimitero col massimo silenzio per non fare impressione al popolo”. “Qui sta una malattia morbosa chiamata febbre spagnola che con 4 o più giorni si muore e giù li menano un secchio di calce e poi 4 persone li portano al fosso come i cani”. Drammatica la mancanza di bare, sia per la carenza di falegnami che per lo scarso legname reperibile. I prezzi, naturalmente, salirono alle stelle; si utilizzarono allora porte, credenze, cassetti di comò o, più semplicemente, si avvolsero i corpi in un lenzuolo. L’inefficienza e la povertà dei comuni rese difficile gestire queste situazioni straordinarie. In molti casi fu necessario l’invio di commissari prefettizi che con la requisizione forzata di mano d’opera, il pagamento di straordinari, l’intervento di militari e di prigionieri di guerra, riuscirono a risolvere molti problemi. A tutto ciò è da aggiungere la difficoltà nell’approvvigionamento, per lo stato di guerra, di derrate alimentari con conseguenze negative sui prezzi.Le merci erano razionate e per il loro acquisto, con le tessere annonarie, si formavano lunghe file di persone davanti ai negozi. Non tutti, però, avevano il denaro necessario, ma soprattutto non sempre si trovavano viveri, e questo anche per effetti speculativi. La vendita alla borsa nera interessò, in particolare, beni di prima necessità come il latte, le uova e la carne. Le privazioni riguardarono larghi strati della popolazione, in modo particolare bambini, donne e anziani. Sant’Agata di Puglia a quell’epoca aveva 6.343 abitanti e fu interessato da due ondate epidemiche: la prima, della durata di due mesi, ebbe inizio il 26 di settembre e provocò 180 morti (con un indice di letalità del 29%); la seconda, che durò un mese, iniziò il 10 gennaio del 1919 e uccise 61 persone (con una letalità del 25%). Il numero più alto, 144, si ebbe nel mese di ottobre. Il rapporto tra il numero complessivo dei morti e la popolazione ci dà un indice del 38%. Maggiormente colpita fu la popolazione giovane, in particolare la fascia al di sotto dei 9 anni, che ebbe 64 decessi. Dai cinquanta in su, stranamente, ci fu una netta diminuzione dei casi. Si è ipotizzato una forma d’immunità degli anziani acquisita nella precedente epidemia influenzale de 1890. Per quanto riguarda il sesso, il 58% dei decessi si verificò tra le donne con 140 unità e 42 % tra gli uomini con 101 unità. Tale differenza fu maggiormente rilevante nelle fasce d’età comprese tra 10 e 49 anni. Lentamente l’epidemia esaurì, nel mese di novembre, la sua carica aggressiva nella maggior parte dell’Italia. La cosa più sconcertante è che una pandemia, come quella finora descritta, che causò la morte di milioni di persone non lasciò tracce nella coscienza umana. Oggi molti non conoscono neanche l’esistenza di questa immane tragedia. Gli stessi storici per lungo tempo l’hanno completamente ignorata.
VESPASIANO MELE
Vespasiano Mele nacque a Sant’Agata di Puglia il 20 dicembre 1853 da Francesco, farmacista, e da Irene Diaferia, gentildonna della vicina Lacedonia. Laureatosi in medicina e chirurgia nell’Università di Napoli, ritornò nel suo paese per esercitare la sua professione. Studiosissimo fino agli ultimi anni, si mantenne al corrente delle pubblicazioni scientifiche italiane e straniere, partecipando anche ad alcuni ricerche. Ricordiamo un suo lavoro dal titolo “La cura immunizzante della malaria per il dott. Vespasiano Mele” Sposò Carolina di Miscio, dalla quale ebbe cinque figli. La famiglia si trasferì prima a Troia per essere vicino al figlio primogenito Francesco, dove purtroppo gli morì la moglie e poi ad Ascoli Satriano. “Egli non fu un medico, ma il medico” molto amato dalla gente si distinse, solo in paese, nella lotta all’epidemia di “Spagnola” e poi nella vicina Ordona, tormentata dalla malaria. Raccontava il sindaco di Ascoli che “un giorno sotto la caldura meridiana era in mezzo al suo popolo plaudente e non riusciva a sottrarvisi, malgrado sforzi inauditi. Scorsi nei suoi occhi lacrime furtive e la sua fronte ampia e serena s’illuminava di una incontenibile beatitudine. A me parve in quel momento che dinanzi a Lui e per Lui si celebrasse un rito: quello della riconoscenza e della gratitudine senza limite e senza fondo” Il dott. Mele molto attento alle condizioni di povertà di tanta gente soleva ripetere che “il medico deve guardare con l’ammalato anche la casa che lo raccoglie e covre…e la miseria da lenire…Il vuoto ed il silenzio della pentola spesso rendono vane le cure vigili del sanitario”. Morì ad Ascoli Satriano il 2 dicembre 1933
DA ALCUNI GIORNALI DELL’EPOCA
Un medico benemerito Ascoli Satriano 11 ottobre 1918 Anche il nostro paese venne violentemente invaso dalla maledetta Grippe Spagnola facendo vittime; ed oggi solamente possiamo con soddisfazione dire che il ferale morbo è stato quasi domato perché è in decrescenza. Sentiamo intanto il dovere di far pervenire le nostre attestazioni di riconoscenza all’instancabile medico di età avanzata Sig. Vespasiano dott. Mele che non si negò di entrare nel tugurio, come non mancò di ascendere le molte scale di un palazzo onde prestare ai colpiti le sue amorevoli cure che la scienza gli insegnò. All’esimio lavoratore, al dotto e vecchio clinico, al galantuomo dott. Mele, che il popolo per mera fortuna l’ebbe a cittadino, vadano da queste colonne le dichiarazioni di stima e di riconoscenza di tanti padri e madri di famiglia. da “Il Foglietto” di Lucera
“...Imponenti sono riuscite le esequie alle quali han partecipato autorità, rappresentanze sindacali, colleghi, amici ammiratori e beneficati, fra i quali molti appositivamente venuti da S. Agata e da Candela...”. da “Il Giornale d’Italia”
“… Valoroso medico-chirurgo che concepiva l’esercizio della sua professione come un apostolato...” da “Il Mattino di Napoli”
“Fu lontano, ma S.Agata gli stette vicino e ricorse a lui nel bisogno; fu lontano, ma lo ricordò con gratitudine; fu lontano ma gli serbò venerazione sentita; fu lontano, ma l' ebbe sempre nel cuore e sulle labbra, elogiandolo quale medico studioso e coscienzioso; fu lontano, ma anelò e ne provocò inutilmente il ritorno: il medico studioso fu per S. Agata l’uomo del mistero, circondato di leggenda affettuosa, che gli faceva seguire moglie e figli.” Mons. Donato Pagano
Raffaele Letterio
ARTICOLO TRATTO DALLA RIVISTA DI VITA E CULTURA “IL NUOVO SANTAGATESE” NOVEMBRE 2011 NELLA FOTO: IL MEDICO SANTAGATESE, VESPASIANO MELE.
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