(21/12/2011) IL NATALE A SANT'AGATA DI PUGLIA TRA STORIA, TRADIZIONE E ARTE di Dora Donofrio Del Vecchio | ||
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Il S. Natale è per tutti i cristiani la festa più grande in quanto celebra la nascita di Cristo, cioè la Sua incarnazione e, quindi, l’inizio della umana redenzione. La straordinaria ricorrenza della Natività ha radici antiche. Nella cultura pagana pre-cristiana molto importanza si dava agli astri, tra essi soprattutto al sole, cui si dedicava le festa pagana del Dies Natalis invicti Solis. I popoli festeggiavano il 25 dicembre la nascita del sole, elemento essenziale per la vita degli uomini e della natura, festa che coincideva con il solstizio d’inverno (21 dicembre), giorno dal quale iniziano ad allungarsi i giorni ed inizia il periodo del risveglio della vegetazione. Il culto del sole ebbe origine in Oriente, in Siria ed Egitto. Era la festa della luce. Gesù Cristo è la luce per eccellenza e portatore di luce. Ed i Padri della Chiesa, che non conoscevano la data della nascita del Redentore, nel IV secolo fissarono la festività il 25 dicembre. Come in molti altri paesi della Puglia, anche a Sant’Agata si respirava aria natalizia molto prima del 25 dicembre, da quando gli zampognari provenienti dall’Abruzzo, dal Molise o dalla Basilicata giravano per le strade e con il suono di ciaramelle e zampogne diffondevano dolcissime melodie. Gli organi nelle chiese suonavano la “pastorella” ed i ragazzi sui muretti delle strade modellavano l’argilla per farne statuine. Ma ad introdurre nell’atmosfera natalizia l’intera popolazione era “lu matutine”, una pratica devota che risale al 1600. “Lu matutine” era la messa che si celebrava alle quattro della mattina con la novena del S. Natale, dal 16 al 24 dicembre, nella chiesa parrocchiale di S. Michele Arcangelo. Lo scopo principale era quello di consentire ai campagnoli, che erano la fascia più consistente della popolazione, di partecipare, prima di avviarsi verso i campi, alle funzioni religiose che preparavano alla festività del S. Natale. Le campane svegliavano i volenterosi nel cuore della notte, alle tre e mezzo, ed era un affluire silenzioso e lieto verso la chiesa di adulti e giovani, non solo della classe contadina. Molti piccoli, ancora addormentati, venivano portati da nonni o genitori avvolti negli scialli di lana. Si sfidava il buio, il gelo della notte e la neve, che in passato cadeva abbondante, per non mancare a questo appuntamento atteso per un anno e che compattava la comunità in uno straordinario spontaneo slancio devozionale e religioso. Per i giovani, numerosissimi, era l’occasione per incontrare il fidanzato o la fidanzata, considerato che non era consentito alla giovane di uscire di casa. Si rincasava ch’era ancora buio ed un’animazione insolita animava il paese. Fumavano i primi camini e l’aria incominciava ad impregnarsi di profumi di dolci, di “susumiérre” e “crespelle”, cui si dedicava qualche massaia mattiniera. Muovevano, quindi, verso i campi in tanti, uomini e donne, per gli ultimi lavori della semina e per la raccolta delle olive. Il “mattutino” si concludeva il 24 dicembre. La notte nasceva il Bambino. La cerimonia era molto suggestiva, tra canti accorati, profumo d’incenso, preghiere sentite. Nella Notte santa centinaia di fedeli gremivano le chiese santagatesi, ed in quella di S. Angelo numerosissimi erano i bambini. Molte piccole erano vestite “alla foggia antica” e portavano doni, molti piccoli vestivano da pastorelli e portavano sulle spalle capretti ed agnellini. In questa Notte anche i poveri erano generosi nelle offerte. Tutti mettevano il soldo nella culla del Bambino mentre si portava processionalmente in chiesa per deporlo nel presepe. Si contavano centinaia di Comunioni. Si sentivano tutti più buoni ed i bambini erano particolarmente felici perché ricevevano la strenna. Nelle chiese ed in molte case si preparava il presepe con “pupazzi” realizzati in argilla dai ragazzi ma anche da adulti. Tra questi vanno ricordati Rocco Cutolo e Leonardo Zocchi che allestivano il presepe in S. Nicola e facevano con la creta e con le loro mani le statuine. Il Natale offriva occasione per incontri, momenti di alta spiritualità, e manicaretti. Dolci tipici arricchivano la mensa e deliziavano il palato, come le “crespelle”, i “susemierre” che si condivano con il miele o con il vincotto e mandorle abbrustolite e sminuzzate con una bottiglia. Abbondavano torroni di mandorle e pettole. Nel camino, ove il ceppo bruciava lentamente mentre sotto la cenere calda si cuocevano patate e salsicce, creava una serena e gioiosa atmosfera domestica e radunava la famiglia in compagnia di buoni amici e nel piacere di gustare insieme un buon bicchiere di vino. Non si mangiava la carne la vigilia ma pietanze a base di capitone, anguilla, e baccalà. Il giorno di Natale si consumavano varie pietanze, e la “tiella” con agnello e patate al forno era d’obbligo. Secondo una credenza popolare i defunti dal giorno dei morti a quello dell’Epifania erano liberi da ogni pena e potevano uscire anche dal Purgatorio. Si era contenti di saperli in una condizione di grazia e molti in loro memoria per il S. Natale invitavano a pranzo un povero, un’orfana, un orfano, in cui vedevano il caro estinto. Una tristezza stringeva il cuore all’approssimarsi dell’Epifania, perché i defunti ritornavano alla loro condizione, perciò: Tutte re feste scessene e menessene e Pasqua Bbefania meje menesse. Dalle condizioni atmosferiche del giorno di Natale i contadini traevano auspici per l’annata agraria: Natèle sicche massère ricche. A contare dal giorno di S. Lucia, i dodici mesi sarebbero stati come i dodici giorni fino al 25. La conferma veniva contando altri dodici giorni dal 26 dicembre fino al 6 gennaio. Esempio: il mese di aprile corrispondeva al giorno 17 dicembre, la conferma delle condizioni atmosferiche la dava il giorno 29. Nella notte di Natale per la credenza popolare doveva essere solo il Bambino a venire alla luce. Un bambino o una bambina nati nella Notte santa erano destinati ad essere il primo “pumbunère”, un licantropo, la seconda una “scianèra”, una strega. Sant’Agata vanta una cultura artistica presepiale ben consolidata, e lo conferma la presenza di un presepe in pietra (sec. XVI) nella chiesa matrice di S. Nicola e la cura con cui ancora oggi vengono allestiti artistici presepi da parte dell’Amministrazione comunale e della Pro-loco. Tra i più suggestivi canti del Natale è la stupenda pastorale “Tu scendi dalle stelle”, scritta da S. Alfonso de Liguori nel Natale del 1754, quando dimorava nel convento della Madonna della Consolazione, a Deliceto (Fg), zona di antica cultura agro-pastorale. Un canto che nel 1755 già circolava in Napoli, che fu pubblicato nel 1769 e subito adottato in tutto il mondo. Dei riti antichi e della tradizione natalizia oggi poco si salva o se ne è smarrito il significato autentico, a causa del consumismo e dei ritmi frenetici della vita. Ma ancora per tutti il Natale è l’occasione per continuare a sperare in un mondo migliore. Dora Donofrio Del Vecchio
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