(18/12/2011) STORIE DI EMIGRANTI : IL NATALE DI FRANK di Mario De Capraris | ||
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Questa è la storia di un uomo che soffrì molto l'allontanamento dal proprio paese. E, quando da anziano, c'erano le condizioni giuste per tornare, per tanti motivi non riuscì a farlo. Ma andiamo con ordine. Dunque, mia nonna Maria Malgieri, nata il 1870, aveva due fratelli: Nicola nato nel 1872 e Francesco nato nel 1880. Tutti e due i fratelli emigrarono negli Stati Uniti. Nicola, sarto, emigrò nel 1904. Francesco, senza mestiere, ancor prima, nel 1898. Non si sa per quale motivo, ma Nicola e Francesco (Frank) a Brooklyn non si frequentarono mai. Arrivati in America l'uno non seppe (o non volle sapere) più niente dell'altro. Mio cugino Anthony (nipote di Nicola, che era il nonno) che ho avuto modo di conoscere recentemente, diceva che non sapeva nemmeno dell'esistenza di Frank. Nicola aveva conservato un buon legame con le sue origini, infatti era tornato nel 1931, inoltre aveva sposato una donna di S.Agata, Filomena Colucci. Ma Frank aveva tagliato i ponti e di lui si erano perse le tracce. Per oltre cinquant'anni non aveva dato più sue notizie. Senonchè nel 1957 si svegliò dal letargo e scrisse a casa mia la prima di una lunga serie di lettere che non finivano mai. Raccontava che lui non voleva andare in America, ma come tutti, a causa delle condizioni economiche, era stato costretto ad andarci, infatti, quando stava lì, odiava la lingua, odiava gli abitanti, odiava tutto ciò che riguardava gli usi e costumi americani. Arrivato che fu a Little Italy, era andato a lavorare nell'officina di un capannone e aveva sempre lavorato di proposito come un dannato, facendo tardi la sera, trattenendosi oltre l'orario previsto, convinto che solo il lavoro continuo potesse evitargli di pensare al paese, che solo lavorando potesse impedire di essere assalito dalla nostalgia, perchè lui non voleva ricordare, perchè se ricordava aveva paura che non ce l'avrebbe fatta a resistere e avrebbe ceduto alla tentazione di tornare per sempre. A Little Italy non ebbe amici e men che meno amici santagatesi, ma se fosse accaduto, si era ripromesso che non avrebbe mai parlato, come si fa di solito, del proprio paese. Insomma, siccome aveva molto sofferto per il distacco, non voleva che si riaprisse la vecchia ferita. E così facendo andava molto bene: lavorava il più possibile; dormiva lo stretto necessario; nella cantina dove abitava ci rimaneva il tempo indispensabile, perchè per il resto stava sempre in officina; cercava insomma di essere il più impegnato tenendo sempre occupata la mente. Ma accadde quello che non avrebbe mai potuto immaginare. Accadde che arrivò Natale e Frank fu costretto a usufruire di quel riposo che aveva sempre evitato come la peste. L'officina chiuse per qualche giorno e lui si ritrovò inoperoso e smarrito. Fu allora che finalmente realizzò che si trovava solo in una terra straniera, i familiari lontani. La sera della Vigilia non resistette a stare in casa. Attraversò tutto il buio capannone deserto e si trovò su Mulberry Street. L'atmosfera natalizia faceva a pugni con la sua solitudine. Gli ultimi passanti si affrettavano a rincasare. Davanti alle vetrine illuminate la gente festante, i pacchi in mano, frettolosa, si preparava a festeggiare. Un ritardatario portava trafelato un albero di Natale. Lo salutò un collega abbracciato alla moglie con i figli al seguito e Frank si sentì ancora più solo. Lui non aveva nessuno con cui festeggiare. Il suo Natale sarebbe consistito nel mangiare qualcosa nella cantina umida e fredda, e non scambiarsi gli auguri con nessuno. Per strada sentiva parlare in lingua inglese, la lingua che non sopportava perchè lo faceva sentire troppo lontano dalla sua terra. Tornato nella cantina, fece quello che era sempre riuscito ad evitare, e cioè pensò alla famiglia che aveva lasciato, alla casa di S.Agata dove in quel momento si spandeva il profumo del dolce che aveva preparato la mamma, dove avrebbero mangiato le pietanze gustose della sua casa. Forse non aveva riflettuto abbastanza prima di decidere di partire per l'America. Non era stato consigliato bene. Forse poteva cercare di trovare un lavoro ad Avellino, a Milano, in Svizzera, ma non all'altro capo del mondo, diviso da un mare senza fine.
Si stava quasi appisolando, con il capo chino sul tavolo, quando sentì suonare una campanella. Non voleva uscire, ma la campanella suonava suonava, di un suono dolce, e lui ne era attratto. Uscì fuori cercandone la provenienza. Stava venendo a nevicare. La temperatura doveva essere sotto zero. Seguendo il suono scoprì che proveniva da una chiesetta vicina di cui non si era mai accorto. Entrò e vi trovò tanta gente. Il gruppo di persone sedute sull'ultimo banco gli fece spazio sorridendogli e lui si sedette non sapendo ricambiare il sorriso che però quelli ogni tanto gli rivolgevano. Nella chiesa si alzò forte un canto natalizio e cantarono a voce spiegata anche quelli del suo banco, mentre lui voleva che smettessero, perchè il canto era troppo suggestivo e gli evocava momenti di vita al paese che lo mettevano in crisi. Tutt'assieme sentì un groppo alla gola che non riusciva a ingoiare. Gli sembrava che era un accumulo di non sapeva cosa che si teneva dentro da molto tempo e di cui non riusciva a liberarsi. E poi ecco, d'un tratto si lasciò andare a un pianto dirotto coprendosi il volto con le mani. Nessuno dei vicini si voltò verso di lui mentre ebbe quel momento di debolezza, ma quando si fu ricomposto tutti gli sorrisero come se volessero dirgli: “Fatti forza, questa è una terra che saprà ripagare la tua sofferenza. Non ti preoccupare che qui troverai un'infinità di amici. Questa è una terra che non ti abbandonerà mai.” Con gli occhi gonfi Frank annuì a quei sorrisi e si sforzò di apparire lieto. I vicini di banco li sentì come familiari e per la prima volta quella terra che aveva sempre sentito ostile e nemica, per la prima volta gli apparve l'unica terra che potesse abitare, era la sua terra – finalmente se ne rendeva conto – così prodiga e generosa che persino degli sconosciuti, lì al suo banco, gli stavano facendo compagnia. Quella notte di Natale Frank sentì di amare l'America come non l'avrebbe mai immaginato. Alla fine della funzione si abbracciò con i vicini, e ognuno, che seppe che avrebbe passato il Natale da solo, lo invitò a pranzo il giorno dopo. Da allora in poi Frank si rese più libero dal lavoro, prese a uscire fuori del quartiere di Little Italy, frequentò qualche americano, si espresse più spesso in inglese, amò la lingua di quel popolo verso il quale si sentiva in colpa perchè lo aveva ingiustamente odiato. Frank sposò un'americana e al suo matrimonio non partecipò nessuno della sua famiglia, tantomeno Nicola col quale non si frequentò né allora né mai.
Frank da pensionato nel 1957 cominciò a scrivere a mio padre (che era il nipote) perchè voleva tentare di riallacciare un legame col paese, o voleva essere aiutato a tornare. Probabilmente voleva essere invitato, ma i suoi tentativi si rivelarono infruttuosi perchè non ebbe mai risposta. Anzi, di lui si diceva in famiglia che invece di scrivere chiacchiere inutili, se veramente ci teneva al sentimento – come diceva – era preferibile che mandasse dei soldi. Invece Frank mandava dei pacchi: una volta un pacco pieno di soli occhiali da vista inservibili, un'altra volta un pacco pieno di sole scarpe da donna, scarpe bianche col tacco alto anche queste inservibili perchè si aveva semmai bisogno di ben altre scarpe per la campagna e non certo bianche e col tacco alto. Frank che all'inizio della sua avventura americana cercò di dimenticare il paese per non soffrirne, alla fine non fu compreso da chi veramente poteva dargli una mano e le sue lettere finirono per essere lette solo da noi ragazzi che ci divertivamo con la frase che era diventata famosa perchè Frank la ripeteva spesso nei suoi scritti: “E adesso facciamo un passo indietro”, quando si riferiva evidentemente ai suoi ricordi della vita vissuta a S. Agata. Mentre fra i discendenti di Nicola è stato possibile fare la conoscenza del nipote Anthony (nato il 1925) che è venuto a conoscere S.Agata e a passare un po' di tempo insieme ai cugini, fra i discendenti di Frank nessuno di essi ha mai cercato parenti della famiglia di origine. Strano destino quello di Frank: era stato quello più sensibile al distacco; quello che più aveva sentito la mancanza della famiglia che aveva lasciato, degli amici, del paese; che aveva avuto più dubbi sulla sua decisione di trasferirsi negli Stati Uniti, eppure fu quello che più degli altri da pensionato non fu mai deciso a tornare. Forse temeva che tornando non avrebbe resistito all'emozione. Nel rifare il percorso al contrario, sarebbe stato assalito dal ricordo di quando era emigrato, quando era stato difficile arrivare a Ellis Island, stivati in terza classe nella nave, il magone davanti alla Statua della Libertà, la sensazione che si stesse compiendo il suo destino, che nulla sarebbe stato più come prima. E poi a S.Agata la vista della casa paterna dove non aveva più diritto a soggiornare, gli amici spariti, la famiglia scomparsa. Diceva che tornare puo' essere complicato quasi come emigrare. Dal 1962 Frank non spedì più nessuna lettera. Così come all'improvviso aveva cominciato a scrivere le lettere, allo stesso modo tutt'assieme smise di mandarne e non fece sapere più sue notizie, peraltro senza che, come al solito, ci fosse qualcuno interessato a chiederne. Frank, che oggi riposerà in un cimitero di Brooklyn, per il modo particolare con cui visse il rapporto col suo paese puo' essere considerato uno dei più nostalgici tra gli emigranti e il più legato alle sue origini, sebbene non fosse mai tornato.
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