(09/12/2011) IL SOGNO DEI " DIVERSI " di Mario De Capraris | ||
I “diversi” - cioè coloro che sono andati via dal paese da ragazzi, distinti dai santagatesi integrali che invece sono quelli che non si sono mai allontanati – hanno sempre avuto il sogno nel cassetto di tornare un giorno per rimanere.
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Quando in città ci si incontra tra amici paesani, si sa, si fa a gara a invitarsi reciprocamente nelle rispettive abitazioni. E come al solito la spunta quello fra noi che giustamente ritiene più interessante la sua dimora essendo in campagna, più consona come posto per quello che ci apprestiamo a fare: una rimpatriata. Come è facile capire, la sua dimora, vicina a quelle che erano una volta le nostre masserie – sappiamo tutti – è interessante e consona perchè, rispetto alle nostre attuali case di città anonime e prive di storia, è quella che, siccome appartiene alla nostra storia, ci stimolerà la nostalgia, i ricordi della nostra infanzia, l'emozione nel rivedere i posti dove tanta parte della fanciullezza vi abbiamo passato. Sappiamo anche che qualcuno più poeta fra noi (in ogni santagatese si annida un poeta) non resisterà e si lascerà andare a qualche considerazione poetica. “Volete sapere la strada?” chiede l'amico che ci ospiterà, prima di salutarci. “Che cosa?” rispondiamo in coro “Vuoi indicarci la strada in un posto che conosciamo come le nostre tasche? Ci vuoi offendere.” Così l'amico, che non vuole offenderci, non accenna per niente alla strada. Nel pomeriggio prefissato di un giorno d'inverno il sole è una palla di fuoco quando siamo nei pressi del bosco delle Cesine, poi delle tre Curve, fontana del Fico, contrada San Pietro, e poi più avanti mentre in macchina i poetastri attaccano ispirati: “Qui non è cosa ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro non torni, e un dolce rimembrar non sorga.” “...quei monti azzurri....che varcare un giorno io mi pensava, arcani mondi, arcana felicità fingendo al viver mio...” e così via dicendo. “La volete smettere?” grida tutt'assieme il guidatore “Non vedete che ci siamo persi?” Allora siccome “conosciamo il posto come le nostre tasche” ci diamo da fare a dare le indicazioni “giuste” mentre l'autista segue ora l'uno ora l'altro senza che peraltro si arrivi a nessuna soluzione. Perciò alla fine ci arrendiamo e chiamiamo l'amico che viene in nostro soccorso. E seguendolo ci rendiamo conto che il percorso è ben più lungo di quanto lo avevamo immaginato. E pensare che una volta lo si faceva a dorso di mulo. Arrivati in casa, troviamo la famiglia, con la mamma, una volta attivissima e loquacissima, che sta seduta in disparte, immobilizzata e zittita dalla vecchiaia, ultima superstite della generazione che ci ha preceduto. Questi sono i posti che ognuno di noi vorrebbe tornare ad abitare, perchè ci siamo nati. Ci abbiamo vissuto prima che prendessimo ciascuno la strada per le città. Siamo convinti che se ci venisse proposto di stabilirci qui dall'oggi al domani, non avremmo un minuto di esitazione nell'acconsentire. A questa convinzione non si è arrivati di recente, ma è opinione comune che si è sempre avuta, si puo' dire dal momento che si andò via. Questa è la zona da cui noi a suo tempo siamo andati via mentre l'amico che è rimasto ha coltivato i terreni di tutti quelli che li hanno lasciati. Noi siamo andati a cercare lavoro altrove, mentre lui è rimasto a fare, disponendo delle moderne tecnologie, quello che si era sempre fatto da queste parti: l'agricoltore. La masseria ha l'elettricità, è divisa in stanze, c'è il bagno, la cucina. Non si puo' fare a meno di fare il raffronto con le masserie di un tempo dove non esisteva niente di tutto questo.
Inevitabilmente il discorso cade su aspetti di vita contadina del passato visto che sono gli unici elementi che abbiamo in comune.
Finite le chiacchiere, al momento di andare via, che il gruppetto sosta per il commiato sull'uscio rischiarato dal neon, la nebbia è una enorme ragnatela. Dovunque giri lo sguardo per la campagna, trovi il buio. Non un palazzo vicino, non una strada illuminata. Solo si intuisce l'estensione dei terreni. Eppure non è notte fonda. A quest'ora in città si passeggia, il centro commerciale è una festa di luci. E basta solo che si sta pensando alla città a dare la misura di quanto poco interessante si trovi la campagna. L'illuminazione artificiale sull'ingresso resiste alla nebbia e al nero della notte cercando di non essere sopraffatta. Ma è una resistenza rassegnata a cedere. Si sa che il neon e il vociare dei presenti sono l'ultima animazione, l'ultimo tentativo di tenere in vita un posto che di lì a poco sarà seppellito dal silenzio, dalla nebbia, dal buio. Se ne ha la conferma a partenza avvenuta quando, volgendo lo sguardo all'indietro, si riesce appena a distinguere uno sfuocato lumicino da una finestra. (“Rara traluce la notturna lampa” starà pensando l'amico più poeta). Per il resto non esiste più niente: il neon, l'amico e la casa inghiottiti dalle tenebre. Tutt'assieme si ha la sensazione che, anche volendo, non saremmo più nelle condizioni di vivere in campagna. Inspiegabilmente non si prova più interesse per il posto. Accade che abitare in una masseria come quella, solitaria e lontana, che la nebbia e la notte ingoiano con tanta facilità ci pare una condizione inaccettabile come essere in preda ad una solitudine infinita. Paradossalmente niente ci pare più ostile e inabitabile del luogo natìo. L'antico sogno mai confessato di tornare, che alberga in ogni cuore di un “diverso”, d'improvviso si frantuma come una palla di vetro. | ||