(27/09/2011) UNITÀ D'ITALIA E MEZZOGIORNO: ULTIMO INCONTRO SUL 150° A SANT'AGATA Il ruolo della Capitanata nel processo di unificazione nazionale raccontato dalla prof.ssa Dora Donofrio di Samantha Berardino | ||
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Si è tornato a parlare di Unità d'Italia sabato sera a Sant'Agata nell'aula consiliare del Comune, a proposito del 150° anniversario dell'unificazione nazionale e delle manifestazioni messe in atto dall'amministrazione comunale per coinvolgere la cittadinanza in questo importante evento.
Dopo la realizzazione di un calendario dedicato (con il logo dell'anniversario), il riconoscimento al concerto bandistico cittadino come gruppo musicale di interesse comunale, le manifestazioni del 17 marzo e il convegno su Sant'Agata di Puglia prima e dopo il 1861, le mostre fotografiche e l'esposizione di divise e strumenti musicali del secolo scorso presso il Castello imperiale ad agosto, la ricercatrice santagatese Dora Donofrio Del Vecchio, vice presidente del Centro ricerche di Storia religiosa in Puglia ha accompagnato la cittadinanza presente in un nuovo excursus storico sul ruolo della Capitanata nel processo di unificazione nazionale.
Numeroso il pubblico presente, le associazioni locali e una buona delegazione di giovani, oltre al senatore Emiddio Novi e al sindaco Lorenzo Russo che ha ricordato come: "queste manifestazioni servano a rinverdire i valori dell'Unità d'Italia anche alla nostra popolazione", oltre a promuovere un applauso per ricordare la memoria di padre Giuseppe Sorgente, frate del Convento di Sant'Antonio, scomparso sabato mattina, fautore di molte attività soprattutto musicali e di animazione per i ragazzi per molti anni nel nostro paese.
Il convegno ha ripercorso ciò che accadeva a Sant'Agata nel Risorgimento, a partire dal 1799 e dalla Repubblica partenopea, il cui vento soffiò forte nel nostro paese portando con sè idee carbonare e liberali. Ma lo stato di tensione non si alleggerì certo né prima né dopo il plebiscito, anzi la situazione di miseria, la confusione politica e i disagi sociali non fecero che aumentare.
"Il popolo meridionale era fortemente attaccato ai Borbone e nutrivano un forte senso di legittimismo - spiega Dora Donofrio - anche se i comitati liberali anche al Sud lavoravano per l'Unità d'Italia e molti erano i patrioti meridionali in carcere o in esilio". Cio è che è emerso chiaramente dalla conferenza è stato soprattutto l'utilizzo strumentale di Giuseppe Garibaldi e della sua spedizione da parte di Cavour e di Vittorio Emanuele II, il cui intento era quello di conquistare il Meridione e portarne al Nord i capitali come se si trattasse di una colonia. La chiave della spedizione garibaldina, spiega ancora la ricercatrice, si trova nella strage siciliana di Bronte, l'8 agosto 1860, i cui contadini si ribellarono contro le disattese promesse di equità occupando le terre dei latifondisti, ma la rivolta fu soppressa da Nino Bixio sparando sulla folla.
La battaglia di Garibaldi contro l'esercito borbonico fu dura, nonostante avesse dalla sua un esercito di 50000 soldati. Per la battaglia sul Volturno anche da Foggia partirono 693 volontari, 324 da San Severo e ben 281 da Bovino.
Quando fu chiaro che la situazione era in mano ai piemontesi, si sostituirono le bandiere con il tricolore e "di colpo diventarono tutti liberali". Tuttavia molti si accorsero che, nonostante il cambiamento politico, qualcosa non funzionava. Nell'estate del 1860 la Capitanata era in mano ai garibaldini, non conquistata in maniera del tutto civile, e la reazione non si fece attendere. Ad Ariano irpino una rivolta di contadini fece contare 140 morti. Ma perché la reazione? "Per la prepotenza della nuova classe dirigente, perché fu chiaro che un'equa divisione delle terre non sarebbe avvenuta e per lo scioglimento del cospicuo esercito garibaldino, di cui Cavour e Vittorio Emanuele II non si fidavano affatto". Le popolazioni meridionali erano esasperate dalla miseria. I galantuomini si erano impossessati delle terre del demanio ed ecclesiastiche e i poveri erano sempre più poveri. Nessuno proteggeva la popolazione, che cominciò a confidare in un ritorno dei Borbone e di Francesco II.
La rivolta organizzata a Sant'Agata per il 29 luglio 1860, rimandata al 10 agosto, fu soppressa dall'intervento della polizia. Ma ciò che non accadde a Sant'Agata successe invece a Bovino il 19 agosto, davanti alla Cattedrale, con l'uccisione anche del barbiere santagatese Vito Melfi. Massacri, saccheggi fuoco e distruzione sconvolsero la cittadina fino all'arrivo dei Dragoni da Foggia che compirono almeno 160 arresti, tra cui una sessantina di donne. Il nostro Lorenzo Agnelli riuscì a scappare e a rifugiarsi in cam pagna.
Molti Comuni della Capitanata insorsero. Il 21 ottobre 1860 nel Regno delle Due Sicilie si svolse un plebiscito sull'annessione al Piemonte accompagnato da molti disordini e brogli. Nella penisola su circa 1.650.000 iscritti nelle liste elettorali (su una popolazione di 6.500.000 abitanti) i votanti furono 1.312.366 (79,5%) di cui 1.302.064 favorevoli e 10.302 contrari.
A Sant'Agata su 1420 votanti si contarono 1420 sì, anche se Lorenzo Agnelli nella sua cronaca dice che votarono al massimo in 50.
La situazione in Capitanata era ingovernabile e perciò furono inviati due garibaldini a mano armata, che in realtà erano due veri malfattori: il sedicente generale Liborio Romano e l'avvocato Michele Rebecchi di Monte Sant'Angelo, che taglieggiarono e desolarono ancora di più la nostra provincia.
I ribelli così presero altre strade: da reazionari a briganti politici, proprio a partire dal 1861. Sperano nel ritorno dei Borbone e chiedono giustizia sociale. Combattono contro coloro che detengono il potere ai danni del popolo. Contro di loro 120 mila uomini dell'esercito regolare e nessuna pietà. In questi anni se ne contano 5212 uccisi e oltre 8000 arrestati ma con loro cadono molti innocenti e tanta povera gente.
La relazione che il deputato Mosca presenta al Parlamento, all'interno di un'inchiesta sul brigantaggio voluta dal Governo Rattazzi, viene bocciata. Lo Stato centrale non seppe la verità e quando fu al corrente non volle intervenire.
Chiaro è che la colpa di una questione che fa sentire il suo peso ancora oggi è che la colpa non fu dei meridionali, quanto di una vera e propria conquista a nostre spese.
Il miglioramento che ci si aspettava dall'Unità non avvenne e la strada fu una sola: quella dell'emigrazione.
"Il Sud - come ha sottolineato anche il senatore Novi nel suo intervento - non era un inferno dei vivi ma era la terza potenza economica mondiale dopo Inghilterra e Francia. 500 milioni di lire furono portati al Nord dai forzieri del Banco di Napoli, gli investimenti furono condotti esclusivamente al Settentrione e le politiche dello Stato unitario provocarono la definitiva crisi della struttura produttiva meridionale".
Questa è la verità storica, queste le radici della questione 'Sud' che, in questo momento storico, vanno portate alla luce se non altro per comprendere la situazione attuale e riappropiarci della nostra identità. | ||