(10/09/2011)
LEGGENDA DI SANT'AGATA DI PUGLIA 5° E ULTIMA PARTE


di Leonardo Malgieri

RACCONTO

Dopo la morte dell’anziano duca padre, all’età di novant’anni, col passare del tempo, la popolazione aumentò considerevolmente e il raccolto nei campi si rivelò insufficiente a coprirne il fabbisogno. In montagna lavorare era veramente duro, con qualsiasi tempo ed in tutte le stagioni bisognava arare, seminare, tagliare il fieno, raccogliere le messi, la frutta e l’uva. Alla vendemmia si prestava particolare cura perché il vino, noto per i suoi effetti inebrianti, all’epoca aveva anche funzioni medicamentose, ad esempio, per curare l’occlusione delle vie respiratorie, il raffreddore o la stitichezza, facendolo bollire con chiodi di garofano, zucchero e cannella. Altro inconveniente era la cronica mancanza d’acqua. Per approvvigionarsene, era necessario scendere a valle dove c’era una vecchia fontana e fare delle lunghe code d’attesa con il rischio, soprattutto all’imbrunire, di essere aggrediti dai malviventi.

Per alcuni anni ci fu penuria di viveri, di raccolto e di generi alimentari; la comunità viveva in gravi difficoltà, rendendosi, perciò, necessaria un’azione di forza per dare nuova terra ai contadini.

Delle mutate esigenze dei montanari vennero correttamente informati i signori confinanti. Così, un bel mattino, il duca Capre Agatone scese lungo il Calaggio coi suoi uomini e delimitò i nuovi confini, arrivando addirittura a lambire alcuni centri di quelle popolazioni che, successivamente, con l’imporsi delle autonomie locali, divennero i Comuni di Accadia, Anzano, Ascoli Satriano, Candela, Deliceto e Rocchetta Sant’Antonio.

L’allargamento dei confini avvenne pacificamente; non ci furono lotte fratricide.  I signori confinanti avevano compreso che i vicini montanari non avevano mire espansionistiche, ma solo la necessità di avere nuova terra da coltivare per soddisfare le esigenze della popolazione. I proprietari terrieri, invece, si sentivano defraudati della terra che gli apparteneva e perciò, non vedendo di buon occhio la cosa, si sono trascinati un certo rancore nei secoli con le popolazioni vicine.

Il duca, osannato per i suoi meriti, era apprezzato dal popolo. Ottimo condottiero, equo nel far pagare i tributi, umano con la gente, a volte aveva slanci di generosità verso i poveri e i diseredati.

Insomma, i rapporti erano improntati sulla correttezza e sulla stima, finché un giorno…

Il duca pretese di esercitare nella sua giurisdizione una forma di diritto riservato ai signori feudali dell’epoca che consisteva nel cogliere “le primizie delle spose” nella prima notte di nozze.

Dell’esistenza di quella forma di diritto, o per meglio dire di quella sorta d’abuso, il popolo discusse molto amaramente, ma Capre Agatone, capo incontrastato, impose una precisa disciplina di origine normanna che regolava i rapporti fra il signore e la popolazione da lui amministrata, elencando tutti i diritti e gli obblighi corrispettivi; in altre parole, espose in modo ordinato tutte le prestazioni, in denaro o in natura, a cui il popolo era tenuto in occasione delle nozze. Si trattava di un vero e proprio tributo da pagare per ottenere la licenza di contrarre matrimonio, che diventava più salato se le nozze avvenivano con persona dipendente da altro signore.

Capre Agatone ci prese gusto e abusò più volte del preteso diritto, noto come jus primae noctis, con chi non era in grado di pagare l’imposta che di volta in volta fissava a suo piacimento.

La faccenda andò avanti per un bel po’ di tempo, finché arrivò il turno del suo giovane barbiere, che gli faceva anche da spia. Il barbiere era un prezioso informatore per il duca che riservatamente riusciva a sapere cosa ne pensasse il popolo del suo governo e i nomi di coloro che non condividevano le sue scelte.

Il barbiere gli chiese con molto garbo di essere esonerato dal pagamento della tassa in occasione del suo imminente matrimonio con una ragazza dipendente da un altro signore.

Agatone oppose un secco rifiuto alla richiesta che gli parve anche inopportuna e perciò gli fece notare, con arroganza, che tutti indistintamente erano tenuti a rispettare le leggi.

In verità, il duca desiderava cogliere quella “primizia” nella prima notte di nozze perché sapeva che si trattava di una bella ragazza, giovane e prosperosa; per lui quella era un’occasione unica per possederla legalmente, s’intende! Il barbiere, che non era in grado di pagare in denaro il grosso balzello fissato dal duca per il suo matrimonio, il giorno precedente le nozze, tornò a supplicare con gran fervore l’amico Agatone di risparmiare alla sua sposa quell’umiliazione. La risposta ancora una volta fu negativa, ma non solo…

Il duca, con fare malizioso, gli rispose che in via del tutto eccezionale le avrebbe riservato – questo sì – un trattamento di miglior favore poiché era la sposa di un suo carissimo amico.

Di fronte a tanta strafottenza e sfrontatezza, il barbiere colto da un impulso di rabbia, improvviso e violento, gli staccò di netto la testa dal collo con l’affilato rasoio che stava maneggiando per radergli la barba.

Epilogo

Anche dopo la morte del duca, il popolo continuò a festeggiare Sant’Agata, la Santa di Catania morta nel 252 d.C. mediante estirpazione del seno per avere difeso la sua verginità; ancora oggi, il 5 febbraio di ogni anno, si rinnova il rito religioso e l’usanza di far benedire del pane azzimo a forma di mammella per ricordare il sacrificio.

I montanari, ormai maturi, col tempo si diedero una certa forma di organizzazione politica e giuridica e nel XII secolo, con l’affermarsi delle autonomie cittadine, vollero che il Comune si chiamasse “Sant’Agata” per ricordare quanto di buono aveva saputo fare il duca Agatone per dare loro benessere e prestigio.

L’abuso, lo jus primae noctis sua unica pecca, l’aveva pagato caramente e con la vita; solo successivamente, in base all’evoluzione politica, al Comune fu imposto il nome di “Sant’Agata di Capitanata” e, quindi, in secoli, relativamente recenti, il Comune è stato chiamato “Sant’Agata di Puglia” probabilmente per facilitare le operazioni di censo.

Dopo la morte del duca Capre Agatone, il Castello fino a quel punto al centro della vita sociale, subì un graduale declino per l’incuria di chi lo abitò, iniziando a perdere la sua importanza.

I nuovi castellani, di cui si è persa memoria, pretesero che i contadini pagassero i tributi come nel passato senza dare nulla in cambio. La popolazione, piuttosto indispettita, chiedeva invece, condizioni di vita meno primitive. Ci fu un conflitto permanente tra le parti e successivamente con la diffusione delle armi da fuoco, il Castello risultò del tutto insignificante anche ai fini militari.

Col passare del tempo, il Castello è stato più volte rimaneggiato; all’interno non vi sono più ambienti che riflettano il suo glorioso passato; forse solo le mura e l’atrio meritano una sosta. Nei secoli è andato in rovina e quello che attualmente resta della struttura va visto e interpretato solo come vestigia del periodo alto medioevale.

Da notizie confuse e frammentarie, sembra che il Castello, intorno al 1040, sia stato assegnato al Conte di Trani, Pietro II, che asserragliatosi nella Rocca, resisté a lungo all’assedio del rivale ribelle Goffredo di Montescaglioso che alla fine riuscì ad impadronirsene.

Il Castello fu poi riconvertito e adattato a dimora signorile dal duca Orsini nel secolo XV e dai marchesi Loffredo nei secoli XVI e XVII. Abbondantemente rimaneggiato, il Castello è stato abitato da famiglie di passaggio e successivamente abbandonato.

Nel 1865 fu censito alla famiglia Del Buono e nell’agosto del 2000 l’Amministrazione Comunale guidata dal Sindaco, dott. Vito Nicola Cristiano, ha acquistato il Castello per 1.600.000.000 delle vecchie lire, facendolo diventare bene culturale pubblico. Di recente è stato sottoposto ad un meticoloso restauro che ha interessato sia l’esterno che l’interno.

Quanto alla grotta, nella quale il signore aveva nascosto il tesoro, ancora oggi è possibile vedere in fondo a quella valle un’apertura tutta orlata di muschio frammisto a piante selvatiche. L’apertura da adito ad una grotta scavata nella roccia, costituita molto probabilmente da una serie di cavità comunicanti tra loro che raggiunsero notevole sviluppo e profondità con l’intervento dell’uomo. Attualmente la grotta è praticamente scomparsa; nel corso dei secoli i detriti ne hanno riempito completamente gli anfratti.

Il nonno, la persona nei confronti della quale ho sempre riservato rispetto, concludeva il racconto dicendo con grande orgoglio che il Comune fu chiamato Sant’Agata solo per volontà espressa del popolo e che, quindi, quel nome non fu imposto dai signorotti dell’epoca.