(27/08/2011) LEGGENDA DI SANT'AGATA DI PUGLIA 3° PARTE di Leonardo Malgieri | ||
III puntata RACCONTO Il signore, non sapendo più che fare, nelle sue preghiere invocò Sant’Agata, la Santa di Catania – chissà, poi, perché gli venne in mente proprio lei – con un trasporto che neanche lui seppe spiegare a se stesso. Fatto sta che il mattino dopo, il 5 del mese di febbraio, giorno in cui si venera proprio la Santa martire, un marinaio avvistò in lontananza un vascello, portato verso l’isola dal vento favorevole. Il signore non riuscì a contenere una crisi di nervi e pianse come non aveva mai fatto in vita sua, dicendo: “Questo è un miracolo, il mio giorno fortunato, la salvezza da una situazione disperata”. In realtà quella nave era andata fuori rotta per aver perso la bussola nella tempesta di qualche giorno prima. Al comandante, il signore disse che era in giro con i suoi uomini per affari quando aveva fatto naufragio in seguito all’agitazione improvvisa e violenta del mare e che la sua nave era ridotta a un relitto irrecuperabile. La versione era credibile e il signore, con i suoi uomini, fu tratto a bordo con tutti gli onori del caso. Per l’operazione di salvataggio e per il trasporto di tutto ciò che era stato recuperato fino al porto di Napoli, si convenne che al comandante andassero, a titolo di ricompensa, trecento zecchini, una collana di smeraldi e un bracciale di brillanti, e che la consegna sarebbe avvenuta prima dell’entrata della nave nel Golfo. Dopo alcuni giorni di viaggio, però, il signore, che intanto aveva ripreso la sua proverbiale sicumera, e i suoi sgherri, non più spaventati, andarono all’arrembaggio della nave che li aveva salvati da sicura morte, uccidendo con ferocia inaudita tutti gli uomini e appropriandosi della nave e di tutto il carico, proprio come si fa con i relitti recuperati da un disastro. Una volta giunto a destinazione, il signore provvide a smerciare il carico, a pagare la manovalanza e a vendere la nave; gli uomini poco affidabili, naturalmente, furono liquidati e licenziati. Non c’era più motivo di portarseli dietro. E così, scortato dai suoi fedelissimi, fece ritorno alla montagna, raggiungendo le donne e i bambini. Ammise che la scelta della zona fatta a suo tempo era stata davvero ben ponderata; la montagna rappresentava per lui un rifugio e una protezione contro eventuali attacchi. L’unica cosa che lo angustiava era l’idea di essere riconosciuto, semmai, dai predoni che si aggiravano tra Siponto e Napoli, prima di essersi creato delle solide basi di difesa. Per prima cosa, si accattivò la simpatia delle autorità locali e rinsaldò il vincolo di solidarietà con la gente del popolo, anche facendo loro omaggio di cotone, vestiti, zucchero, pepe e vettovaglie di ogni genere. In secondo luogo, il signore che intanto era stato soprannominato dai montanari il signore venuto dal mare, si trasformò da agguerrito e pericoloso pirata in una persona dai modi raffinati, un vero gentiluomo, sempre pronto ad andare in soccorso di chicchessia anche con gesti di concreta solidarietà. Era tornato, insomma, ad essere l’uomo capace di esprimere nobili sentimenti. Tuttavia, ciò non gli bastava. Era necessario trovarsi una copertura anche politica per accrescere il proprio potere e potersi eventualmente difendere. In quel periodo storico, mentre i Longobardi, i Bizantini e i Saraceni erano interessati alle coste e al Tavoliere delle Puglie perché le consideravano molto redditizie, i Normanni, dediti ad attività commerciali, dominavano all’interno e sui monti; questi ultimi avevano instaurato il feudalesimo, un sistema politico, economico e sociale che consisteva in una struttura piramidale fatta di duchi, conti, baroni, legati tra di loro da relazioni di fedeltà. Il signore venuto dal mare non fece fatica a stabilire con essi rapporti commerciali e di collaborazione; in cambio di una parte del tesoro, i Normanni, che erano alla ricerca di un uomo capace e affidabile, conferirono al signore la delega alle funzioni di governo del territorio con l’obbligo di dare loro in cambio il ricavato dei tributi, le prestazioni militari e la piena e totale fedeltà. Per essere maggiormente protetto, inoltre, col ricavato della vendita dell’oro e di parte dei gioielli, il signore decise, forte dei poteri ricevuti, di far costruire un Castello in muratura sulla sommità del monte in sostituzione del recinto in legno per meglio proteggere se stesso, gli uomini, ciò che restava del tesoro e i montanari. Per edificare il Castello, affidò l’incarico a un bravo capomastro al quale affiancò un monaco del Priorato di San Pietro d’Olivola per la gestione degli aspetti amministrativi e contabili. Erano necessari: fabbri, carpentieri, falegnami, muratori, scavatori, taglialegna, tagliapietre, maestri d’ascia, scalpellini, stuccatori e pittori. Doveva essere solido ed inespugnabile. Per questo motivo dovevano essere innalzate delle torri per controllare bene il promontorio del Gargano, il mare di Siponto, le vallate del Calaggio, del Carapelle, dell’Ofanto e del Vulture; l’accesso doveva essere scosceso per rendere difficoltoso un eventuale assalto del nemico; il portone d’ingresso doveva essere dotato di battenti realizzati con spesse assi di quercia rinforzate in corrispondenza dei cardini; le finestre dovevano essere protette da solide inferriate; le mura dovevano essere dotate di feritoie di difesa; infine doveva essere scavato un cunicolo sotterraneo tra il Castello e la grotta a fondo valle allo scopo di consentire agli addetti alla difesa di aggredire il nemico alle spalle in caso di assedio. Man mano che avanzava la costruzione, il vecchio recinto veniva smantellato, fino a quando non si arrivò alla fine della realizzazione di una struttura che per l’epoca era davvero rivoluzionaria; gli aggressori per attaccarlo avrebbero dovuto avvicinarsi alla fortezza, finendo inevitabilmente sotto il tiro dei difensori. Insomma, il signore realizzò il suo intento. Col passare del tempo, il Castello divenne lo scenario per una comunità viva e articolata su una complessa gerarchia organizzativa. Le cariche più importanti erano costituite dal governatore che rappresentava il potere, dal marescalco che sovrintendeva alle scuderie, dal ciambellano che era l’alto dignitario di corte, dal castaldo che era il fattore di campagna e amministratore delle finanze e dallo scudiero che accompagnava sempre il signore, che nel frattempo aveva assunto il titolo di duca. E così, stimato da tutti, un giorno conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie; una donna di nobili virtù, anche se di umile estrazione sociale. Il signore era stato subito attratto da lei, dai suoi modi garbati, dalla sensibilità spiccata che gli ricordava il suo animo da adolescente e dalla sua dolcezza che gli dava la certezza di un affetto sincero. Il suo matrimonio celebrato con tutti gli onori del caso, fu un’occasione per farsi conoscere, e la castellana, più bella che mai, diventò la figura femminile più importante del Castello.
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