(27/05/2011) DELICETO: IL " NOSTRO " RISORGIMENTO di Mattia Iossa | ||
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Mattia Iossa La parola patria è ormai quasi del tutto sparita dal nostro vocabolario. Chi si ricorda quando l’abbiamo pronunciata per l’ultima volta? Era una parola destinata all’estinzione, come l’inno nazionale, come la nostra bandiera, se non fosse stato per le partite di calcio. E per due presidenti della Repubblica: Ciampi e Napolitano. E invece il 17 marzo a Deliceto – e certamente anche in altri paesi - la popolazione ha risposto convinta alle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d'Italia, più di quanto ci si aspettava. Comune, scuole, associazioni, cittadini; e bandiere. E non solo in mano ai bambini, ma sui balconi, alle finestre, nelle vetrine dei negozi. Insolito spettacolo perché si manifestava gioiosamente per l'Italia e non per il calcio, per quella patria troppe volte bistrattata, ma che pure è in fondo al cuore di ognuno di noi e che, quando è sollecitata, riemerge. Anche se non sappiamo niente di come si è formata, di quanto è costata in termini di sangue, di sacrifici di giovani vite, di prigionie, di sofferenze, di lotte fratricide. Se ne è sempre parlato poco e male, quasi come di avvenimenti lontani, perduti in una nebbia, estranei. E invece questa unità, bene o male, l’abbiamo vissuta tutti concretamente, tutti ci abbiamo messo del nostro: grossi personaggi e piccoli uomini; grandi città e minuscoli paesini. Ed anche i nostri Monti Dauni hanno delle cose da raccontare.
Il 19 agosto del 1860 venne indetta in tutto il Regno delle Due Sicilie la riunione dei collegi elettorali per la nomina dei deputati al parlamento napoletano, che il re Francesco II di Borbone aveva istituito all’ultimo momento, dopo aver concesso la costituzione il 25 giugno 1860, nel disperato, ultimo tentativo di conservare il regno e di accattivarsi le popolazioni. Queste erano divise fra chi parteggiava per il governo borbonico e chi invece voleva l’Unità d'Italia; gli animi erano in fermento in tutto il Regno. Vi sono disordini a Foggia; l'intendente Duca di Bagnoli – che corrisponde all’attuale Prefetto – scappa coraggiosamente a Bovino, dove vi era la Sottintendenza – ed è ospite del vescovo Montuoro, borbonico come gran parte del clero. Ospite del vescovo è anche il comandante militare di Foggia colonnello Rispoli, cacciato fra fischi e sassaiola dai fautori dell’Unità d'Italia. Anche a Bovino scoppiano tumulti, per futili motivi, e diventano sempre più preoccupanti; le poche guardie nazionali di Bovino non riescono a reprimerli; il corpo di guardia viene attaccato e le guardie sono costrette a buttarsi dalla finestra per salvarsi. I facinorosi raccolgono armi, assaltano le case di liberali, occupano gli edifici pubblici; l'archivio del comune viene bruciato. A capo dei reazionari c'è un prete, tale Annibale Reale. L'intera notte tra il 19 e il 20 si passò tra rovine e saccheggi. Gli esagitati vanno a prendere un milite della guardia nazionale che aveva sparato al vescovo, fortunatamente senza colpirlo, e che si era nascosto in casa. Lo ammazzano a sangue freddo e lasciano il cadavere in piazza per dileggio per un intero giorno. Le notizie che Garibaldi, occupata la Sicilia, era sbarcato in Calabria accesero ancora di più gli animi: i galantuomini, cioè il ceto benestante, quasi tutti di tendenze liberali, vennero stanati dalle loro case e ammassati nel campo comunale, da una folla inferocita ed ebbra di saccheggi. Issata la bianca bandiera borbonica, si apprestava – con ogni probabilità – a compiere una carneficina che sarebbe rimasta nella storia. Appena in tempo giunse provvidenziale la notizia che la guardia nazionale di Deliceto stava arrivando di corsa per ristabilire l’ordine. Scappano i rivoltosi andando a nascondersi; scappano i galantuomini, tremanti per lo scampato pericolo. Bastò la notizia a scongiurare la tragedia? Alcuni storici dicono di sì ed aggiungono che era stata diffusa ad arte una falsa notizia; altri, invece, sostengono che i Delicetani arrivarono veramente. Fatto sta che due paesi distanti appena otto chilometri, ebbero atteggiamenti completamente diversi di fronte al nuovo stato di cose: Bovino fu preda degli esagitati conservatori del partito borbonico antiunitario; Deliceto invece, fu in maggioranza per l’Unità e non andò oltre vivaci manifestazioni di giubilo: il popolo, con gli amministratori comunali in testa, festeggiò; anche il clero, ob torto collo, fu obbligato a festeggiare; i borbonici erano spariti. E se pensiamo che nell’oltre mezzo secolo di Risorgimento simili episodi, piccoli e grandi, che hanno coinvolto i nostri paesi ce ne sono stati; che stridenti opposte realtà di una stessa o di vicine comunità si sono confrontate, spesso anche tragicamente, allora lo sventolio di bandiere diventa più convinto, perché sappiamo di non celebrare nebbiosi avvenimenti di terre e uomini lontani, ma pezzi di storia di un percorso difficile e contrastato che noi stessi nel nostro piccolo abbiamo contribuito a compiere e a comporre. | ||