(12/05/2011)
STRALCI DI VITA SANTAGATESE: SESTA PUNTATA " LI BUMBARDAMIENDE " DI ALFONSO DE CAPRARIS


di Alfonso De Capraris


Capitolo quinto. “Li bumbardamiénde”. 

A questo punto, essendone stato sollecitato da mio cugino Mario, quando ha capito che io potevo disporre di un notevole bagaglio di memorie da non tenere solo per me, mi vedo costretto ad aprire una parentesi che, però, riguarda Sant’Agata in maniera marginale, ma che mi offre lo spunto per fare una riflessione su di noi italiani, rinviando, nello stesso tempo, alla prossima puntata la trattazione di episodi che hanno riguardato più da vicino il paese.

Una mattina di una bellissima giornata, una di quelle che solo Sant’Agata ti sa e ti può regalare, io, avevo soltanto cinque anni e mezzo, mi trovavo all’incirca davanti alla Chiesa della Trinità, dove sentii un grande rombo cupo in alto, alzai la testa e vidi uno spettacolo che non si è mai più ripetuto per tutto il resto della mia vita: in quello spicchio di cielo che sta fra la Trinità ed il caseggiato di fronte il sole era letteralmente oscurato da diecine e diecine di grossi aerei che passavano su Sant’Agata, che si trovava sulla direttiva Foggia-Battipaglia, volando tanto bassi che sembrava poterli toccare.

Questo spettacolo funesto con il suo terrificante fragore, non so per quale motivo, strappò dei calorosi applausi spontanei alle persone che si trovavano per caso vicino a me; voglio illudermi che pensassero che fossero aerei amici, laddove quelli, invece, erano aerei americani che andavano a seminare morte e distruzione sulle nostre città, la mia Foggia, di cui nelle notti fra il 22 ed il 23 luglio e fra il 19 e 20 agosto 1943 vedevamo da casa nostra con gli occhi pieni di lacrime i bagliori degli incendi dietro il campanile di San Nicola.

Si trattava, infatti, di 70 “Lightning P-38”, velivoli costruiti dalla statunitense Lockheed, che avevano la caratteristica di avere una doppia fusoliera, mai vista prima; questo particolare, insieme al fatto che volassero a bassa quota, quasi una novità, dal momento che di solito i bombardieri sganciavano il loro carico di morte dall’altezza di 7.000 metri, assume notevole importanza per i nostri fini, in quanto consente di fissare con esattezza al 25 agosto 1943 la data di quell’avvenimento.

Infatti con il bombardamento di quel giorno pare che sia stato impiegato per la prima volta su Foggia quel modello di aerei, che si andarono a congiungere agli altri anche di tipo diverso, che già avevano dato il via alle danze, per un totale di 276 apparecchi, stando a quanto si apprende dalle fonti ufficiali militari, quindi tutti insieme per ben due ore, dalle 9,45 alle 11,44, parteciparono al massacro di ancora altri ben 971 esseri umani (1).

Questo eccidio purtroppo non fu l’ultimo di una lunga serie iniziata il 28 maggio e terminata il 18 settembre, a dispetto della dichiarazione di armistizio avvenuta già dieci giorni prima; 113 interminabili lunghi giorni di inferno dantesco, che fecero assurgere la città di Foggia al livello di città martire, paragonabile, con le dovute proporzioni, alla tedesca Dresda.

Disgraziatamente la tragedia fu resa ancora più grave anche dal fatto che le sirene di allarme antiaereo, installate sui tetti dei palazzi nei vari punti della città, per avvisare con i loro lugubri ululati, che ancora oggi sogno la notte, la popolazione dell’imminente inizio di un bombardamento, dopo aver risuonato a Foggia per oltre 200 volte, ad un certo punto zittirono, e non perché fossero cessate le incursioni, bensì perché oramai erano state messe fuori uso.

Le campane delle chiese, invece, nonchè quella della torre del Municipio, che avrebbero dovuto sostituire le sirene, iniziavano a suonare, quando il ballo oramai era già iniziato, mentre il colpo di cannone non veniva percepito nelle zone distanti della città.

Di fronte a questo efferato quanto inutile macello, che ti fa pensare a lupi famelici che continuano a fare scempio di una preda già moribonda, il termine “carneficina” appare riduttivo, ed, inoltre, un sì tale feroce brutale accanimento contro una città inerme ed indifesa non trovava giustificazione alcuna, soprattutto sul piano militare, se si considera che obiettivi militari da distruggere oramai non ce n’erano più.

Appariva, quindi, chiaro l’intendimento criminale dell’alto comando militare alleato di procedere sadicamente, in barba a tutte le convenzioni internazionali, con “bombardamento indiscriminato a tappeto” (2) alla eliminazione totale della popolazione civile, come se muniti di una gigantesca scopa si fosse voluto dall’alto spazzare via dalla faccia della terra la città con tutti i suoi abitanti, smentendo nettamente quelle voci tendenziose che parlavano di attacchi mirati da parte degli anglo-americani.

Il principale artefice, nonché maggiore responsabile davanti a Dio ed al mondo intero, di queste immani stragi fu unanimemente individuato nel Maresciallo dell’Aria britannico Arthur Travers Harris, capo del Comando Bombardieri della “RAF”, autore, fautore nonché realizzatore di

quella assurda, malsana e perversa teoria che proponeva lo sterminio di massa dei civili, con lo scopo dichiarato di fiaccare il morale della popolazione, concretizzatasi poi in una folle strategia che nulla aveva a che vedere con i canoni deontologici di una guerra.

A questo signore, che si era guadagnato l’appellativo di “Il MACELLAIO” da parte degli stessi inglesi, e del quale allego la foto, tratta dal volume dell’Ing. Guerrieri citato nella bibliografia (pag. 141), nella città di Londra è stato eretto un monumento, come riconoscimento del “debito immenso” (sic!) che gli deve l’Inghilterra tutta…..-

Per completezza di informazione, occorre dire che quella funerea massa mostruosa volante non fu, purtroppo, né la prima né l’ultima ad oltraggiare il nostro bel cielo azzurro, preceduta, come fu, da altre simili scene orripilanti, come quella, tralasciando di citarne altre, verificatasi il 19 agosto, che fu la più tragica, come se tutto ciò che era avvenuto prima non fosse stato sufficiente a soddisfare la sete di sangue di quei liberatori, che avevano avuto l’impudenza di dare il nome di liberatori anche ai loro aerei.

Piombò, infatti, su Foggia una formazione di apparecchi quadrimotore costituita da ben 315 bombardieri pesanti, di cui n. 162 “Fortezze volanti” B-17F della statunitense Boeing con 440 tonnellate di bombe, n. 71 “Liberators” B-24D con 658 bombe da 500 libbre per un totale di 150 tonnellate e n. 82 di tipo diverso; in tutto oltre 590 tonnellate di bombe, che finirono di radere al suolo la città, provocando in un solo giorno ed in poco più di un’ora e mezza, dalle ore 12 alle ore 13,35, la morte di 9.581 miei concittadini (3); altro che Iraq o Afghanistan!.

La foto che ho voluto riprodurre in alto, diventata poi l’emblema dei bombardamenti su Foggia, ed in cui si possono distinguere con precisione la villa comunale, la stazione ferroviaria ed il cimitero, mostra in tutta la sua crudezza la scena apocalittica tipica di quelle giornate, durante le quali la barbarie degli alleati non ci pensava due volte a colpire anche il luogo santo depositario del riposo eterno.

Questo perché nel cimitero i Tedeschi avevano nascosto alcuni loro mezzi, installando addirittura anche una stazione radio in una cappella, notizie vigliaccamente fornite agli alleati dalle numerose spie che si annidavano nella nostra città, e che non si facevano scrupolo alcuno di vendere, e si badi non per motivi ideologici, ma solo per il vile denaro il suolo patrio e la vita dei propri fratelli.

L’opera di questi prezzolati traditori si rivelò di fondamentale importanza per gli alleati, potendo essi disporre di informazioni molto dettagliate e precise nei minimi particolari, come ad esempio l’esatta ubicazione delle abitazioni delle autorità civili e degli ufficiali italiani e tedeschi; difatti, tanto per citare un caso, i quattro fabbricati “INCIS” di via della Repubblica, abitati prevalentemente da militari, furono oggetto di ripetuti attacchi anche con mitragliamenti.

La conferma di quanto sopra è data dalla constatazione secondo cui risulta impensabile che sulle mappe preparate dal comando alleato sulla base delle ricognizioni effettuate sulla città a fine maggio, e di cui ho dato notizia nella puntata precedente, i piloti potessero trovare indicati obiettivi mirati, particolareggiati fino a tal punto.

Al termine di queste spietate e raccapriccianti mattanze si contarono, secondo i dati raccolti dal Comune di Foggia, 20.293 vittime civili, oltre ad un numero imprecisato ma elevatissimo di

feriti, mentre non si ha contezza dell’enorme tributo di sangue versato da parte dei militari, soprattutto tedeschi, caduti.

Inoltre, secondo i dati compilati dal Regio Corpo dei Vigili del Fuoco, l’abitato di Foggia aveva subito la distruzione del 76% della superficie edificata, mentre ingentissimi furono i danni arrecati agli impianti militari ed industriali, laddove sarebbe stato più rispondente alla realtà parlare di distruzione totale degli stessi, atteso che nessuno più era in grado di funzionare.

Lo Stato italiano, comunque, ha saputo riconoscere questo immenso sacrificio subito dalla città di Foggia, conferendole ben due onorificenze: in data 22 novembre 1959 la medaglia d’oro al valor civile, e più recentemente il 2 maggio 2006 quella d’oro al valor militare.

Un’ultima osservazione, beffarda: molti di quei bombardieri provenivano dalla base aerea di Lete in Libia, dove oggi, invece, ironia della sorte, si va a bombardare, partendo dalla base aerea di Amendola, come dire un palcoscenico su cui cambiano gli attori, ma le scene restano più o meno sempre quelle di prima; è proprio vero che la storia, con i suoi corsi e ricorsi, per dirla con Giambattista Vico, è sempre la stessa.

 Bibliografia. 

  1. Antonio Guerrieri, “La città spezzata” (1996), pag. 156, ed ancora Bollettino di guerra del Comando Supremo n. 1188 del 26 agosto 1943, pag 157.
  2. Antonio Guerrieri, cit., pag. 134: “Può dirsi che per quegli aerei che in parte giungono dagli aeroporti tunisini (Depienne), cioè dalla terra cui appartenne Cartagine, il programma sia FOGGIA DELENDA EST”.

3        Antonio Guerrieri, cit., pag. 135, Bollettino di guerra del Comando Supremo n. 1182 del 20 agosto 1943. 

Alfonso De Capraris

(Continua)